• Commendatario dell’Abbazia di Santa Maria de Rotis, Copista e Tipografo

    Abbazia di Santa Maria de Rotis

    Il nome completo del Columnis era Nicola Bartolomeo, ma preferì firmare quasi sempre con il secondo nome. La sua famiglia, molto probabilmente, era originaria di Genova: sono ricordati nel Quattrocento vari genovesi con lo stesso cognome che ebbero rapporti con l’Oriente.

    Bartolomeo Colonna, svolse, almeno in gioventù a Chio, l’attività di copista, come ci testimonia la sottoscrizione del codice Rossiano 703 della Biblioteca Apostolica Vaticana. Le notizie riguardanti il Colonna, per questo primo periodo della sua vita, sono poche; si ampliano a partire dal 1454, anno nel quale, secondo una nota autografa contenuta in uno dei codici da lui posseduti, il 7 agosto si imbarcò su una nave per approdare il 12 agosto a Creta. Non sappiamo se con questo viaggio egli abbia lasciato definitivamente la sua isola, in quell’anno comunque, o negli anni immediatamente seguenti, si andò in Italia dove stabilì definitivamente; sbarcò probabilmente ad Ancona, città che intratteneva i rapporti con l’Oriente.

    Stabilitosi nelle Marche, Bartolomeo Colonna allacciò relazioni personali che gli valsero in seguito l’investitura da parte di Pio II di una conveniente dignità ecclesiastica, quella di commendatario del monastero di S. Maria de Rotis, situato vicino Matelica (Marche). Lo avevano raccomandato i signori di Matelica, Antonio e Alessandro Ottoni, patroni del monastero, che lo presentarono come studioso di lettere greche e latine; egli prese immediatamente possesso della commenda che dovette risolvere i suoi problemi materiali e permettergli una vita abbastanza tranquilla da dedicare agli studi.

    Lui, ebbe anche un’altra attività, non troppo lontana dalla sua originaria professione di copista: fu, infatti, il primo tipografo di Matelica dove, nel 1471, stampò e sottoscrisse una edizione della Vita della Madonna di Antonio Cornazzano che è conservata in un unico esemplare posseduto dalla Biblioteca Ambrosiana di Milano. Si tratta di un libretto di 34 carte, in 40 senza segnature, stampato con un carattere romano piuttosto originale che non risulta usato in nessun’altra edizione nota, e impiegando una carta che, per quanto è deducibile dalla filigrana, doveva provenire dalle cartiere di Fabriano.

    Volle, probabilmente, sperimentare, lui copista, questa nuova arte “meccanica” che stava rinnovando la forma del libro e della quale già circolavano parecchi esempi. Non sappiamo se avesse dei collaboratori in questa attività né se fondesse egli stesso i caratteri, ma è molto probabile che fosse lui l’autore del loro disegno; sono ignoti altri prodotti dell’officina tipografica di Matelica.

    Nel 1475, quale commendatario del monastero di Roti, fece costruire il campanile, ancora esistente, della chiesa di S. Maria in Piazza, ora cattedrale di Matelica, che apparteneva al suo monastero.  L’ultima notizia che possediamo riguardante il Colonna è del 5 ott. 1487, quando redigeva l’inventario dei beni di Alessandro Ottoni, morto in quell’anno; nel modesto elenco di libri che vi è contenuto sono ricordati un offiziolo (piccolo libro miniato che conteneva le preghiere in onore della Vergine) scritto dallo stesso Bartolomeo Colonna. e “più quinterni della vita di nostra donna” che potrebbe pure identificarsi con l’edizione della Vita della Vergine Maria stampata nel 1473.

    Il Colonna di fatto arricchì, diremmo oggi, la possibilità formativa di Matelica, portando lo studio delle lettere classiche greche e permettendo, inoltre, parlando e scrivendo fluentemente usando frasi composte di termini greci, latini ed italiani, il Colonna ha lasciato tracce dei progetti fatti in quest’epoca, in cui la comunità matelicese si arricchì di elementi greci o grecizzanti.

    Del Bartolomeo Colonna possediamo un’ultima notizia, raccolta dallo studioso Giuseppe Antonio Vogel, che segnala come nel 1512 sia datato l’ultimo documento in cui appare il nome del vivente abate Bartolomeo da Chio.

    La morte deve essere avvenuta qualche anno dopo, nel 1515, quando a succedergli fu il nipote anconetano Urbano, figlio di quel Silvestro che aveva sposato sua nipote Battistina.

    Maria Cristina Mosciatti

    Bibliografia:

    Bartolomeo da Chio – Il greco genovese che portò la stampa nelle Marche di Matteo Parrini

    Dizionario Biografico degli italiani, Vol. 27 – Treccani: Columnis Batolomeo di Paolo Veneziani

  • L’associazione “Organizzazione di Volontariato Roti” continua ad essere attiva coinvolgendo nel proprio progetto professionisti, che apprezzano l’area naturalistica della valle di Roti. Il prof. Natele Reda, agronomo e collaboratore della Politecnica delle Marche ha realizzato, uno studio molto interessante del territorio sia da un punto di vista storico che agronomico.

    Il prof. Reda si riferisce definendo “Le attività umane intorno a Rotis ebbero certamente un impulso caratterizzante da parte dei monaci (Benedettini) che intorno al  IX e X secolo si installarono nel sito e incisero sul paesaggio forestale e rurale provocando radicali trasformazioni della economia degli indigeni.                     

    Non sappiamo come fosse l’ambiente in epoca romana antecedente alla realizzazione del manufatto di Rotis tuttavia facendo fede a quanto già noto grazie alla disponibilità di manoscritti  dedicati agli eventi e alle opere in siti similari delle alte colline marchigiane  possiamo immaginare che a  Rotis  (così  come a Camaldoli o a Fonte Avellana)  si eseguirono disboscamenti, dissodamenti e bonifiche per mettere in  coltivazione terreni di superfici adeguate a fornire nutrimento sufficiente per la comunità ivi vivente. Sappiamo per certo che vennero applicate  tecniche  innovative di gestione delle attività agro-silvo-pastorali  e che anche i rapporti sociali vennero poco a poco adeguati al fine di dare nuova dignità a uomini e donne che fino ad allora erano statii considerati homines de terra o ancor peggio mancipia .

    I monaci di Rotis così come quelli dei vari  monastirium  che sorsero lungo la dorsale dell’Appennino tosco-umbro marchigiano riuscirono a gestire  le risorse energetiche, alimentari  e culturali disponibili organizzando comunità di agricoltori- allevatori-artigiani in equilibrio dinamico e resiliente senza acquisire input energetici esterni. Scoprirono ed integrarono le risorse del sito senza sminuire le possibilità di uso nelle epoche successive. Equilibrio e resilienza consentirono una discreto tenore di vita e soddisfacenti attività produttive  anche negli anni successivi all’abbandono del sito da parte della famiglia monastica e cioè almeno fino al XVI secolo. La famiglia di religiosi che si installò  a Rotis come altrove  utilizzò coscienziosamente la foresta tanto che non solo  non ne esaurirono le risorse a favore della generazione vivente ma incrementarono la fecondità dei vegetali che la costituivano  e degli animali che  naturalmente la popolavano . Si può, dunque, affermare che, mostrarono di saper gestire con accortezza tutte le ricchezze che le foresta accumula  sfruttando l’energia solare e i nutrienti disponibili  nell’ambiente edafico .Le coltivazioni di vegetali per uso nutrizionale e gli sfruttamenti delle selve a fini connessi con la vita dell’uomo ( legname da ardere e da opera, erbe per allevamenti animali ) vennero attuate secondo ritmi naturali  senza creare nella comunità indigena gravi carenze o  ingestibili surplus. Lasciarono l’ambiente non degradato, lo rispettarono e lo amarono intuendo che avrebbe dovuto ospitare e saziare molte generazioni che sarebbero seguite. Quando la comunità monastica abbandonò Rotis la spiritualità che animava i religiosi ed non poté più orientare le attività produttive che non essendo più inquadrate in un contesto di rispetto del Creato procedettero senza razionalità.  Infine la discreta asprezza dell’ambiente, la lontananza da grandi vie di comunicazione e  la ristretta disponibilità di risorse facilmente sfruttabili convinse  agricoltori e allevatori a trasferirsi in ambienti in cui il lavoro della terra venisse meglio ripagato. L’insieme di questi fattori ha favorito la conservazione della associazione di erbe e piante spontanee. La minore pressione delle attività umane  ha consentito di mantenere elevati livelli di naturalità dell’ area ,di purezza delle acque sorgive e della terra” – continua il Prof. Reda riferendosi ad un attuale progetto di fattibilità – “Il sistema produttivo agro-silvo- pastorale istituito e gestito per secoli dai benedettini è esempio di gestione multifunzionale flessibile e durevole .oggi lo definiremmo sostenibile, poiché la mia disciplina NON deve prendere in esame in via principale le strutture architettoniche e le strutture abitative  suggerisco in forma sintetica  passaggi importanti e , ineludibili per supportare le attività umane che coinvolgono gli attuali residenti e attrarre interesse di persone che hanno abbandonato il mondo rurale ma vorrebbero e saprebbero reinserirsi attivamente in esso:

    1. Studio  delle testimonianze scritte disponibili sull’ambiente e sulle attività svoltevi nel passato .Integrazione dei parametri mancanti con una lettura sinottica di testi disponibili sulla vita di comunità simili e coeve. Fondamentale sarà il riferimento al  Codice Forestale Camaldolese .

    2. Inventario delle attività svolte attualmente dai componenti delle comunità interessate.

    3. Inventario delle potenzialità umane e tecniche disponibili nel comprensorio e nelle zone limitrofe.

    4. Inventario dei fabbricati ad uso abitativo e/o artigianali già in uso o disponibili per attività lavorative.

    5 .Inventario dei “Giacimenti energetici” del sito: Ampiezza e tipologia dei boschi, Ampiezza e tipologia dei pascoli ricognizione delle superfici destinabili a coltivazioni, ricognizione sulle sorgenti idriche, ricognizione sulle eventuali disponibilità di  sottoprodotti da gestire per assicurare una autosufficienza energetica delle comunità. Valutazione della opportunità di introdurre metodi moderni di intercettazione e condivisione delle energie solari ed eoliche. L’utilizzo di fonti di energia rinnovabili dovrebbe consentire di puntare  ad una mobilità elettrica  all’interno dell’area e soprattutto la acquisizione di macchine operatrici agricole da utilizzare nei lavori agricoli, Vedi trattrici agricole elettriche e/o a guida autonoma ( da poco disponibili sul mercato)  .

    6. Approfondite valutazioni del microclima e scelte condivise di specie vegetali ed animali armoniosamente inseribili per aumentare la sostenibilità delle attività produttive nel sito  (Ad esempio coltivazione di varietà di cereali adattate o adattabili al clima oppure di piante officinali o aromatiche. Pascolamenti con ruminanti e avicunicoli al fine di rendere autosufficiente e fortemente caratterizzato il sito secondo modalità che consentano una crescita regimata deli turismo anche a scopi curativi

    7. Informatizzazione dei dati per consentire valutazioni, deduzioni e successive proposte alle Amministrazioni coinvolgibili.

    8. Realizzare Filiere produttive che consentano l’instaurazione di forme di economie circolari in cui non si generino scarti che diventano rifiuti da nascondere o propinare a terzi ne eccedenze che a sua volta diventino rifiuti. Propongo sin da subito alcune filiere di rapida costituzione perché forse già disponibili in loco persone con abilità comprovate e perché potrebbero intercettare più facilmente finanziamenti pubblici:                                                         La filiera del Pane ( dai cereali adatti al luogo alla conservazione e alla trasformazione in farina e pane in qualità e forma tipica e riconoscibile).

    La Filiera delle Leguminose “antiche” del tipo Roveja, Cicerchia,

    La filiera delle Erbe officinali che in questi ambienti potrebbero essere prodotte con certificazione da agricoltura bio. Essa dovrebbe comprendere anche le fasi di essiccazione, tranciatura e confezionamento e perché no l’estrazione per distillazione di oli essenziali.

    La filiera zootecnica fortemente caratterizzata da animali ruminanti in grado di utilizzare alimenti fibrosi e fortemente cellulosici anche sottoprodotti non altrimenti utilizzabili per alimentazione umana.

    Premessa a qualsivoglia filiera dovrebbe essere un Accordo di area tra produttori agricoli e allevatori per vincolare a forme di Coltivazione e Allevamenti solo secondo i dettami del biologico o della Agricoltura conservativa. Infine ultima ma assolutamente prima inter pares la filiera della informatizzazione premessa sia della commercializzazione al di fuori dell’area interessata e della comunità in essa insediata sia della realizzazione di attività ricreative, culturali e turistiche secondo programmazioni che impediscano il depauperamento ambientale. Si sottende che l’informatizzazione va rinforzata con un cablaggio in rete dell’intera area che attragga a vivere sul posto anche chi amando l’ambiente naturale voglia sviluppare attività informatiche”.

    Un progetto molto interessante e ben strutturato, non lasciando nulla al caso, il prof. Reda con la sua competenza ha creduto ad un grande opportunità per il nostro territorio montano.

    Maria Cristina Mosciatti

  • Murales di Zefiro e Aura

    Il Borgo dei Murales, conosciuto come la galleria d’arte a cielo aperto, si è arricchito di una nuova opera artistica terminata in questi giorni.  Gli artisti sono due ragazzi che vivono a Castelraimondo e nella loro vita quotidiana svolgono attività completamente diverse, hanno la passione non solo di dipingere, ma anche di comporre versi poetici che descrivono il dipinto da loro realizzato.

    Giovanni Perno, di origine Campane di Avellino ci illustra la sua opera: “la tecnica che ho utilizzato è principalmente bombolette a spray di acrilico, alternando la tecnica libera con l’utilizzo degli stencil” – invece Valeria di Martino la parte poetica, ci spiega la scelta di realizzare un Murales dedicato ai due venti primaverili “ci siamo ispirati alla Venere del Botticelli, dove sono raffigurati in un abbraccio i due venti. Li abbiamo raffigurati nell’angolo Zefiro, vento che preannuncia l’arrivo della bella stagione, accompagnato da Aura, che significa “brezza”– continua di Martino – l’idea di sospiro è dal respiro nasce la bellezza che è la Venere  intesa in senso universale come splendore della vita, è nata pensando ad un soffio di bellezza verso l’uomo, verso la persona”. Gli artisti oltre a lasciare la loro firma, hanno composto una frase: “Intrecci di vita, speranza fecondo di pace, soffio di bellezza su tutto ciò che è vivo. Vivi perché sei bella, sei bella perché vivi”

    Un Murales poetico, raffigurato con colori vivi intensi, primaverili, Zefiro dipinto sembra quasi vero il suo soffio con le “guance” gonfie danno l’idea di una reale folata di vento, dove, grazie ai particolari,  aiutano a comprendere il legame e la complicità presente tra i due venti.

    Un Murales figurativo dove l’interpretazione sarà soggettiva da parte di chi lo osserverà dando spazio alla fantasia di messaggi che potrebbe trasmette, al turista.

    Maria Cristina Mosciatti

  • Il Borgo di Braccano, è diventato un luogo turistico con una propria identità ed immagine, che ha superato qualsiasi aspettativa, i Murales e l’offerta naturalistica che lo circonda rappresenta senza alcun dubbio un aspetto, rilevante per una scelta turistica di nicchia.

    L’ informazione di Braccano, è divenuta fondamentale ed ha funzionato per un piccolo borgo con poco più di 110 residenti, la strategia di “conoscenza” dell’identità legata al web e ai social network è stata  uno strumento indispensabile  per il territorio. Identità, che è fortemente sostenuta dalla cultura e, quindi, dalle persone che vivono all’interno della comunità dove il turista interagisce.

    Oggi giorno, la promozione del territorio (marketing territoriale) ha assunto un ruolo fondamentale all’interno delle strategie di comunicazione turistica di qualsiasi luogo. L’obiettivo della promozione turistica del Borgo di Braccano,  è stato quello di aumentare il valore del territorio al fine di renderlo anche competitivo con altri territori, ma nello stesso tempo più  attrattivo possibile, grazie alla realizzazione, da parte di alcuni residenti, di un sito web https://braccano.jimdofree.com, che oggi ha superato le 21.000 visite, disponibile anche la versione mobile, collegandolo successivamente con le piattaforme dei social network come: Facebook Borgo di Braccano, Twitter, @MuralesBraccano, Instagram @borgoNaturainarte e  #braccano con 1878 post fotografici pubblicati, offrendo la possibilità di “apparire su internet”, considerando che in Italia il numero di persone che lo utilizzano abitualmente, nella fascia di età compresa fra i 16-74 anni, si aggira intorno al 56%, destinati ad aumentare.

    Sicuramente l’arte dei Murales, ha giocato un ruolo fondamentale come espressione artistica/ visiva di un territorio legato alle tradizioni locali, il viaggiatore contemporaneo, vuole scoprire i luoghi da visitare attraverso emozioni e sensazioni sentendosi parte di esso,  Instagram è il social ideale che svolge questo compito in modo impeccabile, grazie al coinvolgimento visivo.  Il Borgo di Braccano ha avuto e sta avendo la sua notorietà, anche, grazie a questo social che racconta il luogo attraverso le immagini  e le community presenti, offrendo così un’esperienza stimolante e ancor più accattivante per i viaggiatori che cercano una  meta diversa che può scaturire emozioni. La strada è ancora lunga, ma i Social Network sono strumenti straordinari in grado di accelerare il processo di sviluppo del turismo locale.

    A volte non è facile saper raccontare un territorio  per la sua vastità ed eterogeneità, ma un uso consapevole ed intelligente dei social media ha rappresentato una risposta positiva alla promozione dei luoghi caratteristici e artistici come il Borgo di Braccano.

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  • Gli animali selvatici hanno paura dell’uomo così come dei cani e la nostra presenza potrebbero terrorizzarli. Quindi non tentare di avvicinarti troppo, se avvisti un animale osservalo da lontano rimanendo sulla strada o sul sentiero che stai percorrendo. Evita rumori molesti, schiamazzi e musica ad alto volume, apprezza la tranquillità dei suoi abitanti.

    E’ assolutamente vietato dare da mangiare agli animali, sanno trovarlo autonomamente e, il nostro comportamento, anche se in buona fede, potrebbe risultare loro dannoso o addirittura fatale. E’ assolutamente vietato il foraggiamento a fini fotografici, purtroppo alcuni fotografi naturalisti, utilizzano questo metodo per poter catturare nel loro obiettivo l’animale, non rendendosi conto del grave danno che può arrecare allo stesso.

    A breve sarà primavera può capitare di vedere nell’erba, nel sottobosco o nei pressi del sentiero, dei piccoli di capriolo raggomitolati e immobili. Anche avvicinandoci, questi cuccioli restano fermi e non fuggono, ma attenzione, ciò non significa che siano feriti! Spontaneamente non si muovono per evitare di essere individuati da eventuali predatori, aiutati dal loro mimetismo, (colore del pelo, bruno chiaro e con le caratteristiche macchie bianche) e dall’assenza di odore. I PICCOLI NON VANNO TOCCATI! Se noi tocchiamo i cuccioli di questi, come di altri animali, essi rischiano di venire abbandonati dalla madre, che avverte il nostro odore e non riconosce il piccolo. Se individuate un piccolo capriolo vicino al sentiero o un centro abitato, segnalatelo ai Carabinieri Forestali e mantenetevi a distanza: la madre è sicuramente nelle vicinanze e, di tanto in tanto, torna dal cucciolo per l’allattamento e le cure.

    In caso di ritrovamento di animali feriti non toccarli, ma contattate i Carabinieri Forestali. Infatti in caso di ferimento gli animali possono diventare aggressivi, non è mai prudente avvicinarsi, nemmeno agli erbivori.

    Può anche capitare di trovare animali in difficoltà, feriti o morti. Ciò che succede alla fauna selvatica nel bosco  fa parte del naturale ciclo della vita e non richiede l’intervento dell’uomo. In ogni caso, è importante evitare di toccarli, non solo perché potrebbero trasferire malattie e parassiti, ma anche perché avvicinandoci potremmo spaventarli, peggiorare la loro situazione o addirittura venire attaccati. Segnate la posizione dove è stato avvistato l’esemplare e, avvisare i Carabinieri Forestali al numero 1515.

    A cura di Maria Cristina Mosciatti – Guida Naturalistica

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  • L’iniziativa, promossa dal Comune di Fabriano, dall’Ordine dei Giornalisti delle Marche e dall’Università di Camerino.

    Intervento di Giovanni Caprara, giornalista scientifico del Corriere della Sera.

    Giovanni Caprara

    Tecnologia, intelligenza artificiale e futuro dell’umanità.

    ci troviamo in un momento storico molto particolare. Molti dei problemi di cui oggi discutiamo non sono più questioni teoriche o lontane dalla nostra vita: sono entrati pienamente nella nostra quotidianità. Abbiamo il problema delle tecnologie che invadono il nostro vivere; abbiamo un problema di linguaggio, perché paradossalmente comunichiamo sempre meno pur avendo strumenti straordinari per farlo; e abbiamo anche un certo smarrimento nel vivere quotidiano, perché molti dei riferimenti che fino a pochi decenni fa orientavano la nostra società oggi sono venuti meno.

    Con l’inizio del nuovo millennio tutto sta cambiando, e questo cambiamento riguarda non soltanto la nostra vita personale o il nostro lavoro, ma l’intero pianeta. Oggi siamo circa otto miliardi di abitanti sulla Terra, mentre solo due secoli fa eravamo appena un miliardo. È inevitabile che una popolazione così numerosa produca trasformazioni profonde. Pensiamo anche al consumo delle risorse: ogni anno esauriamo in pochi mesi la quantità di energia e di risorse che la Terra è in grado di rigenerare. Questo ritmo continua ad accelerare.

    La domanda che dobbiamo porci è dunque semplice ma fondamentale: che cosa sta realmente accadendo? Qual è lo scenario nel quale siamo entrati e che, per molti aspetti, non sappiamo ancora comprendere né governare? La prima cosa da capire è che i cambiamenti stanno avvenendo con una velocità alla quale il nostro cervello non è abituato. Il nostro sistema cognitivo si è evoluto in migliaia di anni con ritmi molto lenti, mentre oggi la tecnologia avanza a una velocità esponenziale. Questo divario crea inevitabilmente disorientamento.

    Questa trasformazione affonda le sue radici nel secondo dopoguerra, quando l’evoluzione scientifica e tecnologica ha iniziato ad accelerare in modo impressionante. Oggi stiamo vivendo le conseguenze di quell’accelerazione. Chi investe oggi di più nella ricerca scientifica e tecnologica? Non soltanto gli Stati, ma soprattutto le grandi aziende tecnologiche. Amazon, Google e imprenditori come Jeff Bezos ed Elon Musk investono somme enormi nello sviluppo tecnologico, spesso superiori a quelle dei governi. Questo significa che il futuro tecnologico del pianeta è sempre più influenzato da grandi attori privati.

    Ma la cosa più interessante è la loro visione del futuro. Non stanno pensando solo alla Terra. Stanno immaginando una dimensione interplanetaria della vita umana. Il ritorno sulla Luna non è un evento simbolico: è l’inizio di una nuova fase della storia umana, la possibilità di creare una presenza permanente dell’uomo su un altro corpo celeste. Per la prima volta nella storia della nostra specie, l’Homo sapiens – emerso dall’Africa circa centomila anni fa e diffuso su tutta la Terra – si prepara a compiere un salto ulteriore: uscire dal pianeta Terra e stabilirsi su un altro corpo celeste. Questo è un passaggio epocale.

    Questa trasformazione ha anche una dimensione economica. Da qualche anno si parla infatti di space economy, un concetto che fino a pochi anni fa praticamente non esisteva. La sua nascita simbolica può essere fatta risalire al 2008, quando Elon Musk riuscì a lanciare nello spazio un razzo con un satellite destinato a un cliente privato. In quel momento lo spazio è diventato anche un terreno economico. Oggi questa economia spaziale è già entrata nelle nostre case. Pensiamo alla rete satellitare Starlink, che porta internet praticamente ovunque sul pianeta. Ma questo è soltanto l’inizio. La Luna rappresenta solo la punta dell’iceberg di un’economia completamente nuova che si svilupperà tra la Terra e lo spazio.

    Le grandi scoperte scientifiche degli ultimi anni, come il bosone di Higgs o le onde gravitazionali, non cambiano direttamente la nostra vita quotidiana. Ma le tecnologie sviluppate per realizzarle hanno applicazioni enormi. Per rilevare le onde gravitazionali abbiamo costruito sensori capaci di misurare variazioni infinitesimali di un raggio laser lungo due chilometri. Tecnologie di questo tipo trovano applicazioni in moltissimi altri campi. Lo stesso vale per l’intelligenza artificiale e per il futuro quantum computing, che potrebbe cambiare radicalmente la nostra capacità di elaborazione delle informazioni.

    Ma tutto questo pone un problema fondamentale: l’energia. L’elaborazione dei dati richiede quantità enormi di energia. I data center che alimentano l’intelligenza artificiale consumano sempre di più. Una delle ipotesi che si stanno studiando è quella di portare i data center nello spazio, dove sarebbe possibile sfruttare in modo continuo l’energia solare. Già solo questo esempio dimostra come la nostra civiltà stia iniziando a spostare alcune delle sue infrastrutture oltre la Terra.

    Tutto questo sta già producendo trasformazioni profonde anche nel mondo del lavoro. Negli Stati Uniti una delle professioni emergenti è quella di chi sa formulare le domande giuste per l’intelligenza artificiale, perché la qualità delle risposte dipende dalla qualità delle domande. Questo richiede una grande capacità culturale e una visione complessa della realtà.

    Ma allo stesso tempo l’intelligenza artificiale ci pone davanti a un problema psicologico. Le macchine hanno una capacità di memoria e di elaborazione infinitamente superiore alla nostra. Non possiamo competere con loro su questo terreno. Dobbiamo quindi spostarci su un altro piano.

    Quando una realtà diventa troppo complessa da comprendere, spesso l’essere umano reagisce fuggendo verso spiegazioni irrazionali. Quando non riusciamo a dominare un mondo troppo veloce, tendiamo a rifugiarci in narrazioni semplicistiche, complotti o fantasie. Questo accade perché la velocità del cambiamento tecnologico ha superato la velocità con cui la nostra mente riesce ad adattarsi. Un tempo servivano circa cinquant’anni perché una tecnologia diventasse pienamente assimilata nella vita quotidiana. Oggi questo tempo si misura in pochi anni, a volte in pochi mesi.

    È in questo divario che nasce quella sensazione diffusa di smarrimento e quella tendenza alla fuga dalla realtà. Ed è proprio qui che entra in gioco un elemento fondamentale: l’intelligenza emotiva. Daniel Goleman individua cinque elementi fondamentali dell’intelligenza emotiva: la consapevolezza di sé, l’autocontrollo, la motivazione, l’empatia e la capacità di gestire le relazioni. Queste sono dimensioni profondamente umane che possono aiutarci a convivere con l’intelligenza artificiale senza esserne dominati.

    C’è poi un altro problema enorme: quello dell’informazione. Oggi circa il 78% dell’informazione passa attraverso i social network. Un’indagine dell’AgCom ha stimato che circa il 38% delle notizie di politica e cronaca diffuse nei media non corrisponde completamente al vero. Anche l’informazione scientifica presenta una percentuale significativa di errori. Questo dimostra quanto sia fragile il sistema informativo nel quale viviamo.

    Per questo motivo credo che oggi dobbiamo diventare tutti, in qualche modo, giornalisti scientifici nel vero senso della parola. Dobbiamo parlare di clima, di energia, di tecnologia, di intelligenza artificiale. Non possiamo più considerare questi temi come settori specialistici: sono diventati la realtà quotidiana del nostro tempo.

    Questo richiede aggiornamento continuo, curiosità, apertura mentale. Ma richiede anche una cosa fondamentale: la capacità di emozionarsi davanti al cambiamento. Perché se noi per primi non siamo capaci di stupirci di ciò che accade nel mondo, come possiamo raccontarlo agli altri? Ed è proprio questa meraviglia che rende il nostro mestiere così straordinario.

  • Organizzato dall’Ordine dei Giornalisti delle Marche e dall’Università di Camerino.

    Prof. Paolo Ercolani
    filosofo Università di Urbino

    TECNOLOGIA, INTELLIGENZA ARTIFICIALE E FUTURO DELL’ESSERE UMANO.

    “Vorrei iniziare con una provocazione che viene dalla psichiatria: se tu parli con Dio sei religioso, ma se Dio ti risponde sei schizofrenico. Oppure, se parli con il cane sei un amante degli animali, ma se il cane ti risponde la situazione diventa problematica.

    Può sembrare una battuta, ma oggi milioni di persone parlano quotidianamente con una macchina. Secondo uno studio del 2019 circa 12 milioni di persone auguravano ogni mattina il buongiorno ad Alexa, oltre 5 milioni le avevano dichiarato il proprio amore e circa 800.000 avevano addirittura chiesto di sposarla. Non stiamo parlando di una persona reale, ma di un chatbot.

    Il primo chatbot della storia risale al 1966, quando lo scienziato Joseph Weizenbaum creò ELIZA, un programma che simulava uno psicologo. L’esperimento produsse risultati inquietanti: una paziente che dialogò per mesi con ELIZA sviluppò gravi disturbi psicologici. Lo stesso Weizenbaum scrisse poi un libro per mettere in guardia dal rischio della commistione tra umano e macchina, perché quando le due dimensioni si mescolano è quasi sempre l’essere umano a pagare il prezzo più alto.

    Questo tema era già stato affrontato da Marshall McLuhan, uno dei grandi teorici dei media del Novecento. McLuhan parlava dell’“idiota tecnologico”: colui che pensa che le tecnologie siano semplici strumenti nelle nostre mani. In realtà ogni tecnologia produce effetti di ritorno che trasformano chi la utilizza. Non è la tecnologia che cambia: siamo noi a essere modificati dal suo uso.

    A questa riflessione si aggiunge una scoperta della neurologia moderna: il cervello umano è plastico ma non elastico. Significa che può essere modellato dagli strumenti che utilizziamo, ma non torna facilmente alla condizione originaria. Se una generazione smette di leggere libri, non è detto che a quarant’anni possa semplicemente ricominciare. Alcune connessioni cognitive potrebbero essere ormai indebolite o scomparse.

    Per capire cosa sta accadendo oggi dobbiamo chiederci cosa significa essere umani. Possiamo individuare quattro dimensioni fondamentali: logos, eros, demos e chronos.

    Il logos rappresenta la nostra capacità di ragionare e comprendere. I dati mostrano qualcosa di sorprendente: dal 1907 al 2009 il quoziente intellettivo medio della popolazione è sempre aumentato. Questo fenomeno è stato chiamato effetto Flynn. Tuttavia dal 2009, proprio negli anni della diffusione massiccia degli smartphone, questo trend ha iniziato a invertire la rotta.

    Allo stesso tempo, circa il 40% della popolazione europea soffre di analfabetismo funzionale: le persone sanno leggere, ma non comprendono davvero il significato profondo di ciò che leggono.

    Nel 2008 la rivista tecnologica Wired pubblicò un editoriale intitolato The End of Theory. L’autore sosteneva che, nell’era dei big data e dell’intelligenza artificiale, non sarebbe più necessario costruire teorie per comprendere la realtà. Sarebbe sufficiente analizzare enormi quantità di dati e lasciar emergere le correlazioni.

    Ma questo approccio mette in discussione il metodo scientifico tradizionale, basato sulla ricerca delle cause. L’essere umano ragiona cercando di capire perché accadono le cose, non limitandosi a osservare correlazioni statistiche. Se il ragionamento umano viene considerato obsoleto, allora il problema non è solo tecnologico: è profondamente culturale.

    Un altro aspetto riguarda l’attenzione e la memoria. Studi come quello sulla “demenza digitale” hanno mostrato come l’uso continuo degli smartphone provochi deficit di concentrazione, disturbi della memoria e difficoltà cognitive, soprattutto tra i più giovani.

    Molti di noi fanno la stessa esperienza: mentre lavoriamo, una notifica interrompe la concentrazione. Controlliamo un messaggio, poi un’email, poi un social network, e improvvisamente sono passate ore. Quando torniamo al nostro lavoro, abbiamo perso il filo del discorso.

    Questo accade perché questi strumenti sono progettati per essere distrattivi.

    Passiamo alla seconda dimensione dell’essere umano: eros, cioè la dimensione emotiva. Gli psicologi Jean Twenge e Jonathan Haidt hanno osservato un fenomeno inquietante: negli ultimi anni il disagio psicologico tra gli adolescenti è cresciuto enormemente.

    I giovani trascorrono in media circa nove ore al giorno davanti agli schermi, spesso anche di notte. La luce degli schermi interferisce con il sonno e i social network sono progettati per stimolare dopamina, serotonina ed endorfine, gli ormoni del piacere. Il risultato è una vera e propria dipendenza digitale.

    Quando poi questi ragazzi tornano alla vita reale, questa appare loro più grigia e meno stimolante.

    A questo si aggiunge un altro fenomeno: l’identità costruita sui social. Lo psicologo Howard Gardner ha parlato di “identità preconfezionate”. Nei social network le persone costruiscono una sorta di vetrina pubblicitaria di se stesse, dove i like diventano una moneta simbolica che misura il valore personale.

    Molti giovani finiscono per valutare se stessi in base al numero di follower o di approvazioni ricevute online.

    Terza dimensione: demos, cioè la dimensione politica e democratica. Il filosofo Norberto Bobbio definiva la democrazia come il sistema in cui i cittadini possiedono gli strumenti cognitivi per controllare l’operato dei governanti.

    Oggi però circa il 78% delle persone si informa esclusivamente tramite i social network, dove gli algoritmi decidono cosa vediamo e cosa non vediamo. Questo crea una realtà informativa filtrata che può indebolire il pensiero critico.

    La filosofa Hannah Arendt osservava che il capolavoro dei regimi totalitari consiste nel riuscire a massificare e allo stesso tempo isolare le persone. Internet sembra realizzare qualcosa di simile: milioni di persone fanno le stesse cose online, ma allo stesso tempo restano isolate davanti allo schermo.

    Per questo alcuni studiosi parlano di totalitarismo digitale.

    Infine c’è la dimensione chronos, cioè il tempo. Oggi esiste un movimento filosofico chiamato transumanesimo, sostenuto da molte figure del mondo tecnologico. Secondo questa visione, la tecnologia permetterà all’uomo di superare i limiti biologici e forse di raggiungere una forma di immortalità digitale, trasferendo la mente in sistemi artificiali.

    Il filosofo e scienziato Raymond Kurzweil sostiene che nei prossimi decenni potremmo ricostruire i nostri corpi tramite nanotecnologie e rendere la mente indipendente dal corpo biologico.

    Ma qui si pone una domanda fondamentale.

    La tecnologia, storicamente, è sempre stata uno strumento di supporto all’essere umano. Gli occhiali aiutano chi vede poco, gli apparecchi acustici aiutano chi sente poco, le protesi aiutano chi ha una disabilità.

    Ma oggi, con l’intelligenza artificiale generativa che scrive testi, crea immagini e produce contenuti al posto nostro, sembra emergere un dubbio: stiamo forse partendo dal presupposto che siamo tutti disabili cognitivi?

    Se smettiamo di esercitare alcune facoltà mentali, rischiamo di perderle definitivamente.

    Alan Turing nel 1950 si chiedeva se un giorno le macchine sarebbero diventate intelligenti come gli esseri umani. Oggi la domanda sembra capovolta.

    Il vero problema non è se l’intelligenza artificiale diventerà simile a quella umana.

    Il problema è quanto l’intelligenza artificiale stia crescendo a spese dell’intelligenza umana.

    E questa, forse, è la domanda più importante del nostro tempo.”

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  • Una mattinata di riflessione sul rapporto tra scienza, informazione e nuove tecnologie  organizzata dall’Ordine dei Giornalisti delle Marche e dall’Università di Camerino

    Derrick De Kerckhove, sociologo e giornalista tra i maggiori studiosi delle culture digitali.

    “Linguaggio, modelli cognitivi e costruzione della realtà”

    Vorrei condividere con voi una riflessione su come sta cambiando il nostro modo di comprendere la realtà.

    Per molto tempo nella cultura occidentale abbiamo pensato che la realtà fosse qualcosa di stabile, qualcosa che esiste indipendentemente da noi e che noi semplicemente osserviamo e descriviamo. Tuttavia oggi questa idea viene sempre più messa in discussione. Alcune riflessioni contemporanee – provenienti anche da ambiti scientifici come la fisica quantistica – ci invitano a pensare che la realtà non sia solo qualcosa che troviamo davanti a noi, ma anche qualcosa che costruiamo attraverso i nostri modelli di interpretazione.

    Ma da dove nascono questi modelli?

    Nascono molto presto. Già prima della nascita il bambino inizia a riconoscere schemi, suoni, ritmi. Poi, crescendo, attraverso il linguaggio e l’esperienza, costruisce strutture mentali che gli permettono di interpretare il mondo.

    Con l’educazione questi modelli diventano sempre più complessi. Pensiamo, per esempio, a concetti come democrazia. A scuola impariamo cosa significa questa parola, ne studiamo la storia, le istituzioni, i principi. In questo modo la democrazia diventa non solo una parola, ma un modello interpretativo con cui leggiamo la realtà politica e sociale.

    Il punto è che, una volta interiorizzati, questi modelli diventano quasi invisibili. Li utilizziamo continuamente ma raramente li mettiamo in discussione. E così finiscono per guidare il nostro modo di pensare, di giudicare e di interpretare ciò che accade intorno a noi.

    Una delle grandi questioni del nostro tempo riguarda proprio questo: quanto siamo prigionieri dei modelli con cui abbiamo imparato a comprendere il mondo?

    Alcuni studiosi sostengono che la realtà non sia qualcosa di continuo e immutabile, ma qualcosa che viene ricostruito continuamente attraverso le nostre interpretazioni.

    Il presente, in questa prospettiva, non è soltanto un punto tra passato e futuro. È uno spazio in cui costantemente ricreiamo il significato delle cose sulla base delle strutture cognitive che abbiamo interiorizzato fin dall’infanzia.

    Naturalmente questa idea può essere discussa. C’è chi continua a sostenere che la realtà sia stabile e indipendente da noi. Ma sempre più riflessioni indicano che ciò che percepiamo come realtà è sempre mediato dai nostri schemi cognitivi, dai nostri linguaggi e dai nostri modelli culturali.

    Questo non significa che tutto sia relativo o che non esista una realtà. Significa piuttosto che il nostro rapporto con la realtà è sempre filtrato da strumenti interpretativi che abbiamo imparato nel corso della nostra vita.

    Ecco perché diventa fondamentale prendere coscienza di questi modelli.

    Comprendere come funzionano significa anche acquisire una maggiore libertà nel modo in cui pensiamo e interpretiamo il mondo.

    Forse una delle sfide più importanti del nostro tempo è proprio questa: imparare a riconoscere i modelli con cui pensiamo, per poterli eventualmente rivedere, ampliare o trasformare.

    Perché solo quando diventiamo consapevoli degli strumenti con cui interpretiamo la realtà possiamo davvero aprirci a nuove forme di conoscenza e di comprensione del mondo.

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  • Nel territorio al confine con la Riserva Naturale Regionale del Monte San Vicino e Monte Canfaito, nella zona del Monumento del Capitano, nel territorio comunale di Gagliole, è previsto un progetto per la realizzazione di nove pale eoliche alte circa 200 metri, promosso dalla società Wind Energy, controllata dal gruppo Blue Nova, nell’ambito di un intervento che interesserebbe anche territori limitrofi tra i comuni di Monte Cavallo, Pieve Torina e Serravalle. Le turbine previste, si troverebbero a poche centinaia di metri dagli apiari presenti nell’area di Roti, zona conosciuta per la ricchezza delle fioriture spontanee e per la presenza di attività apistiche consolidate, che negli anni hanno contribuito a valorizzare il territorio sia dal punto di vista ambientale sia economico. Le api rappresentano un elemento fondamentale per l’economia e per la salute degli ecosistemi. Oltre alla produzione di miele, polline e altri prodotti dell’alveare, il loro ruolo principale è quello di garantire l’impollinazione di colture agricole e piante spontanee, contribuendo alla conservazione della biodiversità e alla stabilità degli ambienti naturali.

    Le colonie possono coprire aree molto ampie durante la ricerca di nutrimento, interessando superfici di decine di chilometri quadrati. Ciò significa che la salute degli impollinatori dipende dalla qualità ambientale di territori molto estesi e non solo dell’area immediatamente circostante gli apiari. Tra le preoccupazioni emerse vi sono i possibili effetti indiretti legati alla presenza delle turbine e delle opere necessarie alla loro installazione. La realizzazione di un impianto eolico richiede infatti l’apertura o l’ampliamento di strade di accesso, la costruzione di piazzole e infrastrutture tecniche, con interventi che possono comportare il taglio di alberi e la trasformazione di habitat naturali. Questi cambiamenti possono incidere sulla biodiversità locale e sulla disponibilità di fioriture spontanee, fondamentali per api e altri insetti impollinatori.  L’impatto diretto delle pale eoliche sulle api è attualmente un tema ancora oggetto di studio e dibattito scientifico. Alcuni studi e osservazioni locali indicano la possibilità di disturbi comportamentali negli impollinatori in prossimità degli impianti, segnalando ad esempio api più irrequiete o una possibile riduzione dei raggi di volo e delle attività di bottinatura. Tra le ipotesi allo studio vi sono gli effetti delle vibrazioni e dei rumori a bassa frequenza prodotti dalle turbine, che potrebbero interferire con la comunicazione interna delle api, fondamentale per indicare la posizione delle fonti di cibo all’interno della colonia. Altri fattori presi in considerazione dagli studi includono possibili effetti: come il “ barotrauma”, cioè variazioni di pressione dell’aria, le collisioni, l’effetto strobo delle pale in movimento, noto come shadow flicker (sfarfallio dell’ombra), e le modificazioni microclimatiche locali, compreso il calore generato dalle turbine e dalle superfici circostanti. Si tratta di aspetti ancora in fase di studio, ma che contribuiscono ad alimentare il dibattito sui possibili effetti degli impianti eolici sugli insetti e sugli impollinatori in prossimità delle installazioni. È invece già documentato come gli impianti eolici possano avere impatti su alcune specie di fauna e avifauna, mentre più recente è l’attenzione verso gli insetti e gli impollinatori. Va inoltre ricordato che il declino delle api è legato a molteplici fattori, tra cui il cambiamento climatico, l’uso di pesticidi, la perdita di habitat e la diffusione di parassiti e malattie, e che l’eventuale impatto delle infrastrutture energetiche rappresenta uno degli elementi di un quadro più ampio e complesso.

    Il tema è oggi centrale anche a livello europeo: la Commissione europea ha ricordato nel 2023, nell’ambito del nuovo Patto per gli impollinatori, che circa l’80% delle specie di flora selvatica dipende almeno in parte dall’impollinazione animale. Tra le principali minacce individuate figurano cambiamento climatico, urbanizzazione, agricoltura intensiva, inquinamento e trasformazione dei suoli. In questo contesto si inserisce la riflessione sullo sviluppo delle energie rinnovabili. L’energia eolica rappresenta una risorsa importante nella transizione energetica e nella riduzione delle emissioni di CO2, soprattutto considerando che le fonti fossili sono destinate progressivamente a esaurirsi. Tuttavia, la necessità di produrre energia pulita non elimina la responsabilità di scegliere con attenzione dove collocare gli impianti, valutando caso per caso l’impatto ambientale e paesaggistico. Il territorio interessato dal progetto è caratterizzato da un paesaggio modellato da processi naturali sviluppatisi nel corso di milioni di anni, un patrimonio ambientale e geologico che rappresenta una risorsa identitaria per le comunità locali. Interventi di grande scala, se non attentamente pianificati, possono modificare in modo significativo equilibri costruiti in tempi lunghissimi.

    La sfida diventa quindi quella di trovare un equilibrio tra produzione di energia rinnovabile e tutela del paesaggio e della biodiversità, affinché la transizione energetica proceda senza compromettere ecosistemi, attività tradizionali e valore naturalistico del territorio, garantendo uno sviluppo sostenibile capace di coniugare innovazione, rispetto dell’ambiente e qualità della vita delle comunità locali.      

    Maria Cristina Mosciatti

  • Vivere a contatto con la natura, è terapeutico, in particolare nel periodo autunnale perché con il cambio e le sfumature dei colori delle foglie: rosso, arancio e giallo dona benefici migliorando la salute fisica e mentale. 

    Ci sono, in corso, diversi studi che confermano come la vicinanza alla natura abbia poteri terapeutici sul nostro organismo: uno dei più recenti è il Mene – Monitor of Engagement with the Natural Environment, condotto da un gruppo di ricercatori dell’European Centre for Environment and Human Health – pubblicato sulla rivista Scientific Reports, il quale prova che sono sufficienti circa due ore alla settimana a contatto con la natura per percepire un miglioramento nelle condizioni di salute e benessere, con una stagione in particolare che ne accresce i benefici: l’autunno.

    Come sappiamo gli alberi in autunno si “vestono” con bellissimi colori e varie gradazioni, grazie alla progressiva riduzione della clorofilla, pigmento presente all’interno delle cellule vegetali e concentrata nella pagina superiore della foglia, responsabile della fotosintesi clorofilliana, preziosissimo processo con il quale la CO2 si trasforma in ossigeno. Con la progressiva riduzione delle ore di luce, in autunno, le foglie non producono più clorofilla; la degradazione di questo pigmento, in un breve periodo porta alla luce la presenza di altri pigmenti, come carotenoidi, antociani e flavonoidi nella foglia, che danno origine, appunto, alla bellezza dell’autunno: responsabili delle meravigliosevariazioni di arancioni, gialli, rossi, violetti e azzurri.

    Combinati insieme sono in grado di generare la magia cromatica di questa stagione, dando origine al “FOLIAGE”. Ogni colore provoca una vibrazione energetica che influisce con il nostro organismo: il rosso simboleggia calore e energia, il giallo è associato alla felicità, mentre l’arancione raffigura la serenità e la creatività. 

    Ma non ci limitiamo solo ad osservare i colori per attivare i benefici, ma anche passeggiare tra gli Alberi, in particolare all’interno di una Faggeta e immergersi, nel silenzio, nel profumo che essa rilascia, con una propria esperienza olfattiva unica, pratica conosciuta come “Forest Bathing” o “Bagno di Foresta,” antica tradizione giapponese che promuove la riduzione dello stress e la normalizzazione della pressione sanguigna attraverso l’inalazione dei composti naturali che conferiscono un particolare profumo alle piante, tra cui faggi emettono queste sostanze benefiche nelle prime ore del mattino, contribuendo a depurare le vie respiratorie e migliorare il sistema immunitario.

    Il contatto, constante con la natura è importante, ci permette di rilassarci e aiutarci nella trasformazione della nostra vita, continuamente accelerata dalla quotidianità. L’Autunno simboleggia il cambiamento, come gli alberi lasciano cadere le foglie per nutrire il terreno e renderlo più ricco per la futura vita dell’albero, anche noi dobbiamo lasciarci andare per “scrollare” di dosso le “foglie” che simboleggiano l’esperienza e la consapevolezza non più necessarie generando nel tempo equilibrio e saggezza.

    Maria Cristina Mosciatti


  • “Abruzzo, forte e gentile”. Correva l’anno 1882, Primo Levi coniò l’espressione che ancora oggi, disegna il tratto abruzzese, traccia i contorni di questo popolo umile e fiero, indomito e coraggioso.

    Amo tantissimo la terra abruzzese, una terra ricca di storia, archeologia, tradizioni e tanta spiritualità.

    Ogni percorso intrapreso e’ stato ricco di emozioni; osservando ogni spazio, luogo, albero, fiore e roccia che madre natura ci ha donato con tanta dedizione.

    “In Abruzzo l’aria ha un sapore diverso. Nutrita di rupi e sassi, di radure e boschi, di laghi e ruscelli e torrenti e fiumi, l’aria ha uno scatto, un’elasticità di muscoli, una pungente, tagliente acredine che sa di spazi nordici, di scoscese dimore montane –
    Giorgio Manganelli”

    L’Abruzzo terra di pastori

    Settembre. Andiamo è tempo di migrare.
    Ora in terra d’Abruzzo i miei pastori
    lascian gli stazzi e vanno verso il mare,
    vanno verso l’Adriatico selvaggio 
    che verde è come i pascoli dei monti.
    Han bevuto profondamente ai fonti alpestri
    ché sapor d’acqua natia
    rimanga nei cuori esuli a conforto,
    che lungo illuda la lor sete in via.
    Rinnovato hanno verga d’avellano.
    E vanno pel tratturo antico al piano
    quasi per un erbal fiume silente,
    su le vestigia degli antichi padri.
    Oh voce di colui che primamente
    conobbe il tremolar della marina!
    Ora lungh’esso il litoral
    cammina la greggia.
    Senza mutamento è l’aria
    e il sole imbionda sì la viva lana 
    che quasi dalla sabbia non divaria.
    Isciacquìo, calpestìo, dolci rumori,
    ah perché non son io coi miei pastori? – Gabriele d’Annunzio

    Sono anni che mi reco, in ogni stagione, in questa meravigliosa regione, dove in ogni stagione ha il suo colore e il suo profumo. Colori variegati tra fiori e foliage…profumi inconfondibili della genziana, violette e bucaneve, ritorno nelle Marche sempre rigenerata. Di tutta la bellezza di questi luoghi racchiusi in pochi metri quadri di territorio, non posso dimenticare la gentilezza e l’accoglienza del popolo abruzzese che, fanno la differenza.

    Ho voluto racchiudere in poche righe l’emozione e la gioia che mi dona un luogo meravigliosamente stupendo come l’Abruzzo. Maria Cristina Mosciatti

    Sulmona

    SULMONA

  • La notte di San Giovanni è la notte che precede la ricorrenza della natività di San Giovanni Battista, il 24 giugno, quindi la notte fra il 23 e il 24 giugno, sono legate innumerevoli credenze e superstizioni diffuse sia in Italia. Secondo la leggenda, si crede che durante la notte di San Giovanni cada la rugiada degli Dei, capace di influenzare piante e fiori donando loro una particolare forza. Una tradizione, che sempre meno persone utilizzano, per questo motivo domenica 23 giugno alle ore 16.00 che l’Associazione di Volontariato ROTI e l’Associazione Comitato Feste di Braccano hanno organizzato una passeggiata per raccogliere, nella campagna di Braccano, i fiori per realizzare l’acqua di San Giovanni, che nella notte del 24 giugno si dovrà esporre ai raggi della luna. Quali fiori per l’acqua di San Giovanni? Generalmente in questo periodo si raccolgono i fiori di iperico, lavanda, malva e fiori e foglie di menta, rosmarino, salvia, foglie di noce, ginestre, si possono aggiungere anche petali di rosa e papaveri. Preparato il tutto e coperto d’acqua si porta fuori e si lascia tutta la notte. L’indomani mattina, 24 giugno, al risveglio, l’acqua sarà usata per lavarsi viso, occhi e corpo, godendone i benefici. Non si conserva, va regalata agli amici se avanza.

  • Ricordo i giorni prima del 24 dicembre, un’emozione grandissima, mia nonna che iniziava i preparativi per la vigilia e il giorno di Natale, la speranza nei suoi occhi nel sapere che sarebbe ritornato suo figlio con la famiglia dalla Svizzera. L’emozione non era solo nell’aspettare Babbo Natale, ma anche costruire il presepio, in quel periodo il parroco della Parrocchia del mio quartiere organizzava la gara dei Presepi, tra i suoi parrocchiani. Ricordo che mio padre ci teneva tantissimo, avevo 10 anni e decise di costruire un Presepe enorme; infatti, spostò i mobili della sala e iniziò, ci mise più di 15 giorni, era meraviglioso, una piccola parte era meccanizzata con l’acqua che scorreva e una piccola cascata, l’alternarsi del giorno e della notte e ancora ricordo una ruota con degli angioletti di carta velina che giravano sopra la capanna della natività. Ogni piccolo particolare curato con amore e dedizione, ero incantata nel guardare il presepe realizzato da mio padre, ricordo che mi mettevo seduta a terra con le gambe incrociate e guardavo quegli angioletti girare, aveva, perfino, messo in sottofondo la musica, fu un vero capolavoro e infatti vinse il primo premio. Per lui, non era tanto poter partecipare, ma l’anima e la passione ci mise, fu straordinaria, il modo delicato e preciso nel posizionare le statue dei personaggi. Un bellissimo ricordo, della mia felice infanzia: il presepe, l’arrivo dei cugini da lontano, mia nonna che si metteva vicino a me e mi raccontava la storia di Betlemme. Poi la cena della vigilia, una grande tavolata con tutte le persone più care, la tombola per aspettare la mezzanotte e, poi insieme ci recavamo in Chiesa,  non mancava mai un fiocco di neve, tutto era così bello e meraviglioso, non so perché ricordo in particolare quel Natale, sicuramente è rimasto nella mia memoria dei ricordi perché visto con gli occhi di una bambina che credeva nel Natale, nella Pace e nella Speranza.  

    “Maria Cristina Mosciatti, ricordi della mia infanzia”

  • Abbiamo condannato il lupo non per quello che è, ma per quello che abbiamo deliberatamente ed erroneamente percepito che fosse – l’immagine mitizzata di uno spietato assassino selvaggio -. Che, in realtà, non è altro che l’immagine riflessa di noi stessi. (Farley Mowat)

    Per secoli, il Lupo, è stato considerato, come un trofeo di caccia da uccidere ed esporre per dimostrare la forza dell’uomo nei confronti della natura. La mia passione nata tanti anni fa, quando per la prima volta sono venuta a contatto con la sua affascinante storia, che con il passare degli anni ho sempre più approfondito, finché non ho avuto la fortuna di incrociare il suo sguardo. La prima volta, non l’ho incontrato nel bosco, ma una mattina presto mentre mi recavo a lavoro: aveva nevicato, nel campo che costeggiava la strada, vidi due interi branchi che si stavano muovendo in pieno giorno, il lupo, principalmente, si muove solo di notte e in corridoi ecologici sicuri, erano stati spaventati in mezzo al branco c’erano anche dei Lupi più piccoli, arrestai l’auto, per far attraversare i due branchi, si fermarono anche le auto dalla parte opposta, scesi per osservarli si muovevano velocemente sembrava che fuggissero da un pericolo. Non mi accorsi che uno di loro si era fermato, mi girai ed era lì a pochi centimetri da me, i nostri sguardi si incrociarono sentii una forte emozione, uno sguardo impaurito ma nello stesso tempo rassicurante, con un salto andò dietro ad un cespuglio e attraversò la strada per raggiungere il branco. Tardo pomeriggio venni a sapere che i due branchi si erano spostati perché minacciati da un gruppo di cacciatori, avendo dei piccoli, hanno preferito spostarsi di giorno con tutti i rischi. Quello fu il mio primo incontro con il lupo fortissima emozione che ancora oggi è dentro di me.

    Il Lupo è stato definito in mille modi: avido, ingordo, criminale, assassino, come una creatura mostruosa capace di divorare gli esseri umani. Persino i primi trattati di storia naturale definivano il lupo come una creatura spregevole, avviando campagne di sterminio in Europa e in Nord America.

    Gli studi del Lupo iniziarono nel 1900, prima, di questo mammifero non si conosceva nulla, l’unica conoscenza veniva riportate nelle fiabe o nei racconti dei cacciatori che lo incontravano, anche se la comparsa del genere Canis risale al tardo periodo del Miocene, successivamente altre forme di Canis comparvero nel Nord America, Messico, Europa, Medio Oriente. Ma fu chiamato Canis Lupus nel 1758 da Carl Linnaeus, che è un canide selvatico con variazioni di peso e grandezza in relazione allo stato in cui si trovava, ad esempio in Ucraina il peso era di 86 kg, in Alaska 79 kg. La morfologia del Lupo è cambiata nel tempo anche se è rimasta la sua inconfondibile ballonzante camminata e sulla percorrenza dei km percorsi nell’arco di una giornata.

    Prevalentemente la sua vita si svolge in branchi che possono arrivare ad un massimo di 11 elementi, con le eccezioni, ma sono fratelli e sorelle perché soltanto la coppia iniziale continua a riprodursi. I piccoli restano con i genitori da uno a tre anni sebbene,  l’allontanamento dei giovani dipende dal rapporto sociale interno, determinati dalle dimensioni del branco. A volte succede che i genitori possano indurre i cuccioli ad andare in dispersione, al contrario la grande disponibilità di cibo tende ad allargarsi ed i giovani rimangono con il branco.

    Quando arriva l’estate i lupacchiotti oramai svezzati vengono portati in delle tane dove si ritrova il branco, questi luoghi vengono chiamati rendez-vous sites, si tratta di zone ricche di vegetazione. Anche l’ululato del lupo ha suscitato sempre paura o curiosità o timore per il bestiame o le greggi, gli esperti di comunicazione del lupo affermano che ululare serve a comunicare come ad esempio per il ricongiungimento o rafforzamento del legame e non ultimo richiamo di accoppiamento. L’ululato avviene sia al buio che con la luce e raggiunge le distanze anche di 10 km nei terreni boscosi e 16 km in spazi aperti,  l’ululato del lupo ha anche la finalità di evitare che branchi rivali possano incontrarsi. Essi vivono in un mondo multisensoriale dove organizzano la propria vita il proprio stato emotivo e fisico la loro vita quotidiana si basa sulla caccia e sulle relazioni con il branco. Predano animali di piccola taglia consumano le carcasse di prede già morte, sono forti, veloci tuttavia la preda di grossa taglia possono portarli alla rapidissima fuga. Nel momento della caccia il lupo privilegia sempre gli individui più deboli e vulnerabili, il branco di Lupi si spostano all’unisono e cercano di accerchiare la preda di grossa taglia quando poi vedono che hanno difficoltà nel giro di pochi minuti abbandonano il campo. Quando invece la preda è accerchiata cercano di attaccarla con ferocia nei fianchi in modo che l’animale non ha probabilità di fuggire.  Solo quando è in dispersione cerca di attaccare prede semplici e piccole. In passato la letteratura scientifica divulgativa definiva l’organizzazione sociale del branco come una forma regolata da gerarchia e sottomissioni.

    Del branco figuravano sempre il patriarca e la matriarca dominanti i restanti membri conquistavano il proprio posto sottomettendosi al loro volta ai più forti, all’interno del branco è sempre definito un modello gerarchico la maggior parte dei branchi dei Lupi sono dei gruppi familiari costituiti in modo simile come proprio le famiglie umane cioè attraverso l’unione di un maschio o di una femmina provenienti da branchi diversi e privi di consanguineità. Le coppie riproduttive sono sempre monogame e l’organizzazione sociale è democratica, dove il cibo si acquista in maniera condivisa dalla collettività, il loro status sociale è molto simile a quello umano.

    Per secoli il lupo e stato considerato come qualcosa di diverso, ed iniziò ad essere un problema per l’uomo tra i 10.000 e 6000 anni fa che coincide con l’addomesticazione di pecore e capre, creature i cui Lupi erano destinati ad essere sempre legati.

    Fin dall’antichità il lupo fu protagonista di favole, ad esempio, nell’antica Grecia Esopo creo una serie di favole su Lupi la più famosa e quella del pastore che gridava sempre al lupo al lupo quando nessun gregge era in pericolo, ma solo per puro divertimento e quando invece arrivò veramente i Lupi che attaccarono il gregge nessuno corse in suo aiuto: La morale è che mai creare dei falsi allarmi quando questi non ci sono.

    Nelle successive epoche storiche nacque la figura del licantropo una creatura inquietante che era un incrocio tra umano e animale tra civile e bestiale tra addomesticato e selvatico. La figura del lupo mannaro spesso è descritta come metà uomo e metà bestia ma in realtà in alcune litografie viene raffigurato come uomo e lupo. Nella storia tantissimi animali sono diventati protagonisti ma mai così come il lupo che ha una storia culturale ed è considerato come una delle creature più temibile della terra.

    Da sempre nemico inevitabile dell’uomo la prima descrizione di un essere umano che si trasforma in un lupo la troviamo nelle bucoliche di Virgilio.

    Nel tempo inizia questa relazione tra poetico e reale una continua attenzione verso questo mammifero, dove ogni essere vivente è rimasto affascinato o temuto. Neanche la letteratura Latina è rimasta in disparte da questo mammifero in quanto, introduce proprio il tema della licantropia, è proprio nel Satyricon di Petronio che Nicerote, narra il proprio incontro con questa creatura e che assiste ad una metamorfosi tra uomo e lupo.

    Proseguendo nel periodo storico anche nel medioevo si maturò una profonda ansia verso il lupo specialmente verso il lupo mannaro tant’è vero che riguardava, l’attacco da parte del lupo verso l’essere umano e quindi si pensava che l’animale fosse veramente qualcosa più di un normale lupo.  Così man mano purtroppo nel tempo questa paura divenne sempre più forte e più radicata tant’è vero, che iniziò un vero e proprio sterminio dei Lupi in tutta Europa.

    Successivamente dopo il 1940 non ci fu solo la letteratura che parlava di Lupi o di Lupi mannari ma ci fu anche un primo film; raccontava che in ogni plenilunio un lupo si trasformava in assassino, negli anni a seguire uscirono molti filmati con protagonista il Lupo.

    Non possiamo non citare la letteratura legata alle fiabe e racconti popolari e in particolare quello che l’immagine del lupo è stata creata da alcuni scrittori di letteratura infantile che definivano il lupo malvagio, ci fu la prima versione scritta da Charles Perrault nel 1697 con la storia di Cappuccetto Rosso che è stata, poi, raccontata, rielaborata e riscritta talmente tante volte,  sia la reputazione del lupo rimaneva sempre molto radicata e forte perché potesse funzionare, in ogni caso il racconto doveva essere sempre il lupo cattivo e non poteva essere diversamente quello di Cappuccetto Rosso.  

    È un lupo poco naturale perché un lupo affamato addirittura saltarle addosso, per raddoppiare la dose poi ci sono diverse versioni scritte, c’è anche la versione, di una bambina che non incontra il lupo ma un licantropo e anche qui è la stessa storia e così andando avanti tante le versioni del Cappuccetto Rosso quindi il lupo viene visto come un animale selvaggio capace di uccidere di mangiare gli uomini.

    Non ci fa capire per quale motivo attraverso, la letteratura infantile, la narrativa e successivamente il cinema sia stato sempre preso di mira il lupo e non un altro animale selvatico perché sempre lupo è come se fosse una stratificazione culturale che si è radicata nel tempo nelle varie società. Qualunque siano i vari strati sociali il lupo era l’animale cattivo basti pensare a tante altre situazioni anche infantili, esempio: “Se non mangi poi arriva il lupo cattivo” anche queste espressioni non hanno aiutato a demonizzare l’immagine del lupo, che a volte viene ripresa in situazioni militari o paramilitari dove determinano questo emblema che viene raffigurato come qualcosa di tenacia, di resistenza, di forza, di collaborazione

    Plauto diceva: Lupus est Homo Homini cioè l’uomo e per i suoi simili lupo e questa secondo me la chiave di tutta la crudeltà che sta si sta verificando in questi ultimi anni nei confronti del lupo. I Lupi sono stati usati dagli uomini per esprimere emozioni che potevano accettare come umane purtroppo l’immagine di questi animali da un punto di vista culturale è stata anche tradotta come una campagna proprio contro il lupo, come odio vero e proprio inventando anche storie come attacchi contro l’uomo facendo di questo mammifero un emblema di nemico dell’umanità.

    Il primo ad autorizzare l’abbattimento dei Lupi fu proprio Carlo Magno nel IX secolo  fondò la Louveterie nelle tenute reali i cadaveri di questi animali diventavano un vero e proprio tripudio poi nel 1016 ci fu le leggi della Foresta con il re Canuto che consentiva a chiunque di uccidere questi animali, con Enrico VII tra il 1485 e il 1509  ormai non esistevano più i Lupi in Inghilterra erano stati tutti quanti abbattuti,  poi andando avanti in Scozia i Lupi nel 1690 furono sterminati, poi in Irlanda successivamente fino al 1710 esisteva la legge dell’abbattimento completo dei Lupi andando avanti nel 1800 dove i Lupi erano stati completamente eliminati o ridotti proprio a pochi elementi in Scandinavia, in Danimarca, Svizzera, Francia, Germania, Italia, Spagna e anche in Europa comunque si scatenò una vera e propria caccia al lupo.

    Finché quando l’homo Sapiens e il Canis Lupus si ritrovarono per la prima volta il Nord America e iniziarono una relazione che avrebbe proprio portato all’avvio di processi di domesticazione a vantaggio dell’uomo. Purtroppo nell’ottocento quando l’uomo bianco cominciò ad attraversare il paese e si trasferì nelle pianure in Nord America ci fu una nuova fase dell’odio di sterminio dei Lupi si preoccupavano per il fatto che si potevano avvicinare gli accampamenti e attaccare l’uomo, tra il 1900 e il 1950 il lupo si estinse praticamente ovunque fatta l’eccezione delle popolazioni dell’Alaska e del Minnesota.

    Negli anni 30 iniziarono le prime critiche nei confronti della carneficina dei Lupi e di altri predatori tanto è vero che nelle riserve naturali, i biologici  incaricati iniziarono a studiare il comportamento dei Lupi per poterne favorire il contenimento numerico e cominciare a studiare proprio il loro modo di agire, prese così forma l’idea di un equilibrio naturale, di un equilibrio che oggi si parla molto spesso del quale i Lupi avevano un ruolo importante addirittura indispensabile per conservare la predazione e la salute delle mandrie erbivori, quindi nacque l’ambientalismo diventò sempre più scientifico e diffuso creando un’immagine del lupo come una specie autoctona che deve avere la sua legittimità importanza negli spazi soprattutto nei processi naturali Per la prima volta nel 1973 il lupo grigio fu inserito nel nelle specie protette una legge emanata negli Stati Uniti dove ci fu la lista degli animali in via d’estinzione soprattutto nei 47 stati americani e venne applicata nel Minnesota in Alaska,  fu la prima base per la tutela e la protezione di questo mammifero straordinario in quanto si resero conto della sua importanza strategica per la conservazione della biodiversità, infatti un gruppo di specialisti che si riunirono a Stoccolma nel 1973 fecero un manifesto per poter riabilitare il lupo dove scrivevano i Lupi come tutta la fauna selvatica hanno il diritto di esistere allo stato libero che discende dal diritto di tutte le creature viventi e coesistenti con l’uomo in quanto parte degli ecosistemi naturali.

    In realtà il lupo non è sempre stato temuto, molti popoli lo hanno trattato con rispetto, pensiamo ai nativi americani dove il rapporto tra uomo lupo era straordinario, nella tradizione di caccia i Navajo cacciavano nel modo del lupo fino a diventare quasi affini con il lupo stesso.

    Altre popolazioni indigene nel nord  America presso il cui lupo era rispettato e ammirato per le sue abili e qualità di cacciatore non erano considerate creature spaventose che invadevano in modo violento e inaccettabile la sfera umana non c’era bisogno di difendersi, né di ucciderli, il concetto di intrusione diventava importante per due motivi nei sistemi socio culturali di cui stiamo parlando l’idea di una natura selvaggia intesa come ambiente fisico e culturale separato come spazio altro in cui gli uomini si avventuravano non esisteva e montagne, foreste, pianure erano luoghi dove i nativi abitavano e gli animali con i quali convivevano non venivano considerati selvatici ma semplicemente animali di quei luoghi.

    I Lupi non erano intrusi, nessuno cercava di limitare il proprio territorio e non esisteva un territorio per uso esclusivo e neanche era una minaccia di natura economica né tantomeno in assenza di pastorizia non c’era nulla che i Lupi potessero sottrarre l’uomo perché gli uomini cacciavano la stessa selvaggina, i Lupi non erano una minaccia, ma bensì erano rispettati.

    Nella società dei Nuu-chah-nult esistevano delle cerimonie di iniziazione con dei rituali ispirati al lupo, una conoscenza segreta che esisteva tra il mondo dell’uomo e il mondo dei Lupi.

    Nella storia troviamo diversi esempi di citazioni del lupo il topos mitico di Romolo e Remo allattati dalla Lupa anche qui la storia è incerta e una transizione tra esseri umani e Regno naturale del lupo come osserva Tito Livio la Lupa di Roma sicuramente aveva delle sembianze umane. In India abbiamo delle storie legate a delle narrazioni leggendarie di bambini lupo basti pensare alla vicenda indiana di Mowgli di Kipling che esercitavano nei lettori un grande fascino.  Successivamente sarà’ più conosciuto con l’animazione dei Disney nel 1967.  E’ un libro particolare un rapporto problematico coi Lupi della giungla e un cucciolo di uomo che si relaziona in modo affettuoso con la sua famiglia e con Akela, il saggio capobranco tant’è vero che nel 1907 Robert Baden Powell gettava le basi per il mondo e il movimento scout e nel 1916 con l’uscita il Manuale dei Lupetti nasceva ufficialmente il “Lupettismo”. Baden Powell ha visto una nuova corrente dove vedeva la società degli dei Lupi come una società, solidale regolata, disciplinata e formata da soggetti rispettosi capaci di agire e insegnare ai più piccoli a diventare membri di un branco: onesti e leali secondo la legge del lupetto: il lupetto ascolta sempre il vecchio lupo, Powell era convinto che in natura i Lupi obbedissero agli ululati di richiamo del capobranco che li voleva riunire di conseguenza il grande urlo dei lupetti diventa la risposta rituale al capo Akela. In America lo scoutismo arrivò nel 1910 e si diffuse rapidamente, ci fu una specie di rivoluzione perché fino a quel momento il lupo era considerato come creatura da sopprimere ma in realtà si comincia a vedere l’idea di un lupo quale modello ideale cui ispirarsi per l’educazione sociale dei giovani.

    In quegli anni stava nascendo anche il movimento di Ernest Thompson Seton che si inseriva in un contesto di natura incontaminata e alla fine del secolo si stava ricominciando a pensare a un’idea vera e propria di natura, qualcosa da gestire con rispetto e iniziò a far strada l’idea che i Lupi e altri carnivori occupavano un posto di rispetto in questo territorio incontaminato. L’etologia e l’ecologia dei Lupi si iniziò a studiare in maniera dettagliata comprendendo le abitudini di vita e il reale comportamento di questi predatori.

    Nel 1936 il teatro centrale dei bambini di Mosca commissionò a Sergej Sergeevič Prokof’ un’opera che aveva come obiettivo didattico quello di illustrare gli strumenti dell’orchestra e scrisse la storia di Pierino un ragazzo vivace, intrepido dove cattura un lupo che gli ha sbranato un’anatra, alla fine consegna l’animale allo zoo, la storia nota come “Pierino e il lupo” dove il lupo non è spaventoso però viene comunque punito.

    Un primo studio fu di Sigurd Ferdinand Olson nel 1938, pubblicò diversi articoli dove approfondivano il concetto di Lupo nel suo habitat nella sua vita sociale come branco, successivamente arrivarono altri studiosi che iniziarono a osservare il lupo nello suoi comportamenti nei metodi di caccia e di alimentazioni, definirono il lupo come un mammifero formidabile, astuto, dove purtroppo si è scontrato con gli interessi economici dell’uomo. Se all’inizio del ventesimo secolo era un animale in cui si doveva avere solo una conoscenza particolare alla fine del 1900 il lupo è diventato uno dei mammiferi più studiati al mondo, una vera e propria riscoperta scientifica nel suo ruolo ambientale, una rivoluzione culturale. Una nuova immagine nasceva, un cambiamento totale, una rivalutazione dei suoi comportamenti, motivazione che lo fece valorizzare ed emergere in uno spazio sociale culturale come una creatura decisamente carismatica.

    Dopo anni di battaglie, cacce, paure e incertezze il lupo iniziava ad avere il suo ruolo ben preciso tant’è vero che venne reintrodotto nel Parco dello Yellowstone.

    Ma ecco che sta venendo fuori una nuova realtà del lupo, dove le paure, i confronti, i conflitti iniziano a nascere nelle fiabe per bambini, dipinto come una creatura cattiva e terrificante, per quanto i naturalisti  e gli etologi cercavano di dare un’immagine completamente diversa del lupo in realtà dalla parte opposta cercavano di denigrarlo, basti pensare alla favola dei “tre porcellini”, gli stessi non hanno il minimo rispetto per l’ambiente abbattono querce secolari per fare le casette di paglia e sbancano terreni e alla fiaba di Cappuccetto Rosso.

    Anche la cinematografia ha dato i suoi frutti positivi ricordiamo “Balla coi Lupi” dove il giovane tenente di cavalleria viene abbandonato in solitudine e fa amicizia con un lupo che non lo attacca diventa un suo amico, non si limitano a creare una prossimità fisica, arrivano a dividere il cibo, grazie a questa rappresentazione di questo rapporto tra uomo e lupo che c’è una rivalutazione una rilettura dell’immagine del lupo alla fine del ventesimo secolo.

    Oggi il lupo è una creatura carismatica in grado di entusiasmare, capace di suscitare conquistando un peso culturale importante, un tempo la paura di questo animale si incarnava su un’immagine di creature che giravano minacciose nei centri abitati adesso i Lupi rappresentano un ingresso un qualcosa di grande per anni considerato prima di valore denigrato, mercificato, condannato ora qualcosa è cambiato.

    Fioriscono siti gruppi di discussioni, che cercano di capire le proprietà di questo animale straordinario se pensiamo che nel secolo scorso il lupo è stato considerato anche in campo musicale.

    I nuovi appassionati di Lupi cercano di studiarlo di approfondire specialmente nel loro habitat naturale dove parchi, aree protette, aree naturali o aree faunistiche cercano di tutelare di proteggere non a caso il parco di Yellowstone ha creato un percorso dove i visitatori possono osservare e scrutare il lupo in tutta tranquillità nel loro comportamento.

    Nel 1963 si organizzò la prima serata di ascolto dei Lupi e nacque quello che oggi noi chiamiamo il Wolf Howling,  questo evento venne inserito in un programma di educazione proprio di conoscenza ambientale gli zoologi avevano notato che imparando a imitare il verso dell’animale, quindi del lupo suscitavano comunque una risposta e si sono serviti di questa tecnica per localizzare e monitorare i movimenti del branco, si resero anche conto che questa attività era utile, sia per fini educativi, che di intrattenimento gli operatori ne imitavano il verso e con un pizzico di fortuna, il branco rispondeva, grazie a questi richiami che sono riusciti anche a studiare, a capire e a individuare il percorso di un branco.

    Siamo arrivati al ventunesimo, secolo il lupo continua a essere una creatura controversa, capace di suscitare emozioni, opposte e conflittuali si parla ancora di scontri di due fazioni: quella della ricolonizzazione e del ripopolamento spontaneo. Controversia più celebre è proprio il progetto di ripopolamento del parco dello Yellowstone,  che è diventato un emblema delle complesse dinamiche, nel tentativo di riportare i Lupi in un ambiente naturale idoneo e nel 1973, in seguito all’approvazione della legge sulla specie minacciata il Lupo Grigio fu il primo animale ad essere ufficialmente nominato specie protetta, obbligando il governo a impegnarsi a reintrodurlo nelle riserve naturali ovviamente si riproposero le problematiche, come la predazione che rientrava nel comportamento naturale dei Lupi ma quali prede e in quale territorio quindi tutti i programmi di reintroduzione hanno sollevato un grande interrogativo soprattutto perché i Lupi potevano uccidere il bestiame domestico o decimare la fauna locale. Quindi, era necessario creare un sistema bioecologico di adattamento e di sopravvivenza di questi di questi animali all’interno proprio dell’ecosistema del parco dello Yellowstone: era in atto una grande e un’accesa campagna sia contro e sia a favore, alla fine di questa grande diatriba il 12 gennaio del 1995 8 Lupi catturati in Canada furono portati Yellowstone,  8 giorni dopo altri 6 Lupi Canadesi si aggiunsero al gruppo, il 21 Marzo dello stesso anno, i recinti vennero aperti, i Lupi cominciarono man mano a disperdersi nel parco, per potersi riprodurre e tornare a ripopolarlo.

    Purtroppo in alcune nazioni, come la Francia, la Spagna, la Grecia e soprattutto l’Italia gli allevatori e i pastori non vedono di buon occhio la crescita della popolazione del lupo in quanto vengono visti come intrusi, come una vera e propria minaccia.

    Reintrodurre, proteggere e convivere il lupo è una cosa importante significa far rinascere la nostra cultura, quanti si battono per il contenimento della popolazione dei Lupi che ritengono, essi si trovano all’apice della biodiversità, di una catena alimentare fondamentale per la salvaguardia e la tutela dei nostri boschi, ma i conflitti continueranno ad esserci tra uomo e lupo;  c’è una questione irrisolta e mai si risolverà, perché il lupo viene considerato come una creatura che ha un’immagine culturale ben definita in un contesto sociale non mutato nel tempo, l’uomo si vede proiettato in una sfida da un punto di vista sociale, economico, estetico e emotivo.

    Sono, proprio queste distanze che continueranno a decidere, quello che per secoli e secoli è accaduto: il diritto di sopravvivenza del lupo e la modalità degli spazi, della loro esistenza, quindi il destino del lupo sarà sempre come una grande creatura maestosa, possente dove l’uomo non può ignorarlo, può solo riflettersi, rispecchiarsi, ma a volte in questo specchio vede qualcosa che è timore e angoscia, per questo oggi il lupo ancora viene considerato come un qualcosa di minaccioso.

    In particolare tra gli allevatori. che invece di poter prendere precauzioni per tutelare il loro bestiame, oppure i loro greggi, preferiscono ucciderlo, annientarlo portarlo in estinzione.

    Siamo arrivati nel 2023, dove purtroppo la politica ambientale ecologista nazionale ha aperto una vera e propria caccia alla fauna selvatica e in particolare al lupo, la cittadinanza non è preparata, non è educata, non è aggiornata, facendo nascere un continuo conflitto con questo mammifero che purtroppo, a causa dell’aumento dei cinghiali che si stanno riversando nelle città, a ridosso delle case, seguono la loro preda per cacciarla.

    Aumentano gli avvistamenti, gli attacchi e la popolazione non ha la consapevolezza della causa degli avvicinamenti nei centri abitati, perché l’habitat naturale del lupo è il bosco, la montagna e la foresta.

    Nel centro urbano si trova spaesato, in un ambiente che non è suo, dove trova la morte, causata da investimenti, dai bracconieri, dagli avvelenamenti, quindi sempre per mano dell’uomo e, se non si pone a dei ripari ben precisi, dove si deve “riportare” il lupo nel proprio habitat purtroppo sarà destinato all’estinzione.

    Non possiamo ignorare il fenomeno dell’ibridazione, che si può verificare per esempio quando una femmina solitaria di lupo nel periodo del calore si accoppia con un cane di grossa taglia, magari perché a causa di un atto di bracconaggio è rimasta senza compagno o perché in dispersione.

    Come ripeto, non abbiamo una politica ambientale zoologica-etologica che mira soprattutto alla salvaguardia della nostra biodiversità.

    Io stessa partecipai diversi anni fa a un progetto lupo di monitoraggio per quasi un anno vennero monitorate le tracce, le fatte e video attraverso le fototrappole per monitorare la quantità della specie e nel territorio di Lupi ne sono rimasti pochi.

    Ho voluto scrivere questo breve saggio estrapolando alcuni studi e aspetti della vita del lupo dalla sua prima comparsa sulla terra fino ai nostri giorni ispirandomi al libro di Garry Marvin intitolato Il Lupo.

    Questo straordinario mammifero protagonista, involontario, della vita quotidiana di ognuno di noi è un continuo mutamento di vicende e denigrazioni, in ogni occasione viene messo in discussione, in quanto la paura del Lupo è legata della memoria dell’uomo.

    Maria Cristina Mosciatti

    Murales “Io abito qui” – Massimo Melchiorri – Braccano (Fraz. di Matelica )

    Bibliografia:

    – Garry Marvin – Il Lupo, edizione Nottetempo, anno 2021;

    – Appunti del Convegno “Reti ecologiche, gestione di aree protette e grandi mammiferi” – Pettorano sul Gizio (Aq), maggio 2017;

    –  Appunti Corso di aggiornamento sul Lupo delle Guide Escursionistiche Ambientali – Civitella Alfedena (Aq), aprile 2018;