• Murales di Zefiro e Aura

    Il Borgo dei Murales, conosciuto come la galleria d’arte a cielo aperto, si è arricchito di una nuova opera artistica terminata in questi giorni.  Gli artisti sono due ragazzi che vivono a Castelraimondo e nella loro vita quotidiana svolgono attività completamente diverse, hanno la passione non solo di dipingere, ma anche di comporre versi poetici che descrivono il dipinto da loro realizzato.

    Giovanni Perno, di origine Campane di Avellino ci illustra la sua opera: “la tecnica che ho utilizzato è principalmente bombolette a spray di acrilico, alternando la tecnica libera con l’utilizzo degli stencil” – invece Valeria di Martino la parte poetica, ci spiega la scelta di realizzare un Murales dedicato ai due venti primaverili “ci siamo ispirati alla Venere del Botticelli, dove sono raffigurati in un abbraccio i due venti. Li abbiamo raffigurati nell’angolo Zefiro, vento che preannuncia l’arrivo della bella stagione, accompagnato da Aura, che significa “brezza”– continua di Martino – l’idea di sospiro è dal respiro nasce la bellezza che è la Venere  intesa in senso universale come splendore della vita, è nata pensando ad un soffio di bellezza verso l’uomo, verso la persona”. Gli artisti oltre a lasciare la loro firma, hanno composto una frase: “Intrecci di vita, speranza fecondo di pace, soffio di bellezza su tutto ciò che è vivo. Vivi perché sei bella, sei bella perché vivi”

    Un Murales poetico, raffigurato con colori vivi intensi, primaverili, Zefiro dipinto sembra quasi vero il suo soffio con le “guance” gonfie danno l’idea di una reale folata di vento, dove, grazie ai particolari,  aiutano a comprendere il legame e la complicità presente tra i due venti.

    Un Murales figurativo dove l’interpretazione sarà soggettiva da parte di chi lo osserverà dando spazio alla fantasia di messaggi che potrebbe trasmette, al turista.

    Maria Cristina Mosciatti

  • Il Borgo di Braccano, è diventato un luogo turistico con una propria identità ed immagine, che ha superato qualsiasi aspettativa, i Murales e l’offerta naturalistica che lo circonda rappresenta senza alcun dubbio un aspetto, rilevante per una scelta turistica di nicchia.

    L’ informazione di Braccano, è divenuta fondamentale ed ha funzionato per un piccolo borgo con poco più di 110 residenti, la strategia di “conoscenza” dell’identità legata al web e ai social network è stata  uno strumento indispensabile  per il territorio. Identità, che è fortemente sostenuta dalla cultura e, quindi, dalle persone che vivono all’interno della comunità dove il turista interagisce.

    Oggi giorno, la promozione del territorio (marketing territoriale) ha assunto un ruolo fondamentale all’interno delle strategie di comunicazione turistica di qualsiasi luogo. L’obiettivo della promozione turistica del Borgo di Braccano,  è stato quello di aumentare il valore del territorio al fine di renderlo anche competitivo con altri territori, ma nello stesso tempo più  attrattivo possibile, grazie alla realizzazione, da parte di alcuni residenti, di un sito web https://braccano.jimdofree.com, che oggi ha superato le 21.000 visite, disponibile anche la versione mobile, collegandolo successivamente con le piattaforme dei social network come: Facebook Borgo di Braccano, Twitter, @MuralesBraccano, Instagram @borgoNaturainarte e  #braccano con 1878 post fotografici pubblicati, offrendo la possibilità di “apparire su internet”, considerando che in Italia il numero di persone che lo utilizzano abitualmente, nella fascia di età compresa fra i 16-74 anni, si aggira intorno al 56%, destinati ad aumentare.

    Sicuramente l’arte dei Murales, ha giocato un ruolo fondamentale come espressione artistica/ visiva di un territorio legato alle tradizioni locali, il viaggiatore contemporaneo, vuole scoprire i luoghi da visitare attraverso emozioni e sensazioni sentendosi parte di esso,  Instagram è il social ideale che svolge questo compito in modo impeccabile, grazie al coinvolgimento visivo.  Il Borgo di Braccano ha avuto e sta avendo la sua notorietà, anche, grazie a questo social che racconta il luogo attraverso le immagini  e le community presenti, offrendo così un’esperienza stimolante e ancor più accattivante per i viaggiatori che cercano una  meta diversa che può scaturire emozioni. La strada è ancora lunga, ma i Social Network sono strumenti straordinari in grado di accelerare il processo di sviluppo del turismo locale.

    A volte non è facile saper raccontare un territorio  per la sua vastità ed eterogeneità, ma un uso consapevole ed intelligente dei social media ha rappresentato una risposta positiva alla promozione dei luoghi caratteristici e artistici come il Borgo di Braccano.

    #nature #photography #naturephotography #love #photooftheday #travel #instagood #beautiful #picoftheday #art #photo #instagram #landscape #naturelovers #like #follow #happy #bhfyp #summer #travelphotography #life #sunset #style #instadaily #fashion #beauty #ig #photographer #flowers #bhfyp

    #smile #wildlife #mountains #me #likeforlikes #myself #adventure #model #cute #naturelover #india #landscapephotography #hiking #followme #green #explore #canon #instalike #photoshoot #outdoors #birds #insta #selfie #travelgram #beach #wanderlust #sun #animals #macro #forest

  • Gli animali selvatici hanno paura dell’uomo così come dei cani e la nostra presenza potrebbero terrorizzarli. Quindi non tentare di avvicinarti troppo, se avvisti un animale osservalo da lontano rimanendo sulla strada o sul sentiero che stai percorrendo. Evita rumori molesti, schiamazzi e musica ad alto volume, apprezza la tranquillità dei suoi abitanti.

    E’ assolutamente vietato dare da mangiare agli animali, sanno trovarlo autonomamente e, il nostro comportamento, anche se in buona fede, potrebbe risultare loro dannoso o addirittura fatale. E’ assolutamente vietato il foraggiamento a fini fotografici, purtroppo alcuni fotografi naturalisti, utilizzano questo metodo per poter catturare nel loro obiettivo l’animale, non rendendosi conto del grave danno che può arrecare allo stesso.

    A breve sarà primavera può capitare di vedere nell’erba, nel sottobosco o nei pressi del sentiero, dei piccoli di capriolo raggomitolati e immobili. Anche avvicinandoci, questi cuccioli restano fermi e non fuggono, ma attenzione, ciò non significa che siano feriti! Spontaneamente non si muovono per evitare di essere individuati da eventuali predatori, aiutati dal loro mimetismo, (colore del pelo, bruno chiaro e con le caratteristiche macchie bianche) e dall’assenza di odore. I PICCOLI NON VANNO TOCCATI! Se noi tocchiamo i cuccioli di questi, come di altri animali, essi rischiano di venire abbandonati dalla madre, che avverte il nostro odore e non riconosce il piccolo. Se individuate un piccolo capriolo vicino al sentiero o un centro abitato, segnalatelo ai Carabinieri Forestali e mantenetevi a distanza: la madre è sicuramente nelle vicinanze e, di tanto in tanto, torna dal cucciolo per l’allattamento e le cure.

    In caso di ritrovamento di animali feriti non toccarli, ma contattate i Carabinieri Forestali. Infatti in caso di ferimento gli animali possono diventare aggressivi, non è mai prudente avvicinarsi, nemmeno agli erbivori.

    Può anche capitare di trovare animali in difficoltà, feriti o morti. Ciò che succede alla fauna selvatica nel bosco  fa parte del naturale ciclo della vita e non richiede l’intervento dell’uomo. In ogni caso, è importante evitare di toccarli, non solo perché potrebbero trasferire malattie e parassiti, ma anche perché avvicinandoci potremmo spaventarli, peggiorare la loro situazione o addirittura venire attaccati. Segnate la posizione dove è stato avvistato l’esemplare e, avvisare i Carabinieri Forestali al numero 1515.

    A cura di Maria Cristina Mosciatti – Guida Naturalistica

    #nature #photography #naturephotography #love #photooftheday #travel #instagood #beautiful #picoftheday #art #photo #instagram #landscape #naturelovers #like #follow #happy #bhfyp #summer #travelphotography #life #sunset #style #instadaily #fashion #beauty #ig #photographer #flowers #bhfyp

    #smile #wildlife #mountains #me #likeforlikes #myself #adventure #model #cute #naturelover #india #landscapephotography #hiking #followme #green #explore #canon #instalike #photoshoot #outdoors #birds #insta #selfie #travelgram #beach #wanderlust #sun #animals #macro #forest

    #animali #animals #animal #nature #natura #love #instagood #dog #animalsofinstagram #fauna #instanature #pet #pets #cat #cute #instalife #photography #italy #photooftheday #dayshots #nature_shooters #awesome_shots #instanaturelover #wild #naturaleza #natgeohub #igs #dogs #animallovers #naturephotography #animaliselvatici

  • Purtroppo le emergenze alluvionali e i dissesti idrogeologici che stiamo vivendo in questi ultimi mesi, premesso che non sono né un geologo né un tecnico del settore ed alcune situazioni andrebbero analizzate nel corso dei decenni, ci fanno riflettere e pensare, perché è vero che le alluvioni sono un fenomeno naturale che coinvolge il Pianeta sin da tempi remoti, ma l’azione dell’uomo ha contribuito a rendere questi disastri non solo più frequenti, ma anche più violenti.
    I fattori, più evidenti, che riguardano questi eventi sono tre:
    Un primo fattore è quello dell’aumento delle temperature, se consideriamo che dalla Rivoluzione Industriale a oggi, le emissioni di anidride carbonica e altri gas serra in atmosfera sono praticamente decuplicate, aumentando la temperatura mondiale media di quasi 1.5 gradi in più rispetto al periodo pre-industriale, con piogge più frequenti. Le nuvole sono sempre più cariche di acqua e determinano scariche violente, tanto che si parla di vera e propria “tropicalizzazione”. I fenomeni assomigliano sempre di più alle tempeste che normalmente colpiscono le aree tropicali, tanto che si è addirittura parlato di “monsoni mediterranei”.
    Un secondo fattore sono le modifiche dei vari corsi fluviali, in particolare verso fiumi importanti, con deviazione dei canali di irrigazione dei campi che con l’aumento delle piogge e dei temporali, l’acqua, non potendo sfruttare i suoi naturali canali di deflusso, si è accumulata fino a straripare.
    Un terzo fattore è l’urbanizzazione massiccia legata a piani regolatori non oculati e all’abusivismo edilizio le costruzioni, i terreni e i corsi di acqua che non sono più in grado di contenere o far defluire l’acqua in eccesso. Ciò determina delle frane più frequenti, poiché il terriccio saturo e friabile perde la sua funzione di contenimento sui profili montani, e lo straripamento violento dei corsi d’acqua.
    Secondo il Global Climate Risk Index del 2021, l’indice del rischio di crisi climatiche stilato ogni anno dalla no-profit tedesca Globalwatch, l’Italia è al trentacinquesimo posto mondiale in termini di probabilità di alluvioni devastanti.
    Ma cosa accade durante un’alluvione che porta agli eventi più tragici?
    Sebbene ogni singolo disastro ambientale presenti delle caratteristiche specifiche, si possono identificare dei fattori comuni:
    Pioggia: le precipitazioni copiose e insistenti portano in poche ore all’innalzamento dei livelli dell’acqua per fiumi e torrenti;
    Straripamento: i livelli dell’acqua salgono fino a superare gli argini di torrenti e fiumi, invadendo le aree circostanti;
    Detriti: la potenza dell’acqua sposta grandi quantità di detriti, come terriccio e massi, che iniziano ad accumularsi lungo il letto dei fiumi;
    Frane: il terreno ormai saturo di acqua, l’accumulo di detriti sui pendii di colline e montagne e l’energia liberata dalla pioggia determinano il distacco di grandi quantità di terreno fangoso. Queste si riversano violentemente a valle, trascinando nella loro caduta massi e alberi, che si riversano poi sulle abitazioni sottostanti.
    Le conseguenze di questo processo sono drammatiche per l’uomo, i piani bassi delle abitazioni possono essere invasi da acqua e fango, le frane e i massi possono portare al crollo di interi palazzi, mentre l’acqua che si è riversata su strada devasta automobili, autobus, segnaletica stradale.
    E’ un problema che ci spaventa, in quanto i climatologi, purtroppo, hanno confermato che piogge violente continueranno a verificarsi anche nei tempi a venire.
    Ma l’uomo può evitare alluvioni oppure limitarle?
    Emissioni di CO2: limitare le emissioni di CO2, rispettando ad esempio gli accordi di Parigi, entrato in vigore il 4 novembre 2016, con l’adempimento della condizione da parte di almeno 55 paesi che rappresentano almeno il 55% delle emissioni globali di gas a effetto serra. Tutti i paesi dell’Unione Europea hanno riconosciuto l’accordo, è il primo passo per ridurre l’aumento delle temperature e rendere meno insistenti tempeste e alluvioni;
    Lotta al dissesto idrogeologico: molte alluvioni si sarebbero potute evitare con piani mirati di lotta al dissesto idrogeologico, ad esempio con azioni rivolte di rafforzamento degli argini dei fiumi nelle aree più a rischio, la pulizia dei letti da detriti e blocchi, la ricanalizzazione dell’acqua in compensazione a impianti idrogeologici e di irrigazione costruiti parecchi decenni fa;
    Riforestazione: ripristinare i boschi al loro stato originale è la prima arma per ridurre il rischio di frane, poiché le loro radici hanno una vera e propria funzione strutturale di sostegno per i profili dei rilievi montuosi;
    Contrasto dell’abusivismo edilizio: la costruzione di edifici in aree vietate può alterare irrimediabilmente i normali percorsi dell’acqua, così come gli sfoghi naturali di fiumi e torrenti.
    Aggiungerei una maggiore sensibilità e monitoraggio da parte non solo degli amministratori ma anche dei cittadini, perché purtroppo spesso vengono autorizzati dei lavori di modifica dei territori vicino agli argini dei torrenti o fiumi senza avere la consapevolezza del luogo dove si va ad intervenire, modificando non solo l’aspetto naturalistico, abbattendo alberi secolari e vegetazione ripariale, ma andando a modificare l’habitat faunistico e ittiologico di quella specifica area che mai più sarà rispristinato, ecco l’importanza del cittadino come custode del proprio territorio pronto a denunciare, eventuali disastri ambientali “perenni”.

    Maria Cristina Mosciatti

  • Quest’anno il tanto atteso “foliage” nelle montagne del San Vicino e del Canfaito, a causa delle alte temperature nel mese di ottobre e dei primi giorni di novembre rischia di essere completamente assente, nonostante ciò, la faggeta del Canfaito, ancora verde, nelle ultime domeniche è stata presa letteralmente d’assalto dai turisti.

    In questi ultimi anni è di moda la parola “foliage”, non è una parola francese, ma un termine inglese che significa “fogliame”, mentre in italiano indica il cambiamento di colore delle foglie, prima di cadere. Fin dai tempi passati si andava a raccogliere le foglie lungo i viali o mentre si camminava in montagna affascinati dai colori meravigliosi: il rosso dello scotano, l’arancio dell’acero, il violetto dell’orniello, il giallo intenso del carpino, il marrone della quercia o il giallo con sfumature di marrone del faggio.

    Ma in questi ultimi 10 anni c’è stato un risveglio dell’uomo verso la natura? Oppure come cita nel libro “Sociologia della natura” di Cristina Mariani, è diventata una moda “fotografica” che si rincorre sui social a chi riceve più like o commenti, senza assaporarne il vero valore cromatico del bosco? Molto probabilmente, analizzando i vari post scorrendo sui social la risposta è lampante: è solo una moda e purtroppo a causa del cambiamento climatico nell’immediato futuro, cesserà e, forse, chi andrà a camminare in montagna lo farà per trovare silenzio e contatto con la natura.

    Facciamo un breve ripasso: il colore verde delle piante è dato dalla clorofilla, una sostanza presente in grande quantità nelle foglie nel periodo primaverile ed estivo, è il più importante per la produzione degli zuccheri che alimentano e fanno crescere la pianta. La clorofilla assorbe la luce del sole e la utilizza come fonte di energia. Il fatto che in autunno le ore di luce diminuiscano ha effetti anche sulla fotosintesi clorofilliana, che rallenta e le piante ne producono sempre meno. La minore quantità di clorofilla verde fa sì che si manifestino anche altri pigmenti, già presenti nella foglia ma mascherati dall’abbondanza di clorofilla. Ecco, allora, che in autunno le foglie iniziano a mostrare vivaci colorazioni gialle, arancioni, rosse o marroni ed ogni tipo di albero assumerà una colorazione diversa proprio in base ai pigmenti contenuti dalle sue foglie e al grado di diminuzione della clorofilla.  Purtroppo quest’anno il “cambiamento di colore” c’è stato in modo “sbiadito” alcune foglie sono ancora verdi, le temperature più calde e le precipitazioni più pesanti stanno mantenendo le foglie verdi più a lungo, mentre gli eventi meteorologici estremi; come le ondate di calore, le alluvioni, la riduzione della velocità dei venti, che preserva l’umidità del terreno prolungano il periodo vegetativo delle piante. Ciò significa che “diventano marroni” prima che abbiano la possibilità di scomporre i loro colori verdi per esporre il giallo e l’arancione e prima che abbiano la possibilità di sviluppare colori rosso per specie come l’acero o lo scotano.

    Il problema, avrà importanti conseguenze sull’assorbimento di anidride carbonica atmosferica, questo è emerso dall’analisi dei dati degli ultimi 34 anni, raccolti e vagliati da un gruppo di ricerca internazionale guidato da Chaoyang Wu dell’Accademia Cinese delle Scienze, non solo, ci fu un allarme partito dagli Stati Uniti nel 2016 quando Andy Finton, ecologo forestale della Nature Conservancy, Massachusetts si accorse che in autunno i colori, erano più sbiaditi a causa del leggero aumento della temperatura e in particolare, a detta degli esperti, il cambiamento climatico starebbe opacizzando i colori e ritardando l’alta stagione, causando preoccupazione per il turismo del cosiddetto “leaf-peeping”  (letteralmente “foglia che fa capolino”) espressione utilizzata come attività legata alle gite per vedere il tipico foliage.

    L’effetto del cambiamento climatico è inarrestabile, anche nel nostro territorio è visibile; eppure, la maggior parte ancora non ne ha la consapevolezza, si continua ad ignorare, i segnali arrivano, io stessa avevo percepito che, sarebbe stata una diversa stagione autunnale, perché camminando nei sentieri avevo notato foglie di piante accartocciate, come lo scotano per la mancanza di acqua, fa preoccupare anche,  la probabilità di incendi che potrebbero verificarsi.

    La speranza è che le piogge di questi giorni o un imminente inverno possa far recuperare la situazione vegetativa, in quanto l’aumento delle temperature non è un fatto “fotografico” di non vedere  il “foliage”, ma potrebbe comportare nei futuri anni, la scomparsa di alcune specie vegetali autoctone tipiche del nostro appennino con la diminuzione di produzione di ossigeno necessario per la sopravvivenza. Basti pensare che ogni albero produce in media 20 – 30 litri di ossigeno al giorno, ogni uomo necessita in media 300 litri di ossigeno al giorno per vivere sano, riflettiamo sulle conseguenze che porterebbe in futuro, considerando che le  querce, il faggio e l’ acero sono in cima alla lista per il rilascio di ossigeno.

    Maria Cristina Mosciatti

  • “Le Api di Rotis” è stato il titolo del secondo incontro, nella sede del Comitato Feste di Braccano, nell’ambito di MarcheStorie, dove Pierluigi Pierantoni presidente dell’Associazione Apicoltori Montani, ha illustrato con un video la particolarità e il pregio di questo insetto nel territorio di Roti e del San Vicino.

    Un’ape che è divenuta protagonista, negli ultimi decenni grazie alla sua immunità legata all’acaro della varroa; un’ape che diverse Università stanno studiando e valorizzando attraverso la ricerca della motivazione di questa particolarità esistente solo in territori unici e, al mondo attualmente di ceppi apistici simili ne esistono solo dieci. Quando, nel 2006, nell’Abbazia di Roti, si trovò, per caso, uno sciame di Apis mellifera, questo fu recuperato e esaminato attentamente, si notò, subito che c’era qualcosa di diverso perché  le api erano docili e non erano malate di varroa, dando origine ad un ecotipo unico, chiamato poi “Rotis”.

    Sono talmente importanti che hanno scelto, la data del 20 maggio per celebrare in tutto il mondo la giornata mondiale delle api, istituita dall’ONU per sottolineare l’importanza di questi insetti per il mantenimento della biodiversità. L’uso di pesticidi in agricoltura e l’aumento dell’inquinamento, hanno causato una riduzione enorme nel numero di questi insetti nel mondo. Le api sono infatti fortemente a rischio per via dei cambiamenti climatici e per l’enorme impatto dell’uomo sull’ambiente.

    Un elogio a Pierantoni e al suo gruppo che da decenni si stanno dedicando alle api, con corsi e convegni affinché sempre più persone possano avvicinarsi al mondo apistico, comprendendo l’importanza che ha questo piccolo esserino per la specie umana.  Un lavoro certosino di valorizzazione e di protezione e quando Pierantoni parla delle Api si nota una grande passione e forte emozione.

    Terminato l’incontro Pierluigi ha preparato la degustazione di due mieli particolari: Il miele del San Vicino e la melata delle Api di Rotis, ovviamente i partecipanti oltre ad apprezzare l’interessante relazione hanno anche molto apprezzato la degustazione.

    Maria Cristina Mosciatti

  • La Scarzuola si trova in Umbria in provincia di Terni. È conosciuta per l’antico convento dove, secondo tradizione, avrebbe dimorato san Francesco d’Assisi, e per la villa sotto forma di “città-teatro”, concepita e costruita nel ventesimo secolo dall’architetto milanese Tomaso Buzzi come personale interpretazione del tema della città ideale, ha impiegato 60 anni per realizzarla. Arriviamo al mattino verso le 10 ci accoglie Marco, nipote dell’architetto, che ci guida e racconta questo luogo veramente incredibile. Una vera e propria galleria architettonica a cielo aperto. Il giro è di circa due ore, merita una visita perché è unico nel suo genere…giudicate voi dalle immagini.

  •  “Il Carbonaio, storia e tradizione di un ambientalista ante litteram” è il titolo del convegnodi apertura del pomeriggio di venerdì 9 settembre dell’evento MarcheStorie .

    Dopo il saluto del Sindaco, Massimo Baldini e dell’Assessore al turismo Maria Boccaccini,  i tre relatori: prof. Andrea Spaterna del Parco dei Monti Sibillini, il prof. Andrea Catorci dell’Università di Camerino facoltà di Scienze Naturali e il dott. Matteo Cicconi della Riserva Naturale del Monte San Vicino e del Canfaito si sono confrontati in un dibattito molto interessante riguardante la figura del carbonaio e il rapporto con l’ambiente, toccando, inevitabilmente,  l’argomento del cambiamento climatico legato alla crisi energetica.

    Un excursus storico del mestiere, al quanto faticoso e complesso tramandato di padre in figlio considerata, un’arte non semplice e di grandi sacrifici, chi sceglieva il mestiere del Carbonaio, attività fiorente non solo a Braccano ma in molte zone della fascia appenninica, era consapevole del sacrificio che andava incontro.

    Come evidenzia il prof. Catorci : ”La scelta del legname era importante affinché la resa del carbone fosse al massimo del rendimento, le giornate a costruire la carbonaia e rimanere nel sito per controllare il fuoco affinché con il vento che arrivava all’improvviso, non si spegnesse. Un uomo importante per il territorio perché manteneva in vita il bosco, lo tutelava, un vero e proprio custode di rispetto per il territorio, in quanto il carbone o la legna era l’unico mezzo di riscaldamento e di cottura dei cibi”.

    “La figura del carbonaio è anche, molto attuale” e, ironicamente, i relatori hanno evidenziato che forse dovremmo ritornare a questa pratica di riscaldamento, visto i recenti rincari energetici del gas e luce.

    Anche se ciò accadrebbe, oggi ritornare al consumo del carbone, non è fattibile, in quanto persone “esperte” per la manutenzione e il taglio del bosco sono molto poche e i boschi appartengono alla maggior parte al demanio forestale con tutte le limitazione legate alla salvaguardia ambientale e boschiva. 

    L’incontro ha visto la partecipazione di persone che hanno dato vita ad un dibattito interessante e riflessivo, non solo verso la figura, riscoperta, del carbonaio che molti non conoscevano, ma anche verso una situazione critica energetica che presto si dovrà affrontare con tanti dubbi e incertezze per il futuro.

    Maria Cristina Mosciatti


  • Il suo nome deriva dal greco  helios (sole) e chrysos (oro),  perché il colore giallo dei fiori ricorda il sole. E’ una specie usata fin dall’antichità, per le sue innumerevoli proprietà medicamentose. Una peculiarità dei fiori d’elicriso è che, una volta colti, si conservano a lungo, dando l’impressione di non seccarsi mai. Ha un profumo aromatico molto intenso, che ricorda quello della liquirizia.
    Il suo aroma è stato citato già nel I secolo d.C. da Plinio il Vecchio che, nella sua opera Naturalis Historia, lo descrisse come per nulla sgradevole e in grado di proteggere gli abiti dalle tarme.
    L’uso di questa pianta in campo medico e fitoterapico è ampiamente conosciuto fin dai tempi dei romani. A cosa fa bene l’elicriso? In particolare, è usato per la gestione dei problemi respiratori e digestivi, e per la cicatrizzazione delle ferite. Quindi, la pianta, che si assume come decotto o tisana, è considerata benefica per le condizioni infiammatorie e infettive delle vie aeree, tra cui tosse, bronchite, laringite e tracheite.

  • Conosciamo i fiori per l’Acqua di San Giovanni.
    Il Fiore per eccellenza e di massima fioritura in questo periodo è L’IPERICO vi ho aggiunto anche la ricetta casalinga per realizzare l’Oliolito a freddo d’iperico.
    L’iperico nome scientifico Hypericum perforatum, nota anche col nome di erba di San Giovanni, perforatum deriva dal fatto che le foglioline sono bucherellate e si vedono controluce. I suoi fiori sono di colore giallo oro, all’iperico vengono attribuite proprietà antinfiammatorie, cicatrizzanti e, soprattutto, antidepressive e ansiolitiche. In particolare, l’azione antinfiammatoria sembra sia dovuta all’ipericina e all’amentoflavone (un flavonoide) contenuti all’interno della pianta stessa.
    OLIOLITO A FREDDO D’IPERICO
    L’olio di iperico è un valido rimedio in caso di scottature, ustioni ed eritemi solari. E’ inoltre utile per trattare la pelle arrossata da pannolini nei bambini, è un ottimo sbiancante per le macchie della pelle. Eccellente come lenitivo doposole non va però usato prima di esporsi al sole perchè ha un effetto fotosensibilizzante, cioè durante l’esposizione al sole rende la pelle più sensibile agli effetti dannosi delle radiazioni.
    Ecco come preparare in casa l’oleolito d’iperico:
    Dopo aver raccolto i fiori d’iperico mettere le cime del fiore ben pulite e asciutte in un vasetto di vetro e coprire fino all’orlo con olio di girasole. Tenere coperto con una garza per 7 giorni in modo da far evaporare eventuali residui di acqua, chiuderlo ermeticamente e tenere a stagionare per un mese ai raggi del sole il giorno e della luna di notte, ogni tanto scuotere il barattolo. L’olio di Iperico è pronto quando ha un bel colore rosso intenso. Filtrare con un colino e una garza di cotone. Premere bene i fiori con un cucchiaio o un bastoncino di legno e versarlo in una bottiglietta di vetro scuro per proteggerlo dal sole e conservarlo al buio, il vostro olio è pronto per essere utilizzato e si conserva per circa un anno

  • Ginestra
    La ginestra è una pianta tipica della nostra macchia mediterranea, con un’antica tradizione popolare. E’, infatti, impiegata fin dall’antichità come pianta da fibra.
    Popoli antichi, quali Fenici, Cartaginesi, Greci e Romani, la usavano per la produzione di stuoie, corde e manufatti vari.
    Il termine “ginestra” deriva dal greco spartos=corda, a conferma dell’impiego della fibra per la realizzazione artigianale di tessuti grossolani.
    La ginestra appartiene alla grande famiglia botanica delle Leguminosae. A questa famiglia appartengono piante come fagiolini, fave, piselli, lenticchie, ceci. A differenza di quest’ultime, però, i frutti della ginestra non sono commestibili, anzi, tutte le parti della pianta sono tossiche per l’uomo se ingerite.
    Secondo i Celti la ginestra rappresentava il Sole, ed era utilizzata durante i riti funebri, (una pianta magica che aiutava l’anima nel viaggio verso l’Altromondo?), di certo si sa che le ceneri del suo legno, erano sparse come fertilizzante per i terreni sterili, richiamando emblematicamente la nuova vita che nasce dalla morte.

  • La valle di Roti, (Marche, comune di Matelica) prende il nome dall’omonima Abbazia di Santa Maria de Rotis, secolo XII, dove dimorarono per secoli i monaci che dedicavano la loro giornata seguendo la regola benedettina di “ora et labora”. Un luogo che è rimasto incontaminato e continua a regalare in tutte le stagione la propria bellezza. Nel periodo tardo primaverile si può ammirare la straordinaria fioritura con diverse specie floristiche, anche di pregio come l’orchidea maculata. Rigorosamente non si possono raccogliere, in quanto la valle di Roti si trova all’interno della Riserva Naturale Regionale del Monte San Vicino e del Canfaito, ma solo fotografare. (Maria Cristina Mosciatti)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: