-
Commendatario dell’Abbazia di Santa Maria de Rotis, Copista e Tipografo

Abbazia di Santa Maria de Rotis Il nome completo del Columnis era Nicola Bartolomeo, ma preferì firmare quasi sempre con il secondo nome. La sua famiglia, molto probabilmente, era originaria di Genova: sono ricordati nel Quattrocento vari genovesi con lo stesso cognome che ebbero rapporti con l’Oriente.
Bartolomeo Colonna, svolse, almeno in gioventù a Chio, l’attività di copista, come ci testimonia la sottoscrizione del codice Rossiano 703 della Biblioteca Apostolica Vaticana. Le notizie riguardanti il Colonna, per questo primo periodo della sua vita, sono poche; si ampliano a partire dal 1454, anno nel quale, secondo una nota autografa contenuta in uno dei codici da lui posseduti, il 7 agosto si imbarcò su una nave per approdare il 12 agosto a Creta. Non sappiamo se con questo viaggio egli abbia lasciato definitivamente la sua isola, in quell’anno comunque, o negli anni immediatamente seguenti, si andò in Italia dove stabilì definitivamente; sbarcò probabilmente ad Ancona, città che intratteneva i rapporti con l’Oriente.

Stabilitosi nelle Marche, Bartolomeo Colonna allacciò relazioni personali che gli valsero in seguito l’investitura da parte di Pio II di una conveniente dignità ecclesiastica, quella di commendatario del monastero di S. Maria de Rotis, situato vicino Matelica (Marche). Lo avevano raccomandato i signori di Matelica, Antonio e Alessandro Ottoni, patroni del monastero, che lo presentarono come studioso di lettere greche e latine; egli prese immediatamente possesso della commenda che dovette risolvere i suoi problemi materiali e permettergli una vita abbastanza tranquilla da dedicare agli studi.
Lui, ebbe anche un’altra attività, non troppo lontana dalla sua originaria professione di copista: fu, infatti, il primo tipografo di Matelica dove, nel 1471, stampò e sottoscrisse una edizione della Vita della Madonna di Antonio Cornazzano che è conservata in un unico esemplare posseduto dalla Biblioteca Ambrosiana di Milano. Si tratta di un libretto di 34 carte, in 40 senza segnature, stampato con un carattere romano piuttosto originale che non risulta usato in nessun’altra edizione nota, e impiegando una carta che, per quanto è deducibile dalla filigrana, doveva provenire dalle cartiere di Fabriano.

Volle, probabilmente, sperimentare, lui copista, questa nuova arte “meccanica” che stava rinnovando la forma del libro e della quale già circolavano parecchi esempi. Non sappiamo se avesse dei collaboratori in questa attività né se fondesse egli stesso i caratteri, ma è molto probabile che fosse lui l’autore del loro disegno; sono ignoti altri prodotti dell’officina tipografica di Matelica.

Nel 1475, quale commendatario del monastero di Roti, fece costruire il campanile, ancora esistente, della chiesa di S. Maria in Piazza, ora cattedrale di Matelica, che apparteneva al suo monastero. L’ultima notizia che possediamo riguardante il Colonna è del 5 ott. 1487, quando redigeva l’inventario dei beni di Alessandro Ottoni, morto in quell’anno; nel modesto elenco di libri che vi è contenuto sono ricordati un offiziolo (piccolo libro miniato che conteneva le preghiere in onore della Vergine) scritto dallo stesso Bartolomeo Colonna. e “più quinterni della vita di nostra donna” che potrebbe pure identificarsi con l’edizione della Vita della Vergine Maria stampata nel 1473.
Il Colonna di fatto arricchì, diremmo oggi, la possibilità formativa di Matelica, portando lo studio delle lettere classiche greche e permettendo, inoltre, parlando e scrivendo fluentemente usando frasi composte di termini greci, latini ed italiani, il Colonna ha lasciato tracce dei progetti fatti in quest’epoca, in cui la comunità matelicese si arricchì di elementi greci o grecizzanti.
Del Bartolomeo Colonna possediamo un’ultima notizia, raccolta dallo studioso Giuseppe Antonio Vogel, che segnala come nel 1512 sia datato l’ultimo documento in cui appare il nome del vivente abate Bartolomeo da Chio.
La morte deve essere avvenuta qualche anno dopo, nel 1515, quando a succedergli fu il nipote anconetano Urbano, figlio di quel Silvestro che aveva sposato sua nipote Battistina.
Maria Cristina Mosciatti
Bibliografia:
Bartolomeo da Chio – Il greco genovese che portò la stampa nelle Marche di Matteo Parrini
Dizionario Biografico degli italiani, Vol. 27 – Treccani: Columnis Batolomeo di Paolo Veneziani

-
L’associazione “Organizzazione di Volontariato Roti” continua ad essere attiva coinvolgendo nel proprio progetto professionisti, che apprezzano l’area naturalistica della valle di Roti. Il prof. Natele Reda, agronomo e collaboratore della Politecnica delle Marche ha realizzato, uno studio molto interessante del territorio sia da un punto di vista storico che agronomico.
Il prof. Reda si riferisce definendo “Le attività umane intorno a Rotis ebbero certamente un impulso caratterizzante da parte dei monaci (Benedettini) che intorno al IX e X secolo si installarono nel sito e incisero sul paesaggio forestale e rurale provocando radicali trasformazioni della economia degli indigeni.
Non sappiamo come fosse l’ambiente in epoca romana antecedente alla realizzazione del manufatto di Rotis tuttavia facendo fede a quanto già noto grazie alla disponibilità di manoscritti dedicati agli eventi e alle opere in siti similari delle alte colline marchigiane possiamo immaginare che a Rotis (così come a Camaldoli o a Fonte Avellana) si eseguirono disboscamenti, dissodamenti e bonifiche per mettere in coltivazione terreni di superfici adeguate a fornire nutrimento sufficiente per la comunità ivi vivente. Sappiamo per certo che vennero applicate tecniche innovative di gestione delle attività agro-silvo-pastorali e che anche i rapporti sociali vennero poco a poco adeguati al fine di dare nuova dignità a uomini e donne che fino ad allora erano statii considerati homines de terra o ancor peggio mancipia .
I monaci di Rotis così come quelli dei vari monastirium che sorsero lungo la dorsale dell’Appennino tosco-umbro marchigiano riuscirono a gestire le risorse energetiche, alimentari e culturali disponibili organizzando comunità di agricoltori- allevatori-artigiani in equilibrio dinamico e resiliente senza acquisire input energetici esterni. Scoprirono ed integrarono le risorse del sito senza sminuire le possibilità di uso nelle epoche successive. Equilibrio e resilienza consentirono una discreto tenore di vita e soddisfacenti attività produttive anche negli anni successivi all’abbandono del sito da parte della famiglia monastica e cioè almeno fino al XVI secolo. La famiglia di religiosi che si installò a Rotis come altrove utilizzò coscienziosamente la foresta tanto che non solo non ne esaurirono le risorse a favore della generazione vivente ma incrementarono la fecondità dei vegetali che la costituivano e degli animali che naturalmente la popolavano . Si può, dunque, affermare che, mostrarono di saper gestire con accortezza tutte le ricchezze che le foresta accumula sfruttando l’energia solare e i nutrienti disponibili nell’ambiente edafico .Le coltivazioni di vegetali per uso nutrizionale e gli sfruttamenti delle selve a fini connessi con la vita dell’uomo ( legname da ardere e da opera, erbe per allevamenti animali ) vennero attuate secondo ritmi naturali senza creare nella comunità indigena gravi carenze o ingestibili surplus. Lasciarono l’ambiente non degradato, lo rispettarono e lo amarono intuendo che avrebbe dovuto ospitare e saziare molte generazioni che sarebbero seguite. Quando la comunità monastica abbandonò Rotis la spiritualità che animava i religiosi ed non poté più orientare le attività produttive che non essendo più inquadrate in un contesto di rispetto del Creato procedettero senza razionalità. Infine la discreta asprezza dell’ambiente, la lontananza da grandi vie di comunicazione e la ristretta disponibilità di risorse facilmente sfruttabili convinse agricoltori e allevatori a trasferirsi in ambienti in cui il lavoro della terra venisse meglio ripagato. L’insieme di questi fattori ha favorito la conservazione della associazione di erbe e piante spontanee. La minore pressione delle attività umane ha consentito di mantenere elevati livelli di naturalità dell’ area ,di purezza delle acque sorgive e della terra” – continua il Prof. Reda riferendosi ad un attuale progetto di fattibilità – “Il sistema produttivo agro-silvo- pastorale istituito e gestito per secoli dai benedettini è esempio di gestione multifunzionale flessibile e durevole .oggi lo definiremmo sostenibile, poiché la mia disciplina NON deve prendere in esame in via principale le strutture architettoniche e le strutture abitative suggerisco in forma sintetica passaggi importanti e , ineludibili per supportare le attività umane che coinvolgono gli attuali residenti e attrarre interesse di persone che hanno abbandonato il mondo rurale ma vorrebbero e saprebbero reinserirsi attivamente in esso:
1. Studio delle testimonianze scritte disponibili sull’ambiente e sulle attività svoltevi nel passato .Integrazione dei parametri mancanti con una lettura sinottica di testi disponibili sulla vita di comunità simili e coeve. Fondamentale sarà il riferimento al Codice Forestale Camaldolese .
2. Inventario delle attività svolte attualmente dai componenti delle comunità interessate.
3. Inventario delle potenzialità umane e tecniche disponibili nel comprensorio e nelle zone limitrofe.
4. Inventario dei fabbricati ad uso abitativo e/o artigianali già in uso o disponibili per attività lavorative.
5 .Inventario dei “Giacimenti energetici” del sito: Ampiezza e tipologia dei boschi, Ampiezza e tipologia dei pascoli ricognizione delle superfici destinabili a coltivazioni, ricognizione sulle sorgenti idriche, ricognizione sulle eventuali disponibilità di sottoprodotti da gestire per assicurare una autosufficienza energetica delle comunità. Valutazione della opportunità di introdurre metodi moderni di intercettazione e condivisione delle energie solari ed eoliche. L’utilizzo di fonti di energia rinnovabili dovrebbe consentire di puntare ad una mobilità elettrica all’interno dell’area e soprattutto la acquisizione di macchine operatrici agricole da utilizzare nei lavori agricoli, Vedi trattrici agricole elettriche e/o a guida autonoma ( da poco disponibili sul mercato) .
6. Approfondite valutazioni del microclima e scelte condivise di specie vegetali ed animali armoniosamente inseribili per aumentare la sostenibilità delle attività produttive nel sito (Ad esempio coltivazione di varietà di cereali adattate o adattabili al clima oppure di piante officinali o aromatiche. Pascolamenti con ruminanti e avicunicoli al fine di rendere autosufficiente e fortemente caratterizzato il sito secondo modalità che consentano una crescita regimata deli turismo anche a scopi curativi
7. Informatizzazione dei dati per consentire valutazioni, deduzioni e successive proposte alle Amministrazioni coinvolgibili.
8. Realizzare Filiere produttive che consentano l’instaurazione di forme di economie circolari in cui non si generino scarti che diventano rifiuti da nascondere o propinare a terzi ne eccedenze che a sua volta diventino rifiuti. Propongo sin da subito alcune filiere di rapida costituzione perché forse già disponibili in loco persone con abilità comprovate e perché potrebbero intercettare più facilmente finanziamenti pubblici: La filiera del Pane ( dai cereali adatti al luogo alla conservazione e alla trasformazione in farina e pane in qualità e forma tipica e riconoscibile).
La Filiera delle Leguminose “antiche” del tipo Roveja, Cicerchia,
La filiera delle Erbe officinali che in questi ambienti potrebbero essere prodotte con certificazione da agricoltura bio. Essa dovrebbe comprendere anche le fasi di essiccazione, tranciatura e confezionamento e perché no l’estrazione per distillazione di oli essenziali.
La filiera zootecnica fortemente caratterizzata da animali ruminanti in grado di utilizzare alimenti fibrosi e fortemente cellulosici anche sottoprodotti non altrimenti utilizzabili per alimentazione umana.
Premessa a qualsivoglia filiera dovrebbe essere un Accordo di area tra produttori agricoli e allevatori per vincolare a forme di Coltivazione e Allevamenti solo secondo i dettami del biologico o della Agricoltura conservativa. Infine ultima ma assolutamente prima inter pares la filiera della informatizzazione premessa sia della commercializzazione al di fuori dell’area interessata e della comunità in essa insediata sia della realizzazione di attività ricreative, culturali e turistiche secondo programmazioni che impediscano il depauperamento ambientale. Si sottende che l’informatizzazione va rinforzata con un cablaggio in rete dell’intera area che attragga a vivere sul posto anche chi amando l’ambiente naturale voglia sviluppare attività informatiche”.
Un progetto molto interessante e ben strutturato, non lasciando nulla al caso, il prof. Reda con la sua competenza ha creduto ad un grande opportunità per il nostro territorio montano.
Maria Cristina Mosciatti

-

Murales di Zefiro e Aura Il Borgo dei Murales, conosciuto come la galleria d’arte a cielo aperto, si è arricchito di una nuova opera artistica terminata in questi giorni. Gli artisti sono due ragazzi che vivono a Castelraimondo e nella loro vita quotidiana svolgono attività completamente diverse, hanno la passione non solo di dipingere, ma anche di comporre versi poetici che descrivono il dipinto da loro realizzato.
Giovanni Perno, di origine Campane di Avellino ci illustra la sua opera: “la tecnica che ho utilizzato è principalmente bombolette a spray di acrilico, alternando la tecnica libera con l’utilizzo degli stencil” – invece Valeria di Martino la parte poetica, ci spiega la scelta di realizzare un Murales dedicato ai due venti primaverili “ci siamo ispirati alla Venere del Botticelli, dove sono raffigurati in un abbraccio i due venti. Li abbiamo raffigurati nell’angolo Zefiro, vento che preannuncia l’arrivo della bella stagione, accompagnato da Aura, che significa “brezza”– continua di Martino – l’idea di sospiro è dal respiro nasce la bellezza che è la Venere intesa in senso universale come splendore della vita, è nata pensando ad un soffio di bellezza verso l’uomo, verso la persona”. Gli artisti oltre a lasciare la loro firma, hanno composto una frase: “Intrecci di vita, speranza fecondo di pace, soffio di bellezza su tutto ciò che è vivo. Vivi perché sei bella, sei bella perché vivi”
Un Murales poetico, raffigurato con colori vivi intensi, primaverili, Zefiro dipinto sembra quasi vero il suo soffio con le “guance” gonfie danno l’idea di una reale folata di vento, dove, grazie ai particolari, aiutano a comprendere il legame e la complicità presente tra i due venti.
Un Murales figurativo dove l’interpretazione sarà soggettiva da parte di chi lo osserverà dando spazio alla fantasia di messaggi che potrebbe trasmette, al turista.
Maria Cristina Mosciatti
-



Il Borgo di Braccano, è diventato un luogo turistico con una propria identità ed immagine, che ha superato qualsiasi aspettativa, i Murales e l’offerta naturalistica che lo circonda rappresenta senza alcun dubbio un aspetto, rilevante per una scelta turistica di nicchia.
L’ informazione di Braccano, è divenuta fondamentale ed ha funzionato per un piccolo borgo con poco più di 110 residenti, la strategia di “conoscenza” dell’identità legata al web e ai social network è stata uno strumento indispensabile per il territorio. Identità, che è fortemente sostenuta dalla cultura e, quindi, dalle persone che vivono all’interno della comunità dove il turista interagisce.
Oggi giorno, la promozione del territorio (marketing territoriale) ha assunto un ruolo fondamentale all’interno delle strategie di comunicazione turistica di qualsiasi luogo. L’obiettivo della promozione turistica del Borgo di Braccano, è stato quello di aumentare il valore del territorio al fine di renderlo anche competitivo con altri territori, ma nello stesso tempo più attrattivo possibile, grazie alla realizzazione, da parte di alcuni residenti, di un sito web https://braccano.jimdofree.com, che oggi ha superato le 21.000 visite, disponibile anche la versione mobile, collegandolo successivamente con le piattaforme dei social network come: Facebook Borgo di Braccano, Twitter, @MuralesBraccano, Instagram @borgoNaturainarte e #braccano con 1878 post fotografici pubblicati, offrendo la possibilità di “apparire su internet”, considerando che in Italia il numero di persone che lo utilizzano abitualmente, nella fascia di età compresa fra i 16-74 anni, si aggira intorno al 56%, destinati ad aumentare.
Sicuramente l’arte dei Murales, ha giocato un ruolo fondamentale come espressione artistica/ visiva di un territorio legato alle tradizioni locali, il viaggiatore contemporaneo, vuole scoprire i luoghi da visitare attraverso emozioni e sensazioni sentendosi parte di esso, Instagram è il social ideale che svolge questo compito in modo impeccabile, grazie al coinvolgimento visivo. Il Borgo di Braccano ha avuto e sta avendo la sua notorietà, anche, grazie a questo social che racconta il luogo attraverso le immagini e le community presenti, offrendo così un’esperienza stimolante e ancor più accattivante per i viaggiatori che cercano una meta diversa che può scaturire emozioni. La strada è ancora lunga, ma i Social Network sono strumenti straordinari in grado di accelerare il processo di sviluppo del turismo locale.
A volte non è facile saper raccontare un territorio per la sua vastità ed eterogeneità, ma un uso consapevole ed intelligente dei social media ha rappresentato una risposta positiva alla promozione dei luoghi caratteristici e artistici come il Borgo di Braccano.
#nature #photography #naturephotography #love #photooftheday #travel #instagood #beautiful #picoftheday #art #photo #instagram #landscape #naturelovers #like #follow #happy #bhfyp #summer #travelphotography #life #sunset #style #instadaily #fashion #beauty #ig #photographer #flowers #bhfyp
#smile #wildlife #mountains #me #likeforlikes #myself #adventure #model #cute #naturelover #india #landscapephotography #hiking #followme #green #explore #canon #instalike #photoshoot #outdoors #birds #insta #selfie #travelgram #beach #wanderlust #sun #animals #macro #forest
-

Gli animali selvatici hanno paura dell’uomo così come dei cani e la nostra presenza potrebbero terrorizzarli. Quindi non tentare di avvicinarti troppo, se avvisti un animale osservalo da lontano rimanendo sulla strada o sul sentiero che stai percorrendo. Evita rumori molesti, schiamazzi e musica ad alto volume, apprezza la tranquillità dei suoi abitanti.
E’ assolutamente vietato dare da mangiare agli animali, sanno trovarlo autonomamente e, il nostro comportamento, anche se in buona fede, potrebbe risultare loro dannoso o addirittura fatale. E’ assolutamente vietato il foraggiamento a fini fotografici, purtroppo alcuni fotografi naturalisti, utilizzano questo metodo per poter catturare nel loro obiettivo l’animale, non rendendosi conto del grave danno che può arrecare allo stesso.
A breve sarà primavera può capitare di vedere nell’erba, nel sottobosco o nei pressi del sentiero, dei piccoli di capriolo raggomitolati e immobili. Anche avvicinandoci, questi cuccioli restano fermi e non fuggono, ma attenzione, ciò non significa che siano feriti! Spontaneamente non si muovono per evitare di essere individuati da eventuali predatori, aiutati dal loro mimetismo, (colore del pelo, bruno chiaro e con le caratteristiche macchie bianche) e dall’assenza di odore. I PICCOLI NON VANNO TOCCATI! Se noi tocchiamo i cuccioli di questi, come di altri animali, essi rischiano di venire abbandonati dalla madre, che avverte il nostro odore e non riconosce il piccolo. Se individuate un piccolo capriolo vicino al sentiero o un centro abitato, segnalatelo ai Carabinieri Forestali e mantenetevi a distanza: la madre è sicuramente nelle vicinanze e, di tanto in tanto, torna dal cucciolo per l’allattamento e le cure.
In caso di ritrovamento di animali feriti non toccarli, ma contattate i Carabinieri Forestali. Infatti in caso di ferimento gli animali possono diventare aggressivi, non è mai prudente avvicinarsi, nemmeno agli erbivori.
Può anche capitare di trovare animali in difficoltà, feriti o morti. Ciò che succede alla fauna selvatica nel bosco fa parte del naturale ciclo della vita e non richiede l’intervento dell’uomo. In ogni caso, è importante evitare di toccarli, non solo perché potrebbero trasferire malattie e parassiti, ma anche perché avvicinandoci potremmo spaventarli, peggiorare la loro situazione o addirittura venire attaccati. Segnate la posizione dove è stato avvistato l’esemplare e, avvisare i Carabinieri Forestali al numero 1515.
A cura di Maria Cristina Mosciatti – Guida Naturalistica



#nature #photography #naturephotography #love #photooftheday #travel #instagood #beautiful #picoftheday #art #photo #instagram #landscape #naturelovers #like #follow #happy #bhfyp #summer #travelphotography #life #sunset #style #instadaily #fashion #beauty #ig #photographer #flowers #bhfyp
#smile #wildlife #mountains #me #likeforlikes #myself #adventure #model #cute #naturelover #india #landscapephotography #hiking #followme #green #explore #canon #instalike #photoshoot #outdoors #birds #insta #selfie #travelgram #beach #wanderlust #sun #animals #macro #forest
#animali #animals #animal #nature #natura #love #instagood #dog #animalsofinstagram #fauna #instanature #pet #pets #cat #cute #instalife #photography #italy #photooftheday #dayshots #nature_shooters #awesome_shots #instanaturelover #wild #naturaleza #natgeohub #igs #dogs #animallovers #naturephotography #animaliselvatici
-

Nel corso del mese di agosto, a Braccano, si sono svolti diversi momenti di incontro e confronto con alcuni cittadini e con gli operatori coinvolti nel progetto “Braccano Amico Fragile”. Gli appuntamenti, tra cui quelli dell’8 e del 29 agosto, hanno rappresentato occasioni importanti per iniziare a ragionare insieme sul futuro del paese, sulle sue fragilità, sulle risorse presenti e sulle possibilità di costruire nuove forme di partecipazione, socialità e sviluppo locale. Più che presentare semplicemente un programma di attività, gli incontri hanno permesso di mettere al centro una domanda fondamentale: che cosa significa oggi essere comunità a Braccano e che cosa possiamo fare perché il paese torni a riconoscersi come tale? Braccano è oggi una realtà diversa rispetto al passato. Sono cambiate le relazioni, le abitudini, il modo di vivere il territorio e anche il senso di appartenenza. Come accade in molti piccoli centri dell’entroterra, esistono fragilità, forme di isolamento e una certa difficoltà a immaginare prospettive nuove. Proprio da qui vuole partire “Braccano Amico Fragile”: non da ciò che manca, ma dalla possibilità di ricostruire legami, recuperare risorse e rimettere in movimento la comunità. L’obiettivo è far comprendere che vivere bene non deve necessariamente significare spostarsi verso il centro di Matelica o verso realtà maggiormente servite. Anche un piccolo paese può diventare un luogo nel quale vivere, lavorare, creare relazioni e costruire opportunità, purché esista una comunità capace di organizzarsi, partecipare e guardare avanti. Per questo uno degli elementi centrali del progetto sarà la partecipazione civica. I cittadini non dovranno essere soltanto destinatari delle attività, ma protagonisti. Saranno chiamati a partecipare, avanzare proposte, esprimere necessità, osservare ciò che viene realizzato e contribuire concretamente al percorso. È stato sottolineato come, soprattutto nella fase iniziale, non tutti possano comprendere immediatamente il significato di un progetto così articolato.

Per questo sarà fondamentale il contatto diretto con le persone: andare incontro alla comunità, spiegare, ascoltare e creare fiducia. Se le persone non verranno spontaneamente verso il progetto, dovrà essere il progetto ad andare verso di loro. Un’attenzione particolare sarà rivolta ai giovani, cercando di offrire nuovi stimoli, occasioni di partecipazione e possibilità di immaginare il proprio futuro anche nel territorio nel quale sono cresciuti. Tra le idee emerse negli incontri vi è il recupero dei terreni abbandonati, che potrebbero tornare ad essere utilizzati attraverso forme di orticoltura sociale e piccole produzioni agricole. Esperienze come quella dello zafferano dimostrano che anche coltivazioni di dimensioni contenute possono creare interesse, coinvolgimento e opportunità. L’agricoltura, inoltre, può diventare uno strumento di inclusione, coinvolgendo anche persone con disabilità o fragilità. Accanto alla terra, vi sono altre risorse da riscoprire: gli allevamenti, il legno locale, le erbe spontanee e officinali, le tradizioni agricole e artigianali. Da queste risorse potranno nascere laboratori, esperienze formative e piccole attività produttive. Uno dei primi laboratori previsti sarà quello di falegnameria, che potrà diventare uno spazio nel quale recuperare competenze, riparare oggetti, riutilizzare materiali e realizzare manufatti. Il lavoro prodotto attraverso il laboratorio potrà essere restituito alla comunità, facendo diventare l’attività non soltanto un momento formativo, ma anche una forma concreta di utilità collettiva. Un altro tema fondamentale è quello dell’artigianato locale. Molti mestieri tradizionali stanno progressivamente scomparendo, ma proprio le nuove tecnologie possono offrire opportunità impensabili fino a pochi anni fa. Internet e i social permettono anche a piccole produzioni locali di raggiungere un pubblico molto più ampio. Conservare le competenze del passato non significa quindi rinunciare all’innovazione: significa piuttosto trovare nuovi strumenti per mantenerle vive. Grande spazio sarà dedicato anche alla memoria del paese. Attraverso incontri con storici, testimonianze, interviste e laboratori si potranno ricostruire le vicende di Braccano, della mezzadria, del pascolo, del bosco, dell’agricoltura e degli usi civici. La storia potrà diventare uno strumento per comprendere come la comunità si sia trasformata nel tempo e per costruire un legame tra chi vive a Braccano da generazioni e chi, in futuro, potrebbe scegliere di trasferirsi qui. In questo percorso potrà assumere un ruolo importante il teatro popolare. Raccogliere le storie delle persone, trasformarle in una sceneggiatura e portarle in scena significa lasciare una traccia, creare memoria e, soprattutto, permettere alla comunità di raccontarsi. È stata proposta anche la realizzazione di un ritratto fotografico degli abitanti di Braccano, da trasformare in una mostra che racconti il volto della comunità di oggi. Anche il cinema potrebbe rappresentare uno strumento interessante per raccontare non soltanto Braccano, ma più in generale le storie dell’Appennino, attraverso laboratori e percorsi dedicati alla narrazione audiovisiva. Accanto alle attività culturali potranno essere recuperati anche i giochi tradizionali di una volta, come la campana e altri giochi popolari, creando occasioni di incontro tra bambini, adulti e anziani. Un altro grande tema affrontato negli incontri riguarda la fragilità sociale e il welfare di comunità. In un piccolo paese, dove alcuni servizi possono essere più difficili da raggiungere, la comunità può diventare essa stessa parte della risposta.

Da qui nasce l’idea dell’assistenza sociale di vicinato: creare una rete di persone capaci di prestare attenzione agli anziani, alle persone sole e alle situazioni di maggiore difficoltà. Non si tratta di sostituire i servizi sociali, ma di affiancarli attraverso forme di solidarietà e prossimità. Il vicino può tornare ad aiutare il vicino e il paese può diventare una rete nella quale le fragilità vengono riconosciute prima che diventino isolamento. Tra le esperienze da approfondire vi sono anche gli orti sociali e le attività rivolte a persone con fragilità cognitive, nelle quali il rapporto con la terra, la manualità e la vita all’aperto possono diventare importanti strumenti di benessere e relazione. Nel percorso di “Braccano Amico Fragile” avrà un ruolo importante anche il turismo sostenibile. Braccano è conosciuta soprattutto per i suoi murales, ma il paese possiede molte altre risorse. Occorre pensare a un turismo diverso, di qualità, capace di rispettare l’ambiente e di coinvolgere direttamente gli abitanti. Per farlo sarà necessario ragionare sui servizi, sull’accoglienza, sulla viabilità e sui parcheggi, ma anche sulla possibilità di creare esperienze legate all’agricoltura, alle erbe spontanee, alla cucina, all’artigianato e alla storia del territorio. Tra le ipotesi emerse vi è anche quella di approfondire il modello dell’albergo diffuso, che potrebbe permettere di valorizzare il patrimonio abitativo esistente e creare nuove opportunità per i proprietari. Bosco, agricoltura, turismo e comunità dovranno però essere pensati insieme, costruendo un modello di sviluppo che mantenga come principio fondamentale il rispetto dell’ambiente. Un altro elemento condiviso durante gli incontri è la necessità di confrontarsi con altre realtà. Esperienze simili esistono già in altre parti d’Italia: piccoli paesi che hanno recuperato terreni, antichi mestieri, reti di solidarietà e nuove forme di turismo. Entrare in una rete di esperienze può aiutare Braccano a non sentirsi isolata, a imparare da ciò che altrove ha funzionato e a trovare soluzioni adatte alle proprie caratteristiche. Il percorso non sarà semplice e non produrrà risultati immediati. Richiederà tempo, capacità di ascolto e soprattutto partecipazione. Ma il messaggio emerso dagli incontri di agosto è molto chiaro: “Braccano Amico Fragile” non deve essere un progetto calato dall’alto.

Gli operatori e le associazioni coinvolte possono accompagnare, facilitare, proporre e mettere a disposizione strumenti e competenze. Ma il progetto dovrà progressivamente diventare il progetto dei braccanesi. La vera sfida sarà arrivare al momento in cui la comunità sarà capace di portare avanti autonomamente ciò che è stato costruito. Perché il risultato più importante non sarà il numero dei laboratori realizzati o degli incontri organizzati. Sarà riuscire a far crescere una comunità più consapevole delle proprie risorse, più solidale, più aperta e capace di progettare il proprio futuro. Noi possiamo essere il veicolo, ma il viaggio dovrà continuare con le gambe della comunità. Ed è forse questo il significato più profondo di “Braccano Amico Fragile”: non intervenire semplicemente sulle fragilità, ma trasformarle in un’occasione per ritrovare il senso dello stare insieme e restituire futuro a un paese.
Maria Cristina Mosciatti

-

Cambiamento climatico e nuova centralità dell’Appennino marchigiano. Per molti anni abbiamo raccontato l’entroterra attraverso una sola parola: spopolamento. Nelle Marche, e in particolare lungo la fascia appenninica che comprende Fabriano, Matelica, Camerino, San Severino Marche e tanti piccoli comuni montani, questo fenomeno si è intrecciato con altri elementi profondamente destabilizzanti: la crisi industriale, l’invecchiamento della popolazione, la diminuzione dei servizi, il sisma del 2016 e, più in generale, una progressiva perdita di centralità rispetto alle aree urbane e costiere. Per anni abbiamo guardato a questi territori chiedendoci come impedirne lo svuotamento.
Forse, però, dovremmo iniziare a porci anche una domanda diversa: “E se nei prossimi decenni fossero proprio questi territori a tornare ad essere desiderati?”
Non perché il cambiamento climatico rappresenti una buona notizia. Tutt’altro. Ma perché proprio il cambiamento climatico potrebbe modificare, nel tempo, anche la geografia dell’abitare, rendendo meno favorevoli alcune aree oggi fortemente attrattive e restituendo invece valore a territori che per decenni abbiamo considerato marginali.
Il climatologo Luca Mercalli ha più volte richiamato l’attenzione sul possibile ritorno verso le terre alte, osservando come l’aumento delle temperature e le nuove modalità di lavoro possano rendere montagna e aree interne più interessanti dal punto di vista residenziale.
Non si tratta di immaginare improvvise migrazioni di massa dalla costa verso l’Appennino. Si tratta piuttosto di osservare una possibile tendenza.

Le città e le aree maggiormente urbanizzate stanno vivendo estati sempre più calde, caratterizzate da temperature elevate, forte umidità e notti nelle quali diventa difficile recuperare condizioni di benessere termico. Una città come Jesi, ad esempio, rappresenta bene questa trasformazione. La sua posizione tra la fascia costiera e l’entroterra la rende un ottimo punto di osservazione: negli ultimi anni il caldo estivo è diventato sempre più persistente e l’umidità contribuisce a rendere più difficile la vivibilità urbana durante le ondate di calore.

Jesi Se ci spostiamo verso Fabriano, Matelica, Camerino o verso i piccoli centri dell’Appennino, le condizioni cambiano. Questo non significa che l’entroterra sarà immune dagli effetti della crisi climatica. Anche qui aumenteranno i rischi legati a siccità, incendi boschivi, eventi meteorologici estremi, dissesto idrogeologico e trasformazione degli ecosistemi. Ma, almeno relativamente, molte aree appenniniche potrebbero mantenere condizioni climatiche estive più favorevoli rispetto alle zone maggiormente urbanizzate e costiere.

Matelica Ed è proprio questo elemento relativo a diventare interessante. Non esisteranno probabilmente territori completamente protetti dal cambiamento climatico. Esisteranno però territori più o meno vulnerabili.
Anche l’Adriatico sta cambiando
Contemporaneamente cambierà anche il nostro rapporto con il mare Adriatico. L’aumento della temperatura delle acque, l’evaporazione, la variazione delle precipitazioni e degli apporti fluviali, l’innalzamento del livello marino e l’erosione costiera sono tutti fenomeni destinati ad assumere un peso crescente. È importante precisare un aspetto: lo scioglimento dei ghiacciai non determina direttamente l’aumento della salinità del mare, perché immette acqua dolce negli oceani. Nell’Adriatico l’aumento della salinità può invece essere collegato soprattutto al riscaldamento delle acque, alla maggiore evaporazione, alla diminuzione delle precipitazioni, ai minori apporti dei fiumi e ai cambiamenti nella circolazione marina. A questo si aggiunge un problema ancora più concreto per le zone costiere: l’intrusione salina nelle falde acquifere.

Mare Adriatico Con l’innalzamento del livello del mare, la riduzione degli apporti di acqua dolce e l’utilizzo intensivo delle falde, l’acqua marina può penetrare negli acquiferi costieri, compromettendo progressivamente la qualità delle risorse idriche. Ed è particolarmente significativo, per noi marchigiani, che proprio nella bassa valle dell’Esino siano stati condotti studi sul rischio di intrusione salina legato anche agli scenari di cambiamento climatico.
Il mare, quindi, potrebbe progressivamente trasformarsi. Da elemento quasi esclusivamente attrattivo potrebbe diventare, almeno in alcune aree, anche un fattore di maggiore vulnerabilità. E allora la distanza dalla costa potrebbe non essere più percepita soltanto come uno svantaggio.
Potrebbe diventare un valore.
Una nuova geografia dell’abitare
Per decenni la direzione sembrava quasi obbligata.
Dai piccoli paesi verso le città.
Dalla montagna verso la pianura.
Dall’entroterra verso la costa.
Lavoro, università, servizi e opportunità economiche spingevano inevitabilmente in quella direzione.
Oggi qualcosa sta cambiando.
Lo smart working e il lavoro digitale hanno indebolito, almeno per una parte della popolazione, il legame rigido tra luogo di lavoro e luogo di residenza.

Un professionista, un consulente, un lavoratore autonomo o un dipendente che può svolgere parte della propria attività da remoto non è necessariamente costretto a vivere vicino a un grande centro urbano.
E allora può iniziare a scegliere in base ad altri parametri.
Costo delle abitazioni.
Qualità dell’aria.
Temperature estive.
Spazi disponibili.
Paesaggio.
Silenzio.
Possibilità di vivere vicino alla natura.
Qualità delle relazioni sociali.
È qui che territori come Fabriano, Matelica, Camerino, San Severino Marche e tanti piccoli comuni dell’Appennino potrebbero riacquistare attrattività.

Braccano (frazione di Matelica) In alcune zone alpine e del Veneto si sta già studiando il fenomeno della nuova residenzialità montana, legato anche alla possibilità di lavorare a distanza, alla ricerca di una maggiore qualità della vita e alla disponibilità di abitazioni nei piccoli centri. Non possiamo ancora affermare che esista una vera migrazione climatica verso la montagna. Ma possiamo osservare segnali che indicano un cambiamento nel modo in cui viene percepito il vivere nelle aree interne.
Non basta fermare lo spopolamento
Ed è probabilmente questo il punto più importante. Per anni le politiche dedicate alle aree interne hanno avuto un obiettivo principale: fermare lo spopolamento.
Forse oggi dovremmo aggiungerne un altro: prepararsi al ripopolamento.
Se nei prossimi dieci, venti o trent’anni una parte della popolazione inizierà davvero a considerare l’entroterra marchigiano come alternativa alle aree più calde, più urbanizzate o maggiormente esposte alle trasformazioni della fascia costiera, non basterà avere case disponibili.
Bisognerà essere pronti:
Serviranno connessioni digitali efficienti.
Serviranno scuole.
Servirà una sanità territoriale realmente accessibile.
Serviranno trasporti pubblici e collegamenti migliori.
Serviranno servizi per gli anziani e per l’infanzia.
Serviranno spazi di coworking, attività commerciali, cultura, sport, associazionismo.
Serviranno politiche per il recupero degli edifici abbandonati e per l’efficienza energetica.
Servirà una gestione intelligente dell’acqua.
Serviranno comunità energetiche, tutela dei boschi e prevenzione del dissesto.
Ma soprattutto serviranno comunità.
Perché un paese non torna a vivere soltanto perché vengono restaurate le case. Una comunità esiste quando ci sono relazioni, servizi, partecipazione e possibilità di costruire un futuro. Ed è forse questo il lavoro più importante che dovremmo iniziare oggi.

Ricostruire comunità prima che siano necessarie
Il terremoto ha lasciato nell’entroterra marchigiano una ferita che non è stata soltanto materiale. Ha modificato il modo di vivere molti paesi, ha spostato famiglie, ha interrotto relazioni e ha contribuito ad accelerare processi di spopolamento già presenti.
La crisi industriale di territori come Fabriano ha aggiunto un’altra fragilità.
La crisi demografica ne ha aggiunta un’altra ancora.
Eppure proprio questi territori possiedono elementi che potrebbero diventare sempre più preziosi nel futuro.
Spazio.
Boschi.
Paesaggio.
Temperature mediamente più contenute.
Patrimonio storico.
Piccoli centri.
Terreni agricoli.
Edifici da recuperare.
Una dimensione sociale che, nonostante tutto, conserva ancora una propria identità. Sono risorse che per molti anni abbiamo considerato insufficienti rispetto alle opportunità offerte dalle grandi città.
Forse il cambiamento climatico ci costringerà a rivalutarle.
Da territorio marginale a territorio strategico
Il vero cambio di prospettiva sta proprio qui.
Fabriano, Matelica, Camerino, San Severino Marche e i piccoli comuni dell’Appennino non dovrebbero essere considerati soltanto territori da salvare.
Potrebbero diventare territori strategici.
Luoghi nei quali sperimentare nuove forme di abitare, di lavoro, di produzione energetica, di agricoltura e di gestione delle risorse naturali.
Luoghi capaci di offrire una qualità della vita diversa.
Non migliore in assoluto.
Ma forse più adatta a un mondo nel quale il clima sarà uno dei fattori determinanti delle scelte individuali e collettive.
Naturalmente nessuno può dire con certezza quando questa inversione di tendenza potrà verificarsi.
Potrebbero volerci dieci anni, venti, trenta, forse avverrà in maniera diversa da come oggi la immaginiamo.
Ma governare un territorio significa anche saper guardare oltre l’emergenza del presente.
Significa preparare oggi ciò che potrebbe diventare necessario domani.
Per questo forse dovremmo iniziare a cambiare anche le parole con cui raccontiamo il nostro entroterra.
Non soltanto spopolamento.
Non soltanto crisi.
Non soltanto ricostruzione.
Ma anche possibilità.
Perché il paradosso potrebbe essere proprio questo: mentre oggi discutiamo di come evitare che le nostre aree interne si svuotino definitivamente, il clima dei prossimi decenni potrebbe contribuire a renderle nuovamente attrattive.
E allora la domanda non sarà più soltanto: come facciamo a impedire alle persone di andarsene?
La domanda potrebbe diventare: saremo pronti quando qualcuno vorrà tornare?
Forse quei territori che per decenni abbiamo considerato lontani dal futuro non stavano semplicemente scomparendo.
Forse stavano aspettando che il futuro cambiasse direzione.

Riflessioni di Maria Cristina Mosciatti, 20 agosto 2026
Fonti e riferimenti:
- Regione Marche – Appendice A del PRACC, Indicatori climatici e metodi, con dati storici e proiezioni climatiche relative al territorio regionale e alla fascia costiera, comprese le valutazioni sull’innalzamento del livello del mare e sulla maggiore frequenza degli eventi marini estremi. (Regione Marche)
- Regione Marche – Dati climatici, banca dati degli indicatori storici e di scenario elaborati per il Piano Regionale di Adattamento, con proiezioni relative a temperatura, precipitazioni e altri parametri climatici fino alla metà del secolo. (Regione Marche)
- ISPRA – Documento di analisi sui cambiamenti climatici nell’Adriatico, progetto CHANGE WE CARE. Le simulazioni considerate evidenziano una tendenza al riscaldamento dell’Adriatico e, negli scenari futuri, una diminuzione del bilancio idrico, un aumento dei giorni secchi nelle aree costiere, una maggiore salinità, una diminuzione dell’ossigenazione degli strati profondi e un’accelerazione dell’innalzamento del livello marino. (ISPRA)
- CMCC – Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, progetto LIFE+ SALT – Sustainable Management of the Esino River Basin to Prevent Saline Intrusion in the Coastal Aquifer in Consideration of Climate Change. Il progetto ha studiato specificamente la bassa valle dell’Esino, analizzando il rischio di intrusione salina nell’acquifero costiero e simulandone l’evoluzione in relazione a diversi scenari di cambiamento climatico. (CMCC)
- Regione Marche – Cambiamenti climatici e resilienza delle aree costiere, documentazione relativa agli effetti dell’erosione costiera, delle mareggiate, dell’innalzamento del livello del mare e degli eventi meteorologici estremi lungo gli oltre 170 km di costa marchigiana. (Regione Marche)
- ISTAT – Alpine Convention, “Demographic scenarios, residential mobility and impacts of climate change in the Alps”, 2025. Il rapporto analizza scenari demografici, mobilità residenziale e cambiamenti climatici nelle aree alpine italiane, introducendo anche il tema delle nuove forme di residenzialità e del rapporto tra territori urbani e montani. (Istat)
- Regione Marche – Progetto REALIST, Interreg Italia-Croazia 2021-2027, dedicato al rafforzamento del monitoraggio e della capacità di prevenzione dei rischi climatici lungo la costa adriatica. (Regione Marche)
-
L’iniziativa, promossa dal Comune di Fabriano, dall’Ordine dei Giornalisti delle Marche e dall’Università di Camerino.
Intervento di Giovanni Caprara, giornalista scientifico del Corriere della Sera.

Giovanni Caprara Tecnologia, intelligenza artificiale e futuro dell’umanità.
ci troviamo in un momento storico molto particolare. Molti dei problemi di cui oggi discutiamo non sono più questioni teoriche o lontane dalla nostra vita: sono entrati pienamente nella nostra quotidianità. Abbiamo il problema delle tecnologie che invadono il nostro vivere; abbiamo un problema di linguaggio, perché paradossalmente comunichiamo sempre meno pur avendo strumenti straordinari per farlo; e abbiamo anche un certo smarrimento nel vivere quotidiano, perché molti dei riferimenti che fino a pochi decenni fa orientavano la nostra società oggi sono venuti meno.
Con l’inizio del nuovo millennio tutto sta cambiando, e questo cambiamento riguarda non soltanto la nostra vita personale o il nostro lavoro, ma l’intero pianeta. Oggi siamo circa otto miliardi di abitanti sulla Terra, mentre solo due secoli fa eravamo appena un miliardo. È inevitabile che una popolazione così numerosa produca trasformazioni profonde. Pensiamo anche al consumo delle risorse: ogni anno esauriamo in pochi mesi la quantità di energia e di risorse che la Terra è in grado di rigenerare. Questo ritmo continua ad accelerare.
La domanda che dobbiamo porci è dunque semplice ma fondamentale: che cosa sta realmente accadendo? Qual è lo scenario nel quale siamo entrati e che, per molti aspetti, non sappiamo ancora comprendere né governare? La prima cosa da capire è che i cambiamenti stanno avvenendo con una velocità alla quale il nostro cervello non è abituato. Il nostro sistema cognitivo si è evoluto in migliaia di anni con ritmi molto lenti, mentre oggi la tecnologia avanza a una velocità esponenziale. Questo divario crea inevitabilmente disorientamento.
Questa trasformazione affonda le sue radici nel secondo dopoguerra, quando l’evoluzione scientifica e tecnologica ha iniziato ad accelerare in modo impressionante. Oggi stiamo vivendo le conseguenze di quell’accelerazione. Chi investe oggi di più nella ricerca scientifica e tecnologica? Non soltanto gli Stati, ma soprattutto le grandi aziende tecnologiche. Amazon, Google e imprenditori come Jeff Bezos ed Elon Musk investono somme enormi nello sviluppo tecnologico, spesso superiori a quelle dei governi. Questo significa che il futuro tecnologico del pianeta è sempre più influenzato da grandi attori privati.
Ma la cosa più interessante è la loro visione del futuro. Non stanno pensando solo alla Terra. Stanno immaginando una dimensione interplanetaria della vita umana. Il ritorno sulla Luna non è un evento simbolico: è l’inizio di una nuova fase della storia umana, la possibilità di creare una presenza permanente dell’uomo su un altro corpo celeste. Per la prima volta nella storia della nostra specie, l’Homo sapiens – emerso dall’Africa circa centomila anni fa e diffuso su tutta la Terra – si prepara a compiere un salto ulteriore: uscire dal pianeta Terra e stabilirsi su un altro corpo celeste. Questo è un passaggio epocale.
Questa trasformazione ha anche una dimensione economica. Da qualche anno si parla infatti di space economy, un concetto che fino a pochi anni fa praticamente non esisteva. La sua nascita simbolica può essere fatta risalire al 2008, quando Elon Musk riuscì a lanciare nello spazio un razzo con un satellite destinato a un cliente privato. In quel momento lo spazio è diventato anche un terreno economico. Oggi questa economia spaziale è già entrata nelle nostre case. Pensiamo alla rete satellitare Starlink, che porta internet praticamente ovunque sul pianeta. Ma questo è soltanto l’inizio. La Luna rappresenta solo la punta dell’iceberg di un’economia completamente nuova che si svilupperà tra la Terra e lo spazio.
Le grandi scoperte scientifiche degli ultimi anni, come il bosone di Higgs o le onde gravitazionali, non cambiano direttamente la nostra vita quotidiana. Ma le tecnologie sviluppate per realizzarle hanno applicazioni enormi. Per rilevare le onde gravitazionali abbiamo costruito sensori capaci di misurare variazioni infinitesimali di un raggio laser lungo due chilometri. Tecnologie di questo tipo trovano applicazioni in moltissimi altri campi. Lo stesso vale per l’intelligenza artificiale e per il futuro quantum computing, che potrebbe cambiare radicalmente la nostra capacità di elaborazione delle informazioni.
Ma tutto questo pone un problema fondamentale: l’energia. L’elaborazione dei dati richiede quantità enormi di energia. I data center che alimentano l’intelligenza artificiale consumano sempre di più. Una delle ipotesi che si stanno studiando è quella di portare i data center nello spazio, dove sarebbe possibile sfruttare in modo continuo l’energia solare. Già solo questo esempio dimostra come la nostra civiltà stia iniziando a spostare alcune delle sue infrastrutture oltre la Terra.
Tutto questo sta già producendo trasformazioni profonde anche nel mondo del lavoro. Negli Stati Uniti una delle professioni emergenti è quella di chi sa formulare le domande giuste per l’intelligenza artificiale, perché la qualità delle risposte dipende dalla qualità delle domande. Questo richiede una grande capacità culturale e una visione complessa della realtà.
Ma allo stesso tempo l’intelligenza artificiale ci pone davanti a un problema psicologico. Le macchine hanno una capacità di memoria e di elaborazione infinitamente superiore alla nostra. Non possiamo competere con loro su questo terreno. Dobbiamo quindi spostarci su un altro piano.
Quando una realtà diventa troppo complessa da comprendere, spesso l’essere umano reagisce fuggendo verso spiegazioni irrazionali. Quando non riusciamo a dominare un mondo troppo veloce, tendiamo a rifugiarci in narrazioni semplicistiche, complotti o fantasie. Questo accade perché la velocità del cambiamento tecnologico ha superato la velocità con cui la nostra mente riesce ad adattarsi. Un tempo servivano circa cinquant’anni perché una tecnologia diventasse pienamente assimilata nella vita quotidiana. Oggi questo tempo si misura in pochi anni, a volte in pochi mesi.
È in questo divario che nasce quella sensazione diffusa di smarrimento e quella tendenza alla fuga dalla realtà. Ed è proprio qui che entra in gioco un elemento fondamentale: l’intelligenza emotiva. Daniel Goleman individua cinque elementi fondamentali dell’intelligenza emotiva: la consapevolezza di sé, l’autocontrollo, la motivazione, l’empatia e la capacità di gestire le relazioni. Queste sono dimensioni profondamente umane che possono aiutarci a convivere con l’intelligenza artificiale senza esserne dominati.
C’è poi un altro problema enorme: quello dell’informazione. Oggi circa il 78% dell’informazione passa attraverso i social network. Un’indagine dell’AgCom ha stimato che circa il 38% delle notizie di politica e cronaca diffuse nei media non corrisponde completamente al vero. Anche l’informazione scientifica presenta una percentuale significativa di errori. Questo dimostra quanto sia fragile il sistema informativo nel quale viviamo.
Per questo motivo credo che oggi dobbiamo diventare tutti, in qualche modo, giornalisti scientifici nel vero senso della parola. Dobbiamo parlare di clima, di energia, di tecnologia, di intelligenza artificiale. Non possiamo più considerare questi temi come settori specialistici: sono diventati la realtà quotidiana del nostro tempo.
Questo richiede aggiornamento continuo, curiosità, apertura mentale. Ma richiede anche una cosa fondamentale: la capacità di emozionarsi davanti al cambiamento. Perché se noi per primi non siamo capaci di stupirci di ciò che accade nel mondo, come possiamo raccontarlo agli altri? Ed è proprio questa meraviglia che rende il nostro mestiere così straordinario.

-
Organizzato dall’Ordine dei Giornalisti delle Marche e dall’Università di Camerino.

Prof. Paolo Ercolani
filosofo Università di UrbinoTECNOLOGIA, INTELLIGENZA ARTIFICIALE E FUTURO DELL’ESSERE UMANO.
“Vorrei iniziare con una provocazione che viene dalla psichiatria: se tu parli con Dio sei religioso, ma se Dio ti risponde sei schizofrenico. Oppure, se parli con il cane sei un amante degli animali, ma se il cane ti risponde la situazione diventa problematica.
Può sembrare una battuta, ma oggi milioni di persone parlano quotidianamente con una macchina. Secondo uno studio del 2019 circa 12 milioni di persone auguravano ogni mattina il buongiorno ad Alexa, oltre 5 milioni le avevano dichiarato il proprio amore e circa 800.000 avevano addirittura chiesto di sposarla. Non stiamo parlando di una persona reale, ma di un chatbot.
Il primo chatbot della storia risale al 1966, quando lo scienziato Joseph Weizenbaum creò ELIZA, un programma che simulava uno psicologo. L’esperimento produsse risultati inquietanti: una paziente che dialogò per mesi con ELIZA sviluppò gravi disturbi psicologici. Lo stesso Weizenbaum scrisse poi un libro per mettere in guardia dal rischio della commistione tra umano e macchina, perché quando le due dimensioni si mescolano è quasi sempre l’essere umano a pagare il prezzo più alto.
Questo tema era già stato affrontato da Marshall McLuhan, uno dei grandi teorici dei media del Novecento. McLuhan parlava dell’“idiota tecnologico”: colui che pensa che le tecnologie siano semplici strumenti nelle nostre mani. In realtà ogni tecnologia produce effetti di ritorno che trasformano chi la utilizza. Non è la tecnologia che cambia: siamo noi a essere modificati dal suo uso.
A questa riflessione si aggiunge una scoperta della neurologia moderna: il cervello umano è plastico ma non elastico. Significa che può essere modellato dagli strumenti che utilizziamo, ma non torna facilmente alla condizione originaria. Se una generazione smette di leggere libri, non è detto che a quarant’anni possa semplicemente ricominciare. Alcune connessioni cognitive potrebbero essere ormai indebolite o scomparse.
Per capire cosa sta accadendo oggi dobbiamo chiederci cosa significa essere umani. Possiamo individuare quattro dimensioni fondamentali: logos, eros, demos e chronos.
Il logos rappresenta la nostra capacità di ragionare e comprendere. I dati mostrano qualcosa di sorprendente: dal 1907 al 2009 il quoziente intellettivo medio della popolazione è sempre aumentato. Questo fenomeno è stato chiamato effetto Flynn. Tuttavia dal 2009, proprio negli anni della diffusione massiccia degli smartphone, questo trend ha iniziato a invertire la rotta.
Allo stesso tempo, circa il 40% della popolazione europea soffre di analfabetismo funzionale: le persone sanno leggere, ma non comprendono davvero il significato profondo di ciò che leggono.
Nel 2008 la rivista tecnologica Wired pubblicò un editoriale intitolato The End of Theory. L’autore sosteneva che, nell’era dei big data e dell’intelligenza artificiale, non sarebbe più necessario costruire teorie per comprendere la realtà. Sarebbe sufficiente analizzare enormi quantità di dati e lasciar emergere le correlazioni.
Ma questo approccio mette in discussione il metodo scientifico tradizionale, basato sulla ricerca delle cause. L’essere umano ragiona cercando di capire perché accadono le cose, non limitandosi a osservare correlazioni statistiche. Se il ragionamento umano viene considerato obsoleto, allora il problema non è solo tecnologico: è profondamente culturale.
Un altro aspetto riguarda l’attenzione e la memoria. Studi come quello sulla “demenza digitale” hanno mostrato come l’uso continuo degli smartphone provochi deficit di concentrazione, disturbi della memoria e difficoltà cognitive, soprattutto tra i più giovani.
Molti di noi fanno la stessa esperienza: mentre lavoriamo, una notifica interrompe la concentrazione. Controlliamo un messaggio, poi un’email, poi un social network, e improvvisamente sono passate ore. Quando torniamo al nostro lavoro, abbiamo perso il filo del discorso.
Questo accade perché questi strumenti sono progettati per essere distrattivi.
Passiamo alla seconda dimensione dell’essere umano: eros, cioè la dimensione emotiva. Gli psicologi Jean Twenge e Jonathan Haidt hanno osservato un fenomeno inquietante: negli ultimi anni il disagio psicologico tra gli adolescenti è cresciuto enormemente.
I giovani trascorrono in media circa nove ore al giorno davanti agli schermi, spesso anche di notte. La luce degli schermi interferisce con il sonno e i social network sono progettati per stimolare dopamina, serotonina ed endorfine, gli ormoni del piacere. Il risultato è una vera e propria dipendenza digitale.
Quando poi questi ragazzi tornano alla vita reale, questa appare loro più grigia e meno stimolante.
A questo si aggiunge un altro fenomeno: l’identità costruita sui social. Lo psicologo Howard Gardner ha parlato di “identità preconfezionate”. Nei social network le persone costruiscono una sorta di vetrina pubblicitaria di se stesse, dove i like diventano una moneta simbolica che misura il valore personale.
Molti giovani finiscono per valutare se stessi in base al numero di follower o di approvazioni ricevute online.
Terza dimensione: demos, cioè la dimensione politica e democratica. Il filosofo Norberto Bobbio definiva la democrazia come il sistema in cui i cittadini possiedono gli strumenti cognitivi per controllare l’operato dei governanti.
Oggi però circa il 78% delle persone si informa esclusivamente tramite i social network, dove gli algoritmi decidono cosa vediamo e cosa non vediamo. Questo crea una realtà informativa filtrata che può indebolire il pensiero critico.
La filosofa Hannah Arendt osservava che il capolavoro dei regimi totalitari consiste nel riuscire a massificare e allo stesso tempo isolare le persone. Internet sembra realizzare qualcosa di simile: milioni di persone fanno le stesse cose online, ma allo stesso tempo restano isolate davanti allo schermo.
Per questo alcuni studiosi parlano di totalitarismo digitale.
Infine c’è la dimensione chronos, cioè il tempo. Oggi esiste un movimento filosofico chiamato transumanesimo, sostenuto da molte figure del mondo tecnologico. Secondo questa visione, la tecnologia permetterà all’uomo di superare i limiti biologici e forse di raggiungere una forma di immortalità digitale, trasferendo la mente in sistemi artificiali.
Il filosofo e scienziato Raymond Kurzweil sostiene che nei prossimi decenni potremmo ricostruire i nostri corpi tramite nanotecnologie e rendere la mente indipendente dal corpo biologico.
Ma qui si pone una domanda fondamentale.
La tecnologia, storicamente, è sempre stata uno strumento di supporto all’essere umano. Gli occhiali aiutano chi vede poco, gli apparecchi acustici aiutano chi sente poco, le protesi aiutano chi ha una disabilità.
Ma oggi, con l’intelligenza artificiale generativa che scrive testi, crea immagini e produce contenuti al posto nostro, sembra emergere un dubbio: stiamo forse partendo dal presupposto che siamo tutti disabili cognitivi?
Se smettiamo di esercitare alcune facoltà mentali, rischiamo di perderle definitivamente.
Alan Turing nel 1950 si chiedeva se un giorno le macchine sarebbero diventate intelligenti come gli esseri umani. Oggi la domanda sembra capovolta.
Il vero problema non è se l’intelligenza artificiale diventerà simile a quella umana.
Il problema è quanto l’intelligenza artificiale stia crescendo a spese dell’intelligenza umana.
E questa, forse, è la domanda più importante del nostro tempo.”
-
Una mattinata di riflessione sul rapporto tra scienza, informazione e nuove tecnologie organizzata dall’Ordine dei Giornalisti delle Marche e dall’Università di Camerino

Derrick De Kerckhove, sociologo e giornalista tra i maggiori studiosi delle culture digitali.
“Linguaggio, modelli cognitivi e costruzione della realtà”
Vorrei condividere con voi una riflessione su come sta cambiando il nostro modo di comprendere la realtà.
Per molto tempo nella cultura occidentale abbiamo pensato che la realtà fosse qualcosa di stabile, qualcosa che esiste indipendentemente da noi e che noi semplicemente osserviamo e descriviamo. Tuttavia oggi questa idea viene sempre più messa in discussione. Alcune riflessioni contemporanee – provenienti anche da ambiti scientifici come la fisica quantistica – ci invitano a pensare che la realtà non sia solo qualcosa che troviamo davanti a noi, ma anche qualcosa che costruiamo attraverso i nostri modelli di interpretazione.
Ma da dove nascono questi modelli?
Nascono molto presto. Già prima della nascita il bambino inizia a riconoscere schemi, suoni, ritmi. Poi, crescendo, attraverso il linguaggio e l’esperienza, costruisce strutture mentali che gli permettono di interpretare il mondo.
Con l’educazione questi modelli diventano sempre più complessi. Pensiamo, per esempio, a concetti come democrazia. A scuola impariamo cosa significa questa parola, ne studiamo la storia, le istituzioni, i principi. In questo modo la democrazia diventa non solo una parola, ma un modello interpretativo con cui leggiamo la realtà politica e sociale.
Il punto è che, una volta interiorizzati, questi modelli diventano quasi invisibili. Li utilizziamo continuamente ma raramente li mettiamo in discussione. E così finiscono per guidare il nostro modo di pensare, di giudicare e di interpretare ciò che accade intorno a noi.
Una delle grandi questioni del nostro tempo riguarda proprio questo: quanto siamo prigionieri dei modelli con cui abbiamo imparato a comprendere il mondo?
Alcuni studiosi sostengono che la realtà non sia qualcosa di continuo e immutabile, ma qualcosa che viene ricostruito continuamente attraverso le nostre interpretazioni.
Il presente, in questa prospettiva, non è soltanto un punto tra passato e futuro. È uno spazio in cui costantemente ricreiamo il significato delle cose sulla base delle strutture cognitive che abbiamo interiorizzato fin dall’infanzia.
Naturalmente questa idea può essere discussa. C’è chi continua a sostenere che la realtà sia stabile e indipendente da noi. Ma sempre più riflessioni indicano che ciò che percepiamo come realtà è sempre mediato dai nostri schemi cognitivi, dai nostri linguaggi e dai nostri modelli culturali.
Questo non significa che tutto sia relativo o che non esista una realtà. Significa piuttosto che il nostro rapporto con la realtà è sempre filtrato da strumenti interpretativi che abbiamo imparato nel corso della nostra vita.
Ecco perché diventa fondamentale prendere coscienza di questi modelli.
Comprendere come funzionano significa anche acquisire una maggiore libertà nel modo in cui pensiamo e interpretiamo il mondo.
Forse una delle sfide più importanti del nostro tempo è proprio questa: imparare a riconoscere i modelli con cui pensiamo, per poterli eventualmente rivedere, ampliare o trasformare.
Perché solo quando diventiamo consapevoli degli strumenti con cui interpretiamo la realtà possiamo davvero aprirci a nuove forme di conoscenza e di comprensione del mondo.
-

Nel territorio al confine con la Riserva Naturale Regionale del Monte San Vicino e Monte Canfaito, nella zona del Monumento del Capitano, nel territorio comunale di Gagliole, è previsto un progetto per la realizzazione di nove pale eoliche alte circa 200 metri, promosso dalla società Wind Energy, controllata dal gruppo Blue Nova, nell’ambito di un intervento che interesserebbe anche territori limitrofi tra i comuni di Monte Cavallo, Pieve Torina e Serravalle. Le turbine previste, si troverebbero a poche centinaia di metri dagli apiari presenti nell’area di Roti, zona conosciuta per la ricchezza delle fioriture spontanee e per la presenza di attività apistiche consolidate, che negli anni hanno contribuito a valorizzare il territorio sia dal punto di vista ambientale sia economico. Le api rappresentano un elemento fondamentale per l’economia e per la salute degli ecosistemi. Oltre alla produzione di miele, polline e altri prodotti dell’alveare, il loro ruolo principale è quello di garantire l’impollinazione di colture agricole e piante spontanee, contribuendo alla conservazione della biodiversità e alla stabilità degli ambienti naturali.

Le colonie possono coprire aree molto ampie durante la ricerca di nutrimento, interessando superfici di decine di chilometri quadrati. Ciò significa che la salute degli impollinatori dipende dalla qualità ambientale di territori molto estesi e non solo dell’area immediatamente circostante gli apiari. Tra le preoccupazioni emerse vi sono i possibili effetti indiretti legati alla presenza delle turbine e delle opere necessarie alla loro installazione. La realizzazione di un impianto eolico richiede infatti l’apertura o l’ampliamento di strade di accesso, la costruzione di piazzole e infrastrutture tecniche, con interventi che possono comportare il taglio di alberi e la trasformazione di habitat naturali. Questi cambiamenti possono incidere sulla biodiversità locale e sulla disponibilità di fioriture spontanee, fondamentali per api e altri insetti impollinatori. L’impatto diretto delle pale eoliche sulle api è attualmente un tema ancora oggetto di studio e dibattito scientifico. Alcuni studi e osservazioni locali indicano la possibilità di disturbi comportamentali negli impollinatori in prossimità degli impianti, segnalando ad esempio api più irrequiete o una possibile riduzione dei raggi di volo e delle attività di bottinatura. Tra le ipotesi allo studio vi sono gli effetti delle vibrazioni e dei rumori a bassa frequenza prodotti dalle turbine, che potrebbero interferire con la comunicazione interna delle api, fondamentale per indicare la posizione delle fonti di cibo all’interno della colonia. Altri fattori presi in considerazione dagli studi includono possibili effetti: come il “ barotrauma”, cioè variazioni di pressione dell’aria, le collisioni, l’effetto strobo delle pale in movimento, noto come shadow flicker (sfarfallio dell’ombra), e le modificazioni microclimatiche locali, compreso il calore generato dalle turbine e dalle superfici circostanti. Si tratta di aspetti ancora in fase di studio, ma che contribuiscono ad alimentare il dibattito sui possibili effetti degli impianti eolici sugli insetti e sugli impollinatori in prossimità delle installazioni. È invece già documentato come gli impianti eolici possano avere impatti su alcune specie di fauna e avifauna, mentre più recente è l’attenzione verso gli insetti e gli impollinatori. Va inoltre ricordato che il declino delle api è legato a molteplici fattori, tra cui il cambiamento climatico, l’uso di pesticidi, la perdita di habitat e la diffusione di parassiti e malattie, e che l’eventuale impatto delle infrastrutture energetiche rappresenta uno degli elementi di un quadro più ampio e complesso.
Il tema è oggi centrale anche a livello europeo: la Commissione europea ha ricordato nel 2023, nell’ambito del nuovo Patto per gli impollinatori, che circa l’80% delle specie di flora selvatica dipende almeno in parte dall’impollinazione animale. Tra le principali minacce individuate figurano cambiamento climatico, urbanizzazione, agricoltura intensiva, inquinamento e trasformazione dei suoli. In questo contesto si inserisce la riflessione sullo sviluppo delle energie rinnovabili. L’energia eolica rappresenta una risorsa importante nella transizione energetica e nella riduzione delle emissioni di CO2, soprattutto considerando che le fonti fossili sono destinate progressivamente a esaurirsi. Tuttavia, la necessità di produrre energia pulita non elimina la responsabilità di scegliere con attenzione dove collocare gli impianti, valutando caso per caso l’impatto ambientale e paesaggistico. Il territorio interessato dal progetto è caratterizzato da un paesaggio modellato da processi naturali sviluppatisi nel corso di milioni di anni, un patrimonio ambientale e geologico che rappresenta una risorsa identitaria per le comunità locali. Interventi di grande scala, se non attentamente pianificati, possono modificare in modo significativo equilibri costruiti in tempi lunghissimi.
La sfida diventa quindi quella di trovare un equilibrio tra produzione di energia rinnovabile e tutela del paesaggio e della biodiversità, affinché la transizione energetica proceda senza compromettere ecosistemi, attività tradizionali e valore naturalistico del territorio, garantendo uno sviluppo sostenibile capace di coniugare innovazione, rispetto dell’ambiente e qualità della vita delle comunità locali.
Maria Cristina Mosciatti

-

Vivere a contatto con la natura, è terapeutico, in particolare nel periodo autunnale perché con il cambio e le sfumature dei colori delle foglie: rosso, arancio e giallo dona benefici migliorando la salute fisica e mentale.
Ci sono, in corso, diversi studi che confermano come la vicinanza alla natura abbia poteri terapeutici sul nostro organismo: uno dei più recenti è il Mene – Monitor of Engagement with the Natural Environment, condotto da un gruppo di ricercatori dell’European Centre for Environment and Human Health – pubblicato sulla rivista Scientific Reports, il quale prova che sono sufficienti circa due ore alla settimana a contatto con la natura per percepire un miglioramento nelle condizioni di salute e benessere, con una stagione in particolare che ne accresce i benefici: l’autunno.

Come sappiamo gli alberi in autunno si “vestono” con bellissimi colori e varie gradazioni, grazie alla progressiva riduzione della clorofilla, pigmento presente all’interno delle cellule vegetali e concentrata nella pagina superiore della foglia, responsabile della fotosintesi clorofilliana, preziosissimo processo con il quale la CO2 si trasforma in ossigeno. Con la progressiva riduzione delle ore di luce, in autunno, le foglie non producono più clorofilla; la degradazione di questo pigmento, in un breve periodo porta alla luce la presenza di altri pigmenti, come carotenoidi, antociani e flavonoidi nella foglia, che danno origine, appunto, alla bellezza dell’autunno: responsabili delle meravigliosevariazioni di arancioni, gialli, rossi, violetti e azzurri.

Combinati insieme sono in grado di generare la magia cromatica di questa stagione, dando origine al “FOLIAGE”. Ogni colore provoca una vibrazione energetica che influisce con il nostro organismo: il rosso simboleggia calore e energia, il giallo è associato alla felicità, mentre l’arancione raffigura la serenità e la creatività.
Ma non ci limitiamo solo ad osservare i colori per attivare i benefici, ma anche passeggiare tra gli Alberi, in particolare all’interno di una Faggeta e immergersi, nel silenzio, nel profumo che essa rilascia, con una propria esperienza olfattiva unica, pratica conosciuta come “Forest Bathing” o “Bagno di Foresta,” antica tradizione giapponese che promuove la riduzione dello stress e la normalizzazione della pressione sanguigna attraverso l’inalazione dei composti naturali che conferiscono un particolare profumo alle piante, tra cui faggi emettono queste sostanze benefiche nelle prime ore del mattino, contribuendo a depurare le vie respiratorie e migliorare il sistema immunitario.

Il contatto, constante con la natura è importante, ci permette di rilassarci e aiutarci nella trasformazione della nostra vita, continuamente accelerata dalla quotidianità. L’Autunno simboleggia il cambiamento, come gli alberi lasciano cadere le foglie per nutrire il terreno e renderlo più ricco per la futura vita dell’albero, anche noi dobbiamo lasciarci andare per “scrollare” di dosso le “foglie” che simboleggiano l’esperienza e la consapevolezza non più necessarie generando nel tempo equilibrio e saggezza.
Maria Cristina Mosciatti





-
“Abruzzo, forte e gentile”. Correva l’anno 1882, Primo Levi coniò l’espressione che ancora oggi, disegna il tratto abruzzese, traccia i contorni di questo popolo umile e fiero, indomito e coraggioso.Amo tantissimo la terra abruzzese, una terra ricca di storia, archeologia, tradizioni e tanta spiritualità.
Ogni percorso intrapreso e’ stato ricco di emozioni; osservando ogni spazio, luogo, albero, fiore e roccia che madre natura ci ha donato con tanta dedizione.
“In Abruzzo l’aria ha un sapore diverso. Nutrita di rupi e sassi, di radure e boschi, di laghi e ruscelli e torrenti e fiumi, l’aria ha uno scatto, un’elasticità di muscoli, una pungente, tagliente acredine che sa di spazi nordici, di scoscese dimore montane –
Giorgio Manganelli”L’Abruzzo terra di pastori
Settembre. Andiamo è tempo di migrare.
Ora in terra d’Abruzzo i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare,
vanno verso l’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.
Han bevuto profondamente ai fonti alpestri
ché sapor d’acqua natia
rimanga nei cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano.
E vanno pel tratturo antico al piano
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
Oh voce di colui che primamente
conobbe il tremolar della marina!
Ora lungh’esso il litoral
cammina la greggia.
Senza mutamento è l’aria
e il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquìo, calpestìo, dolci rumori,
ah perché non son io coi miei pastori? – Gabriele d’AnnunzioSono anni che mi reco, in ogni stagione, in questa meravigliosa regione, dove in ogni stagione ha il suo colore e il suo profumo. Colori variegati tra fiori e foliage…profumi inconfondibili della genziana, violette e bucaneve, ritorno nelle Marche sempre rigenerata. Di tutta la bellezza di questi luoghi racchiusi in pochi metri quadri di territorio, non posso dimenticare la gentilezza e l’accoglienza del popolo abruzzese che, fanno la differenza.
Ho voluto racchiudere in poche righe l’emozione e la gioia che mi dona un luogo meravigliosamente stupendo come l’Abruzzo. Maria Cristina Mosciatti

Sulmona 










SULMONA











EREMO DI SAN BARTOLOMEO ALLA MAJELLA 






EREMO DI SANTO SPIRITO 








Abbazia, architettura, arte, borgo, camminare, majella, Monaci, montagna, months, natura, Religiosita, riserva naturale, rispetto, Storia medioevale, tutelaabbazie, Abruzzo, acqua, appennino, borghi, bosco, camminare, cammino, consapevolezza, eccellenza, eremo, escursione, medioevo, Monaci, montagna, natura, protezione, Religiosita, rispetto, sicurezza, silenzio, storia, territorio, tradizione, tutela, vita, wild -

La notte di San Giovanni è la notte che precede la ricorrenza della natività di San Giovanni Battista, il 24 giugno, quindi la notte fra il 23 e il 24 giugno, sono legate innumerevoli credenze e superstizioni diffuse sia in Italia. Secondo la leggenda, si crede che durante la notte di San Giovanni cada la rugiada degli Dei, capace di influenzare piante e fiori donando loro una particolare forza. Una tradizione, che sempre meno persone utilizzano, per questo motivo domenica 23 giugno alle ore 16.00 che l’Associazione di Volontariato ROTI e l’Associazione Comitato Feste di Braccano hanno organizzato una passeggiata per raccogliere, nella campagna di Braccano, i fiori per realizzare l’acqua di San Giovanni, che nella notte del 24 giugno si dovrà esporre ai raggi della luna. Quali fiori per l’acqua di San Giovanni? Generalmente in questo periodo si raccolgono i fiori di iperico, lavanda, malva e fiori e foglie di menta, rosmarino, salvia, foglie di noce, ginestre, si possono aggiungere anche petali di rosa e papaveri. Preparato il tutto e coperto d’acqua si porta fuori e si lascia tutta la notte. L’indomani mattina, 24 giugno, al risveglio, l’acqua sarà usata per lavarsi viso, occhi e corpo, godendone i benefici. Non si conserva, va regalata agli amici se avanza.
-

Ricordo i giorni prima del 24 dicembre, un’emozione grandissima, mia nonna che iniziava i preparativi per la vigilia e il giorno di Natale, la speranza nei suoi occhi nel sapere che sarebbe ritornato suo figlio con la famiglia dalla Svizzera. L’emozione non era solo nell’aspettare Babbo Natale, ma anche costruire il presepio, in quel periodo il parroco della Parrocchia del mio quartiere organizzava la gara dei Presepi, tra i suoi parrocchiani. Ricordo che mio padre ci teneva tantissimo, avevo 10 anni e decise di costruire un Presepe enorme; infatti, spostò i mobili della sala e iniziò, ci mise più di 15 giorni, era meraviglioso, una piccola parte era meccanizzata con l’acqua che scorreva e una piccola cascata, l’alternarsi del giorno e della notte e ancora ricordo una ruota con degli angioletti di carta velina che giravano sopra la capanna della natività. Ogni piccolo particolare curato con amore e dedizione, ero incantata nel guardare il presepe realizzato da mio padre, ricordo che mi mettevo seduta a terra con le gambe incrociate e guardavo quegli angioletti girare, aveva, perfino, messo in sottofondo la musica, fu un vero capolavoro e infatti vinse il primo premio. Per lui, non era tanto poter partecipare, ma l’anima e la passione ci mise, fu straordinaria, il modo delicato e preciso nel posizionare le statue dei personaggi. Un bellissimo ricordo, della mia felice infanzia: il presepe, l’arrivo dei cugini da lontano, mia nonna che si metteva vicino a me e mi raccontava la storia di Betlemme. Poi la cena della vigilia, una grande tavolata con tutte le persone più care, la tombola per aspettare la mezzanotte e, poi insieme ci recavamo in Chiesa, non mancava mai un fiocco di neve, tutto era così bello e meraviglioso, non so perché ricordo in particolare quel Natale, sicuramente è rimasto nella mia memoria dei ricordi perché visto con gli occhi di una bambina che credeva nel Natale, nella Pace e nella Speranza.
“Maria Cristina Mosciatti, ricordi della mia infanzia”



