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Commendatario dell’Abbazia di Santa Maria de Rotis, Copista e Tipografo

Abbazia di Santa Maria de Rotis Il nome completo del Columnis era Nicola Bartolomeo, ma preferì firmare quasi sempre con il secondo nome. La sua famiglia, molto probabilmente, era originaria di Genova: sono ricordati nel Quattrocento vari genovesi con lo stesso cognome che ebbero rapporti con l’Oriente.
Bartolomeo Colonna, svolse, almeno in gioventù a Chio, l’attività di copista, come ci testimonia la sottoscrizione del codice Rossiano 703 della Biblioteca Apostolica Vaticana. Le notizie riguardanti il Colonna, per questo primo periodo della sua vita, sono poche; si ampliano a partire dal 1454, anno nel quale, secondo una nota autografa contenuta in uno dei codici da lui posseduti, il 7 agosto si imbarcò su una nave per approdare il 12 agosto a Creta. Non sappiamo se con questo viaggio egli abbia lasciato definitivamente la sua isola, in quell’anno comunque, o negli anni immediatamente seguenti, si andò in Italia dove stabilì definitivamente; sbarcò probabilmente ad Ancona, città che intratteneva i rapporti con l’Oriente.

Stabilitosi nelle Marche, Bartolomeo Colonna allacciò relazioni personali che gli valsero in seguito l’investitura da parte di Pio II di una conveniente dignità ecclesiastica, quella di commendatario del monastero di S. Maria de Rotis, situato vicino Matelica (Marche). Lo avevano raccomandato i signori di Matelica, Antonio e Alessandro Ottoni, patroni del monastero, che lo presentarono come studioso di lettere greche e latine; egli prese immediatamente possesso della commenda che dovette risolvere i suoi problemi materiali e permettergli una vita abbastanza tranquilla da dedicare agli studi.
Lui, ebbe anche un’altra attività, non troppo lontana dalla sua originaria professione di copista: fu, infatti, il primo tipografo di Matelica dove, nel 1471, stampò e sottoscrisse una edizione della Vita della Madonna di Antonio Cornazzano che è conservata in un unico esemplare posseduto dalla Biblioteca Ambrosiana di Milano. Si tratta di un libretto di 34 carte, in 40 senza segnature, stampato con un carattere romano piuttosto originale che non risulta usato in nessun’altra edizione nota, e impiegando una carta che, per quanto è deducibile dalla filigrana, doveva provenire dalle cartiere di Fabriano.

Volle, probabilmente, sperimentare, lui copista, questa nuova arte “meccanica” che stava rinnovando la forma del libro e della quale già circolavano parecchi esempi. Non sappiamo se avesse dei collaboratori in questa attività né se fondesse egli stesso i caratteri, ma è molto probabile che fosse lui l’autore del loro disegno; sono ignoti altri prodotti dell’officina tipografica di Matelica.

Nel 1475, quale commendatario del monastero di Roti, fece costruire il campanile, ancora esistente, della chiesa di S. Maria in Piazza, ora cattedrale di Matelica, che apparteneva al suo monastero. L’ultima notizia che possediamo riguardante il Colonna è del 5 ott. 1487, quando redigeva l’inventario dei beni di Alessandro Ottoni, morto in quell’anno; nel modesto elenco di libri che vi è contenuto sono ricordati un offiziolo (piccolo libro miniato che conteneva le preghiere in onore della Vergine) scritto dallo stesso Bartolomeo Colonna. e “più quinterni della vita di nostra donna” che potrebbe pure identificarsi con l’edizione della Vita della Vergine Maria stampata nel 1473.
Il Colonna di fatto arricchì, diremmo oggi, la possibilità formativa di Matelica, portando lo studio delle lettere classiche greche e permettendo, inoltre, parlando e scrivendo fluentemente usando frasi composte di termini greci, latini ed italiani, il Colonna ha lasciato tracce dei progetti fatti in quest’epoca, in cui la comunità matelicese si arricchì di elementi greci o grecizzanti.
Del Bartolomeo Colonna possediamo un’ultima notizia, raccolta dallo studioso Giuseppe Antonio Vogel, che segnala come nel 1512 sia datato l’ultimo documento in cui appare il nome del vivente abate Bartolomeo da Chio.
La morte deve essere avvenuta qualche anno dopo, nel 1515, quando a succedergli fu il nipote anconetano Urbano, figlio di quel Silvestro che aveva sposato sua nipote Battistina.
Maria Cristina Mosciatti
Bibliografia:
Bartolomeo da Chio – Il greco genovese che portò la stampa nelle Marche di Matteo Parrini
Dizionario Biografico degli italiani, Vol. 27 – Treccani: Columnis Batolomeo di Paolo Veneziani

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L’associazione “Organizzazione di Volontariato Roti” continua ad essere attiva coinvolgendo nel proprio progetto professionisti, che apprezzano l’area naturalistica della valle di Roti. Il prof. Natele Reda, agronomo e collaboratore della Politecnica delle Marche ha realizzato, uno studio molto interessante del territorio sia da un punto di vista storico che agronomico.
Il prof. Reda si riferisce definendo “Le attività umane intorno a Rotis ebbero certamente un impulso caratterizzante da parte dei monaci (Benedettini) che intorno al IX e X secolo si installarono nel sito e incisero sul paesaggio forestale e rurale provocando radicali trasformazioni della economia degli indigeni.
Non sappiamo come fosse l’ambiente in epoca romana antecedente alla realizzazione del manufatto di Rotis tuttavia facendo fede a quanto già noto grazie alla disponibilità di manoscritti dedicati agli eventi e alle opere in siti similari delle alte colline marchigiane possiamo immaginare che a Rotis (così come a Camaldoli o a Fonte Avellana) si eseguirono disboscamenti, dissodamenti e bonifiche per mettere in coltivazione terreni di superfici adeguate a fornire nutrimento sufficiente per la comunità ivi vivente. Sappiamo per certo che vennero applicate tecniche innovative di gestione delle attività agro-silvo-pastorali e che anche i rapporti sociali vennero poco a poco adeguati al fine di dare nuova dignità a uomini e donne che fino ad allora erano statii considerati homines de terra o ancor peggio mancipia .
I monaci di Rotis così come quelli dei vari monastirium che sorsero lungo la dorsale dell’Appennino tosco-umbro marchigiano riuscirono a gestire le risorse energetiche, alimentari e culturali disponibili organizzando comunità di agricoltori- allevatori-artigiani in equilibrio dinamico e resiliente senza acquisire input energetici esterni. Scoprirono ed integrarono le risorse del sito senza sminuire le possibilità di uso nelle epoche successive. Equilibrio e resilienza consentirono una discreto tenore di vita e soddisfacenti attività produttive anche negli anni successivi all’abbandono del sito da parte della famiglia monastica e cioè almeno fino al XVI secolo. La famiglia di religiosi che si installò a Rotis come altrove utilizzò coscienziosamente la foresta tanto che non solo non ne esaurirono le risorse a favore della generazione vivente ma incrementarono la fecondità dei vegetali che la costituivano e degli animali che naturalmente la popolavano . Si può, dunque, affermare che, mostrarono di saper gestire con accortezza tutte le ricchezze che le foresta accumula sfruttando l’energia solare e i nutrienti disponibili nell’ambiente edafico .Le coltivazioni di vegetali per uso nutrizionale e gli sfruttamenti delle selve a fini connessi con la vita dell’uomo ( legname da ardere e da opera, erbe per allevamenti animali ) vennero attuate secondo ritmi naturali senza creare nella comunità indigena gravi carenze o ingestibili surplus. Lasciarono l’ambiente non degradato, lo rispettarono e lo amarono intuendo che avrebbe dovuto ospitare e saziare molte generazioni che sarebbero seguite. Quando la comunità monastica abbandonò Rotis la spiritualità che animava i religiosi ed non poté più orientare le attività produttive che non essendo più inquadrate in un contesto di rispetto del Creato procedettero senza razionalità. Infine la discreta asprezza dell’ambiente, la lontananza da grandi vie di comunicazione e la ristretta disponibilità di risorse facilmente sfruttabili convinse agricoltori e allevatori a trasferirsi in ambienti in cui il lavoro della terra venisse meglio ripagato. L’insieme di questi fattori ha favorito la conservazione della associazione di erbe e piante spontanee. La minore pressione delle attività umane ha consentito di mantenere elevati livelli di naturalità dell’ area ,di purezza delle acque sorgive e della terra” – continua il Prof. Reda riferendosi ad un attuale progetto di fattibilità – “Il sistema produttivo agro-silvo- pastorale istituito e gestito per secoli dai benedettini è esempio di gestione multifunzionale flessibile e durevole .oggi lo definiremmo sostenibile, poiché la mia disciplina NON deve prendere in esame in via principale le strutture architettoniche e le strutture abitative suggerisco in forma sintetica passaggi importanti e , ineludibili per supportare le attività umane che coinvolgono gli attuali residenti e attrarre interesse di persone che hanno abbandonato il mondo rurale ma vorrebbero e saprebbero reinserirsi attivamente in esso:
1. Studio delle testimonianze scritte disponibili sull’ambiente e sulle attività svoltevi nel passato .Integrazione dei parametri mancanti con una lettura sinottica di testi disponibili sulla vita di comunità simili e coeve. Fondamentale sarà il riferimento al Codice Forestale Camaldolese .
2. Inventario delle attività svolte attualmente dai componenti delle comunità interessate.
3. Inventario delle potenzialità umane e tecniche disponibili nel comprensorio e nelle zone limitrofe.
4. Inventario dei fabbricati ad uso abitativo e/o artigianali già in uso o disponibili per attività lavorative.
5 .Inventario dei “Giacimenti energetici” del sito: Ampiezza e tipologia dei boschi, Ampiezza e tipologia dei pascoli ricognizione delle superfici destinabili a coltivazioni, ricognizione sulle sorgenti idriche, ricognizione sulle eventuali disponibilità di sottoprodotti da gestire per assicurare una autosufficienza energetica delle comunità. Valutazione della opportunità di introdurre metodi moderni di intercettazione e condivisione delle energie solari ed eoliche. L’utilizzo di fonti di energia rinnovabili dovrebbe consentire di puntare ad una mobilità elettrica all’interno dell’area e soprattutto la acquisizione di macchine operatrici agricole da utilizzare nei lavori agricoli, Vedi trattrici agricole elettriche e/o a guida autonoma ( da poco disponibili sul mercato) .
6. Approfondite valutazioni del microclima e scelte condivise di specie vegetali ed animali armoniosamente inseribili per aumentare la sostenibilità delle attività produttive nel sito (Ad esempio coltivazione di varietà di cereali adattate o adattabili al clima oppure di piante officinali o aromatiche. Pascolamenti con ruminanti e avicunicoli al fine di rendere autosufficiente e fortemente caratterizzato il sito secondo modalità che consentano una crescita regimata deli turismo anche a scopi curativi
7. Informatizzazione dei dati per consentire valutazioni, deduzioni e successive proposte alle Amministrazioni coinvolgibili.
8. Realizzare Filiere produttive che consentano l’instaurazione di forme di economie circolari in cui non si generino scarti che diventano rifiuti da nascondere o propinare a terzi ne eccedenze che a sua volta diventino rifiuti. Propongo sin da subito alcune filiere di rapida costituzione perché forse già disponibili in loco persone con abilità comprovate e perché potrebbero intercettare più facilmente finanziamenti pubblici: La filiera del Pane ( dai cereali adatti al luogo alla conservazione e alla trasformazione in farina e pane in qualità e forma tipica e riconoscibile).
La Filiera delle Leguminose “antiche” del tipo Roveja, Cicerchia,
La filiera delle Erbe officinali che in questi ambienti potrebbero essere prodotte con certificazione da agricoltura bio. Essa dovrebbe comprendere anche le fasi di essiccazione, tranciatura e confezionamento e perché no l’estrazione per distillazione di oli essenziali.
La filiera zootecnica fortemente caratterizzata da animali ruminanti in grado di utilizzare alimenti fibrosi e fortemente cellulosici anche sottoprodotti non altrimenti utilizzabili per alimentazione umana.
Premessa a qualsivoglia filiera dovrebbe essere un Accordo di area tra produttori agricoli e allevatori per vincolare a forme di Coltivazione e Allevamenti solo secondo i dettami del biologico o della Agricoltura conservativa. Infine ultima ma assolutamente prima inter pares la filiera della informatizzazione premessa sia della commercializzazione al di fuori dell’area interessata e della comunità in essa insediata sia della realizzazione di attività ricreative, culturali e turistiche secondo programmazioni che impediscano il depauperamento ambientale. Si sottende che l’informatizzazione va rinforzata con un cablaggio in rete dell’intera area che attragga a vivere sul posto anche chi amando l’ambiente naturale voglia sviluppare attività informatiche”.
Un progetto molto interessante e ben strutturato, non lasciando nulla al caso, il prof. Reda con la sua competenza ha creduto ad un grande opportunità per il nostro territorio montano.
Maria Cristina Mosciatti

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Murales di Zefiro e Aura Il Borgo dei Murales, conosciuto come la galleria d’arte a cielo aperto, si è arricchito di una nuova opera artistica terminata in questi giorni. Gli artisti sono due ragazzi che vivono a Castelraimondo e nella loro vita quotidiana svolgono attività completamente diverse, hanno la passione non solo di dipingere, ma anche di comporre versi poetici che descrivono il dipinto da loro realizzato.
Giovanni Perno, di origine Campane di Avellino ci illustra la sua opera: “la tecnica che ho utilizzato è principalmente bombolette a spray di acrilico, alternando la tecnica libera con l’utilizzo degli stencil” – invece Valeria di Martino la parte poetica, ci spiega la scelta di realizzare un Murales dedicato ai due venti primaverili “ci siamo ispirati alla Venere del Botticelli, dove sono raffigurati in un abbraccio i due venti. Li abbiamo raffigurati nell’angolo Zefiro, vento che preannuncia l’arrivo della bella stagione, accompagnato da Aura, che significa “brezza”– continua di Martino – l’idea di sospiro è dal respiro nasce la bellezza che è la Venere intesa in senso universale come splendore della vita, è nata pensando ad un soffio di bellezza verso l’uomo, verso la persona”. Gli artisti oltre a lasciare la loro firma, hanno composto una frase: “Intrecci di vita, speranza fecondo di pace, soffio di bellezza su tutto ciò che è vivo. Vivi perché sei bella, sei bella perché vivi”
Un Murales poetico, raffigurato con colori vivi intensi, primaverili, Zefiro dipinto sembra quasi vero il suo soffio con le “guance” gonfie danno l’idea di una reale folata di vento, dove, grazie ai particolari, aiutano a comprendere il legame e la complicità presente tra i due venti.
Un Murales figurativo dove l’interpretazione sarà soggettiva da parte di chi lo osserverà dando spazio alla fantasia di messaggi che potrebbe trasmette, al turista.
Maria Cristina Mosciatti
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Il Borgo di Braccano, è diventato un luogo turistico con una propria identità ed immagine, che ha superato qualsiasi aspettativa, i Murales e l’offerta naturalistica che lo circonda rappresenta senza alcun dubbio un aspetto, rilevante per una scelta turistica di nicchia.
L’ informazione di Braccano, è divenuta fondamentale ed ha funzionato per un piccolo borgo con poco più di 110 residenti, la strategia di “conoscenza” dell’identità legata al web e ai social network è stata uno strumento indispensabile per il territorio. Identità, che è fortemente sostenuta dalla cultura e, quindi, dalle persone che vivono all’interno della comunità dove il turista interagisce.
Oggi giorno, la promozione del territorio (marketing territoriale) ha assunto un ruolo fondamentale all’interno delle strategie di comunicazione turistica di qualsiasi luogo. L’obiettivo della promozione turistica del Borgo di Braccano, è stato quello di aumentare il valore del territorio al fine di renderlo anche competitivo con altri territori, ma nello stesso tempo più attrattivo possibile, grazie alla realizzazione, da parte di alcuni residenti, di un sito web https://braccano.jimdofree.com, che oggi ha superato le 21.000 visite, disponibile anche la versione mobile, collegandolo successivamente con le piattaforme dei social network come: Facebook Borgo di Braccano, Twitter, @MuralesBraccano, Instagram @borgoNaturainarte e #braccano con 1878 post fotografici pubblicati, offrendo la possibilità di “apparire su internet”, considerando che in Italia il numero di persone che lo utilizzano abitualmente, nella fascia di età compresa fra i 16-74 anni, si aggira intorno al 56%, destinati ad aumentare.
Sicuramente l’arte dei Murales, ha giocato un ruolo fondamentale come espressione artistica/ visiva di un territorio legato alle tradizioni locali, il viaggiatore contemporaneo, vuole scoprire i luoghi da visitare attraverso emozioni e sensazioni sentendosi parte di esso, Instagram è il social ideale che svolge questo compito in modo impeccabile, grazie al coinvolgimento visivo. Il Borgo di Braccano ha avuto e sta avendo la sua notorietà, anche, grazie a questo social che racconta il luogo attraverso le immagini e le community presenti, offrendo così un’esperienza stimolante e ancor più accattivante per i viaggiatori che cercano una meta diversa che può scaturire emozioni. La strada è ancora lunga, ma i Social Network sono strumenti straordinari in grado di accelerare il processo di sviluppo del turismo locale.
A volte non è facile saper raccontare un territorio per la sua vastità ed eterogeneità, ma un uso consapevole ed intelligente dei social media ha rappresentato una risposta positiva alla promozione dei luoghi caratteristici e artistici come il Borgo di Braccano.
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Gli animali selvatici hanno paura dell’uomo così come dei cani e la nostra presenza potrebbero terrorizzarli. Quindi non tentare di avvicinarti troppo, se avvisti un animale osservalo da lontano rimanendo sulla strada o sul sentiero che stai percorrendo. Evita rumori molesti, schiamazzi e musica ad alto volume, apprezza la tranquillità dei suoi abitanti.
E’ assolutamente vietato dare da mangiare agli animali, sanno trovarlo autonomamente e, il nostro comportamento, anche se in buona fede, potrebbe risultare loro dannoso o addirittura fatale. E’ assolutamente vietato il foraggiamento a fini fotografici, purtroppo alcuni fotografi naturalisti, utilizzano questo metodo per poter catturare nel loro obiettivo l’animale, non rendendosi conto del grave danno che può arrecare allo stesso.
A breve sarà primavera può capitare di vedere nell’erba, nel sottobosco o nei pressi del sentiero, dei piccoli di capriolo raggomitolati e immobili. Anche avvicinandoci, questi cuccioli restano fermi e non fuggono, ma attenzione, ciò non significa che siano feriti! Spontaneamente non si muovono per evitare di essere individuati da eventuali predatori, aiutati dal loro mimetismo, (colore del pelo, bruno chiaro e con le caratteristiche macchie bianche) e dall’assenza di odore. I PICCOLI NON VANNO TOCCATI! Se noi tocchiamo i cuccioli di questi, come di altri animali, essi rischiano di venire abbandonati dalla madre, che avverte il nostro odore e non riconosce il piccolo. Se individuate un piccolo capriolo vicino al sentiero o un centro abitato, segnalatelo ai Carabinieri Forestali e mantenetevi a distanza: la madre è sicuramente nelle vicinanze e, di tanto in tanto, torna dal cucciolo per l’allattamento e le cure.
In caso di ritrovamento di animali feriti non toccarli, ma contattate i Carabinieri Forestali. Infatti in caso di ferimento gli animali possono diventare aggressivi, non è mai prudente avvicinarsi, nemmeno agli erbivori.
Può anche capitare di trovare animali in difficoltà, feriti o morti. Ciò che succede alla fauna selvatica nel bosco fa parte del naturale ciclo della vita e non richiede l’intervento dell’uomo. In ogni caso, è importante evitare di toccarli, non solo perché potrebbero trasferire malattie e parassiti, ma anche perché avvicinandoci potremmo spaventarli, peggiorare la loro situazione o addirittura venire attaccati. Segnate la posizione dove è stato avvistato l’esemplare e, avvisare i Carabinieri Forestali al numero 1515.
A cura di Maria Cristina Mosciatti – Guida Naturalistica



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Una delle cose più belle quando si cammina nei sentieri di montagna è, che chiunque si incontri, si saluti sempre.
Insegniamo ai bambini che non si grida e non si corre mentre si cammina nei boschi, perché durante un’escursione, si possono incontrare animali selvatici come caprioli, scoiattoli, lepri o volpi, è sempre un momento bellissimo osservare un animale nel bosco, che ci guarda, e poi scappa veloce.
Ogni camminata in montagna è una continua scoperta, per un bambino, è un terreno di gioco formidabile trovarsi nel bosco e giocare a nascondino tra gli alberi, esplorare e scoprire, ogni gioco andrebbe sempre fatto ricordandosi di rispettare l’ambiente in cui si trova. L’importante è che facciamo attenzione e non strappino i rami degli alberi, non raccolgano i fiori o piante protetti e, soprattutto che non disturbino gli animali.
Quando si trovano i rifiuti di ogni genere sui sentieri o nei boschi, la sensazione è davvero spiacevole, è fondamentale che l’esempio dei grandi sia il modo migliore per insegnare ai bambini che in montagna i rifiuti non si abbandonano nei prati e boschi, ma si riportano sempre a valle, perché in quota non ci sono i cestini per i rifiuti.
Insegniamo ai bambini questa regola che, sicuramente durante le prossime camminate saranno loro a controllare che nessuno lasci i rifiuti in giro.
Buona camminata in montagna!!!!
A cura di Maria Cristina Mosciatti (Guida Naturalistica Ambientale)





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Lungo circa 9 km e con un dislivello di 500 metri in prevalenza su sentiero e carrareccia. Con la macchina dal Borgo di Braccano, si sale, lungo la Provinciale che porta al Monte San Vicino, ma si parcheggia all’Aia di Macciano. Si inizia a scendere su ampio stradone imbrecciato, sentiero 166A. Fare attenzione perché dopo circa 600 metri si deve girare a sinistra ed iniziare a salire sul sentiero 166 che ci porterà ad una delle emergenze ambientali dell’itinerario “il Sasso Forato”, una spaccatura nella roccia che divide due valli.
Impossibile non fermarsi per scattare qualche fotografia ed ammirare questa creazione che la natura ci ha regalato scavando la roccia, per qualche milione di anni. Sembra un vero e proprio tunnel, osservando fino in alto si può notare che la spaccatura arriva fino in cima.
Si riparte salendo su comodo sentiero che poi diventa più ripido e con un fondo più irregolare fino a raggiungere il tratto di strada che dalla provinciale porta al Monumento del Canfaito dal quale ci si inoltra nella prima parte della faggeta su una carrareccia a senso unico (sentiero 209).
In primavera la faggeta si riempie di bellissime fioriture (crochi, bucaneve, scille) mentre in autunno si assiste alla trasformazione (foliage) che crea tappeti di foglie.
Fare attenzione quando la carrareccia ridiventa a doppio senso in quanto bisogna girare decisamente a destra e prendere il sentiero 171 detto anche del Passo Cattivo che si percorrerà in tutta la sua lunghezza (2,4 km) prima su ampi prati che un tempo erano campi coltivati, importante economia per le famiglie che vivevano a ridosso della montagna e poi su un bosco di orno-ostrieto con orniello, carpine, roverella, aceri e che nella parte finale si trasforma quasi completamente in cerro.
All’incrocio con il sentiero 170 che sale da Roti, si gira a destra, prima su carrareccia e poi su sentiero che sale fino all’Acqua dell’Olmo, dove una fonte con acqua fresca che ci aiuterà ad alleviare la sete soprattutto nelle giornate assolate.
Si ricomincia a salire sul sentiero 166, lasciando alla nostra destra i resti della vecchia casa colonica ed una vecchia cava dismessa di calcare massiccio, fino a ritrovare il sentiero 166A che in breve ci riporterà al punto di partenza.
Raccomandiamo come al solito, abbigliamento adeguato, scarponcini da trekking ed una scorta d’acqua per la prima parte dell’itinerario…e silenzio non si esclude che qualche capriolo possa fare “capolino”.







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Consigli per vivere bene la montagna in sicurezza e tranquillità
La escursioni in montagna sono, come ci spiega il presidente dell’APS Guide Escursionistiche BioTrek Esino-San Vicino, una delle più belle attività, in quanto oltre a fare esercizio fisico, si ha l’occasione di conoscere luoghi meravigliosi, di godere della natura e di ambienti incontaminati. Però, è un’attività che richiede, in particolare, conoscenza, esperienza, preparazione, equipaggiamento adeguato e molta prudenza: un approccio rispettoso è importante per trascorrere una giornata in totale sicurezza. Se non c’è la possibilità di una guida escursionistica che ci può condurre nei sentieri di montagna, anche se si ha una certa esperienza è opportuno andare almeno in due perché in caso di necessità è sempre meglio avere qualcuno al proprio fianco e prima di partire procurarsi una cartina con i sentieri della zona, perché anche i passaggi apparentemente più sicuri possono diventare pericolosi
Pianificare e scegliere percorsi in relazione alle proprie possibilità, riconoscendo le capacità tecniche, l’ esperienza e la lunghezza dell’itinerario, chiaramente in funzione delle nostre condizioni fisiche e dell’allenamento. In ogni caso mai sottovalutare il percorso, perché la pericolosità, si può nascondere anche nei tratti a prima vista più semplici. L’escursione non è una sorta di impresa di cui vantarsi tra amici: deve essere un’esperienza di benessere e divertimento.
Prima di iniziare anche una semplice passeggiata in montagna, è opportuno consultare i bollettini meteo , considerando, che il tempo in montagna può cambiare in pochi minuti, preferibile farlo la mattina stessa per avere dati più attendibili; naturalmente in caso di maltempo è meglio rinviare, perché con la pioggia i sentieri diventano scivolosi.
L’elemento più importante per l’escursionista, come sottolinea – il Presidente del BioTrek – è la calzatura alta da trekking, deve avere una suola antiscivolo in Vibram e della misura giusta, perché il piede deve “aderire” al terreno. Per l’abbigliamento, si consiglia a strati, tipo ” cipolla” indossare più strati di indumenti per proteggersi sia dal caldo sia dal freddo.
Nello zaino non deve mai mancare una borraccia d’acqua perché in montagna si perdono molti liquidi e portare cibi leggeri per fare piccoli spuntini, sono ottimi gli alimenti energetici come biscotti integrali, frutta fresca o secca, questa, ricca di potassio ed aiuta a prevenire i crampi, giacca a vento impermeabile e cambio di abbigliamento riposti nello zaino. E’ inoltre importante avere sempre gli occhiali da sole, la crema protettiva solare.
Quello che proprio non si può evitare, con tutta la prudenza del caso, è il rischio di fulmini, il consiglio: non sostare in luoghi aperti o zone su cui si possono scaricare, come sotto alberi isolati, in prossimità della vetta o di una cresta, stare lontani dai corsi d’acqua (anche perché il temporale può provocare un aumento della portata dei fiumi) e spegnere il telefonino.
Quando siamo pronti e iniziamo l’escursione, consigliamo di non iniziare con un passo veloce perché, nella prima parte dell’escursione è necessario fare un po’ di riscaldamento, seguire sempre il gruppo, individuare dei punti di riferimento durante il percorso per orientarsi in caso di smarrimento, importantissimo, seguire sempre il tracciato del sentiero contraddistinto da segnavia di colore bianco rosso.
La montagna e la natura vanno rispettate e ascoltate nella loro biodiversità vegetativa e faunistica, non si uccidono i rettili, che si possono incontrare fermi a causa dell’ipotermia, lungo il sentiero, non si lasciano i rifiuti in giro, ma riportarli a casa, pensate che una buccia di banana ci mette circa 6 mesi a degradarsi e una lattina impiega 500 anni. In particolare EVIATATE di URLARE perché la montagna è solitudine, silenzio e rispetto per gli animali selvatici.
“La montagna è fatta per tutti, non solo per gli alpinisti: per coloro che desiderano riposo nella quiete come per coloro che cercano nella fatica un riposo ancora più forte” – Guido Rey, alpinista
Maria Cristina Mosciatti
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Quante volte abbiamo sentito parlare in tv, letto sui giornali del Cambiamento Climatico?
Centinaia di volte, eppure la maggior parte delle persone pensano che sia un argomento che non appartiene a loro, in realtà non è così è molto più vicino di quello che si pensa.
I dati decennali, ci confermano che la situazione peggiora di anno in anno con delle conseguenze disastrose per la biodiversità, per l’economia e anche per la salute dell’uomo. L’innalzamento della temperatura ha causato lo scioglimento dei ghiacci nelle zone artiche provocando un aumento della massa marina, assistiamo ad una variazione delle stagioni che purtroppo non esistono più, ad un’alternanza di periodi in piena siccità con quelli piovosi, “bombe” di acqua che causano disastri idrogeologici.
Da quanti anni si parla dell’effetto serra? L’aumento dei gas serra nell’atmosfera è dovuto principalmente all’attività dell’uomo. L’intensa industrializzazione ha provocato, e continua sempre più a provocare un’enorme quantità di emissioni di CO2 dovuta all’utilizzo dei combustibili fossili (carbone, petrolio e gas naturale), sono anni che si cerca di sensibilizzare i paesi industriali per poter diminuire gli effetti e, per questo motivo, che l’11 dicembre del 1997 è stato sottoscritto Il trattato climatico durante la Conferenza delle parti di Kyoto, chiamato “Protocollo di Kyoto”, entrato in vigore solo il 16 febbraio 2005 grazie dalla ratifica del Protocollo da parte della Russia. La motivazione della nascita del Protocollo di Kyoto risiedeva nel contrasto al riscaldamento climatico, con le emissioni di CO2 in atmosfera che si costituiscono come il principale costituente dell’impronta ecologica umana ed impegnava i Paesi sottoscrittori ad una riduzione quantitativa delle proprie emissioni di gas ad effetto serra
L’Italia, sembra abbia rispettato gli accordi presi nel protocollo di Kyoto: le emissioni di gas serra sono diminuite in media del 7% nel periodo compreso tra il 2008 e il 2012, rispetto ai valori del 1990.
Ma non è finita qui, non bisogna arrendersi ma continuare, perché purtroppo il cambiamento climatico lo stiamo toccando con mano giorno per giorno.
Anche nel nostro territorio, esiste non possiamo negarlo e se continua con questo andamento tra non molti anni il territorio sarà in grave sofferenza legato alla scarsità delle risorse idriche.
Per l’Italia, secondo i dati del CNR (Centro Nazionale di Ricerca) il 2020 è stato il quinto anno più caldo dal 1800 con una temperatura media annua superiore di 0,96°C rispetto alla media storica di riferimento calcolata per il trentennio 1981- 2010, l’anno più caldo resta il 2018 con un’anomalia di +1,17°C.
Per le Marche, l’anomalia della temperatura media del 2020 è stata più contenuta rispetto a quella nazionale la precipitazione totale media regionale dell’anno appena concluso, pari a 776mm, è stata infatti di 17mm inferiore rispetto alla media del 1981-2010.
Chi non ha sentito parlare i nostri nonni o genitori dei “nevoni” in particolare dopo la metà degli anni 1960 la neve iniziava nei mesi autunnali ed era abbondante, rimpinguando le riserve idriche delle falde sotterranee.
In questi ultimi decenni purtroppo non è stato così, anzi negli anni il 2013/2014 e 2018/2019 la presenza della neve è stata quasi nulla.
Lo scioglimento lento della coltre di neve che ricopre la cima dei monti va ad alimentare goccia dopo goccia l’acqua nel sottosuolo e riempire le falde acquifere necessarie per la sopravvivenza dell’uomo, delle piante e degli animali. Non solo, oltre a purificare l’aria da smog e inquinamento molto più della pioggia, i fiocchi di neve isolano le radici degli alberi dal gelo, fungendo da isolante termico naturale permettendo così al mantenimento delle piante. Il grande freddo che accompagna le nevicate, ha effetti benefici anche sulla salute dell’uomo: migliora la circolazione, diminuisce le infiammazioni, si bruciano più calorie ed inoltre si riduce il rischio di infezioni parassitarie e batteriche, poiché alcuni di questi agenti non sopravvivono a basse temperature.
La pioggia e la neve sono fondamentali per la esistenza di ogni specie vivente, senza acqua non c’è vita, ricopre il 70% della superficie terrestre, l’acqua è stata definita “ORO BLU” il 28 luglio 2010, attraverso la risoluzione 64/292, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha riconosciuto esplicitamente il diritto umano all’acqua, bisogna rieducarsi a piccoli gesti quotidiani affinché non venga sprecata inutilmente.
In un’intervista il climatologo Luca Mercalli afferma: “ Il 2018 è stato in Italia l’anno più caldo di oltre 2 secoli e il riscaldamento globale continuerà la sua marcia inesorabile se non faremo nulla per ridurre le emissioni di gas serra. Le generazioni più giovani saranno quelle che subiranno i guai maggiori e irreversibili. Quindi è estremamente importante che si facciano sentire, che chiedano al lento e contraddittorio mondo politico una svolta ecologica inequivocabile”.
Riflettiamo il problema del cambiamento climatico non è solo globale ma anche nostro, non dimentichiamolo e anche noi con piccole attenzioni quotidiane possiamo fare la differenza.
Maria Cristina Mosciatti

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Vi proponiamo un itinerario partendo dal suggestivo Borgo di Elcito. L’itinerario – ci spiega – si svolge in buona parte sul tracciato del sentiero 209 con una lunghezza di quasi 11 km ed un dislivello di 700 metri. Parcheggiata l’auto si comincia a scendere sulla provinciale seguendo le tracce del sentiero 209 fino a raggiungere l’Abbazia di Valfucina (non visitabile in quanto lesionata dal terremoto). Lasciata l’Abbazia sulla sinistra subito dopo si gira a destra e si inizia a salire prima su carrareccia e poi su sentiero che una volta raggiunta la faggeta si fa sempre più ripido.
Il sentiero ci porta al Monumento del Canfaito dal quale si prosegue si strada asfaltata per poche centinaia di metri (sentiero 166); bisogna fare attenzione a quando l’itinerario lascia la strada e sulla destra comincia a salire verso il Monte La Forcella (sentiero 165).
Questo sentiero ci accompagnerà sui Monti La Forcella, Faldobono e San Vicinello con alcuni tratti in ripida salita e su sentiero sconnesso. Nei mesi di luglio ed agosto si può ammirare il semprevivo, un pianta grassa che produce belle e colorate fioriture – ci consiglia una volta arrivati – sulla cima del Faldobono raggiungeremo la massima elevazione (1275 metri) ed anche se questo Monte non ha l’altezza del San Vicino il panorama è ampio e richiede una breve sosta per ristorarci ed ammirare il paesaggio sottostante. Dopo una breve e ripida discesa si comincia ad attraversare il San Vicinello (fare attenzione a seguire con attenzione i segnavia bianco-rossi in quanto il sentiero tutto in mezzo al bosco è abbastanza articolato).
Una volta arrivati ad un avvallamento conviene abbandonare il sentiero 165 e scendere a destra lungo il fosso del Crino (su tracce evidenti) fino a raggiungere il sentiero 209 che scende dai prati alti. Dopo una breve discesa arriviamo ai “ trocchi” del San Vicino, dove una fonte di acqua corrente e fresca ci inviterà a ristorarci e ad effettuare un buon rifornimento.
Si ricomincia a discendere sotto una bella faggeta che in primavera si riempie di bucaneve, crochi, scille e ciclamini. Raggiunta la strada asfaltata che da Elcito sale al Canfaito bisogna fare attenzione a percorrerla per pochi metri e poi a sinistra attraversare un cancello e su ampia carrareccia salire prima, su ampi prati, al Monte Vincola e poi al Monte Pereta.
Raggiunta la croce posta sulla cima del Pereta avremo ai nostri piedi il Lago di Castriccioni (Cingoli) e girando decisamente a destra si inizia a scendere sempre sul sentiero 209 che in poco tempo ci porterà al punto di partenza.
Vista la lunghezza ed il dislivello – ci raccomanda il Presidente del BioTrek – di avere un allenamento e ci consiglia l’obbligo scarponcini ed un abbigliamento adeguato in relazione alla stagione…ed ora zaino in spalla, acqua e tanta frutta, vi auguriamo una salutare camminata.
Maria Cristina Mosciatti

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Da questa settimana, iniziamo la rubrica C come Camminare dedicata alla natura, con consigli legati alla vita di montagna, non solo rivolta agli escursionisti, ma anche a chi vuole trascorrere una giornata immersi nella natura lontano dallo stress quotidiano. Il presidente Giovanni Angradi dell’Associazione Guide Naturalistiche Ambientali “BioTrek” con sede ad Elcito (Frazione di San Severino Marche), ci consiglia questa settimana un itinerario interessante da un punto di vista sia naturalistico, sia paesaggistico .
“Il primo itinerario consiste in una bella escursione di circa 8 km e con un dislivello di 650 metri sia in salita che in discesa – il sig. Angradi ci descrive in dettaglio il percorso – si lascia l’auto nei Prati Alti del Monte San Vicino (1090 mslm) e si percorre, per un breve tratto la strada asfaltata in direzione Pian dell’Elmo (sentiero 209), qui il sentiero inizia a salire su prato (fare attenzione ai segnavia bianco-rossi) fino a raggiungere una bellissima faggeta – continua – Alcuni faggi dentro al fosso che costeggia il sentiero hanno buona parte delle radici esposte che creano un intreccio bello da vedere e fotografare. Si raggiunge di nuovo la strada asfaltata che si percorre per alcune centinaia di metri in discesa. Fare attenzione ad una carrareccia sulla sinistra con una sbarra dove continua il sentiero 209. Raggiunto un prato si apre un ampio panorama sulla vallata sottostante (Matelica-Cerreto d’Esi) e sulla catena dell’appennino umbro-marchigiano.
Alla fine della carrareccia e dopo un breve tratto su prato si inizia a scendere sul sentiero 173A che porta a Pian dell’Elmo. – Ai primi di giugno non è difficile incontrare copiose fioriture di aglio ursino che si preannunciano con il loro odore caratteristico e poco più in basso ed in un periodo immediatamente successivo inizia la fioritura del giglio martagone, uno dei fiori più belli delle nostre montagne.
Arrivati a Pian dell’Elmo dove è possibile una sosta per rifornirsi di acqua, si sale un breve tratto della strada asfaltata (sentiero 173) per poi salire sulla destra (sentiero 173C) dentro alla pineta.
Raggiunta di nuovo la strada asfaltata, si sale per un brevissimo tratto fino a prendere la carrareccia (sulla sinistra) che inizia a salire in ripida pendenza.
Ad una curva a destra fare attenzione a lasciare il sentiero 173C per prendere il sentiero 173D che totalmente in un sottobosco di faggio e dopo molti tornanti porta in vetta.
Quando il sentiero spiana girando decisamente a sinistra seguire con attenzione le tracce ed i segnavia bianco-rossi, e fra faggete e piccole radure ci porta alla vetta ed alla croce (1480 mslm).
Da qui il panorama è il più ampio possibile e spazia dal mare, alla catena appenninica fino ai Sibillini ed al Corno Grande. Si inizia poi a scendere sul sentiero 112 che ci riporta al punto di partenza.
A maggio e giugno la fioritura dei narcisi (soprattutto sul sentiero 112) e delle bellissime peonie e degli asfodeli sui prati bassi rende il paesaggio una macchia di colori indescrivibile.
Non c’è altro modo per descriverli che prendere la macchina, zaino, acqua e scarponcini ed…..andare.”
Maria Cristina Mosciatti
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La natura ci circonda, è la nostra casa per eccellenza. Immergerci nella natura ci fa sentire meglio è sinonimo di pace. Ma, anche di forza inarrestabile. La sua forza è infatti senza limite: é capace di creare le cose più meravigliose, ma allo stesso tempo è capace di portarle via per sempre.







