• Commendatario dell’Abbazia di Santa Maria de Rotis, Copista e Tipografo

    Abbazia di Santa Maria de Rotis

    Il nome completo del Columnis era Nicola Bartolomeo, ma preferì firmare quasi sempre con il secondo nome. La sua famiglia, molto probabilmente, era originaria di Genova: sono ricordati nel Quattrocento vari genovesi con lo stesso cognome che ebbero rapporti con l’Oriente.

    Bartolomeo Colonna, svolse, almeno in gioventù a Chio, l’attività di copista, come ci testimonia la sottoscrizione del codice Rossiano 703 della Biblioteca Apostolica Vaticana. Le notizie riguardanti il Colonna, per questo primo periodo della sua vita, sono poche; si ampliano a partire dal 1454, anno nel quale, secondo una nota autografa contenuta in uno dei codici da lui posseduti, il 7 agosto si imbarcò su una nave per approdare il 12 agosto a Creta. Non sappiamo se con questo viaggio egli abbia lasciato definitivamente la sua isola, in quell’anno comunque, o negli anni immediatamente seguenti, si andò in Italia dove stabilì definitivamente; sbarcò probabilmente ad Ancona, città che intratteneva i rapporti con l’Oriente.

    Stabilitosi nelle Marche, Bartolomeo Colonna allacciò relazioni personali che gli valsero in seguito l’investitura da parte di Pio II di una conveniente dignità ecclesiastica, quella di commendatario del monastero di S. Maria de Rotis, situato vicino Matelica (Marche). Lo avevano raccomandato i signori di Matelica, Antonio e Alessandro Ottoni, patroni del monastero, che lo presentarono come studioso di lettere greche e latine; egli prese immediatamente possesso della commenda che dovette risolvere i suoi problemi materiali e permettergli una vita abbastanza tranquilla da dedicare agli studi.

    Lui, ebbe anche un’altra attività, non troppo lontana dalla sua originaria professione di copista: fu, infatti, il primo tipografo di Matelica dove, nel 1471, stampò e sottoscrisse una edizione della Vita della Madonna di Antonio Cornazzano che è conservata in un unico esemplare posseduto dalla Biblioteca Ambrosiana di Milano. Si tratta di un libretto di 34 carte, in 40 senza segnature, stampato con un carattere romano piuttosto originale che non risulta usato in nessun’altra edizione nota, e impiegando una carta che, per quanto è deducibile dalla filigrana, doveva provenire dalle cartiere di Fabriano.

    Volle, probabilmente, sperimentare, lui copista, questa nuova arte “meccanica” che stava rinnovando la forma del libro e della quale già circolavano parecchi esempi. Non sappiamo se avesse dei collaboratori in questa attività né se fondesse egli stesso i caratteri, ma è molto probabile che fosse lui l’autore del loro disegno; sono ignoti altri prodotti dell’officina tipografica di Matelica.

    Nel 1475, quale commendatario del monastero di Roti, fece costruire il campanile, ancora esistente, della chiesa di S. Maria in Piazza, ora cattedrale di Matelica, che apparteneva al suo monastero.  L’ultima notizia che possediamo riguardante il Colonna è del 5 ott. 1487, quando redigeva l’inventario dei beni di Alessandro Ottoni, morto in quell’anno; nel modesto elenco di libri che vi è contenuto sono ricordati un offiziolo (piccolo libro miniato che conteneva le preghiere in onore della Vergine) scritto dallo stesso Bartolomeo Colonna. e “più quinterni della vita di nostra donna” che potrebbe pure identificarsi con l’edizione della Vita della Vergine Maria stampata nel 1473.

    Il Colonna di fatto arricchì, diremmo oggi, la possibilità formativa di Matelica, portando lo studio delle lettere classiche greche e permettendo, inoltre, parlando e scrivendo fluentemente usando frasi composte di termini greci, latini ed italiani, il Colonna ha lasciato tracce dei progetti fatti in quest’epoca, in cui la comunità matelicese si arricchì di elementi greci o grecizzanti.

    Del Bartolomeo Colonna possediamo un’ultima notizia, raccolta dallo studioso Giuseppe Antonio Vogel, che segnala come nel 1512 sia datato l’ultimo documento in cui appare il nome del vivente abate Bartolomeo da Chio.

    La morte deve essere avvenuta qualche anno dopo, nel 1515, quando a succedergli fu il nipote anconetano Urbano, figlio di quel Silvestro che aveva sposato sua nipote Battistina.

    Maria Cristina Mosciatti

    Bibliografia:

    Bartolomeo da Chio – Il greco genovese che portò la stampa nelle Marche di Matteo Parrini

    Dizionario Biografico degli italiani, Vol. 27 – Treccani: Columnis Batolomeo di Paolo Veneziani

  • L’associazione “Organizzazione di Volontariato Roti” continua ad essere attiva coinvolgendo nel proprio progetto professionisti, che apprezzano l’area naturalistica della valle di Roti. Il prof. Natele Reda, agronomo e collaboratore della Politecnica delle Marche ha realizzato, uno studio molto interessante del territorio sia da un punto di vista storico che agronomico.

    Il prof. Reda si riferisce definendo “Le attività umane intorno a Rotis ebbero certamente un impulso caratterizzante da parte dei monaci (Benedettini) che intorno al  IX e X secolo si installarono nel sito e incisero sul paesaggio forestale e rurale provocando radicali trasformazioni della economia degli indigeni.                     

    Non sappiamo come fosse l’ambiente in epoca romana antecedente alla realizzazione del manufatto di Rotis tuttavia facendo fede a quanto già noto grazie alla disponibilità di manoscritti  dedicati agli eventi e alle opere in siti similari delle alte colline marchigiane  possiamo immaginare che a  Rotis  (così  come a Camaldoli o a Fonte Avellana)  si eseguirono disboscamenti, dissodamenti e bonifiche per mettere in  coltivazione terreni di superfici adeguate a fornire nutrimento sufficiente per la comunità ivi vivente. Sappiamo per certo che vennero applicate  tecniche  innovative di gestione delle attività agro-silvo-pastorali  e che anche i rapporti sociali vennero poco a poco adeguati al fine di dare nuova dignità a uomini e donne che fino ad allora erano statii considerati homines de terra o ancor peggio mancipia .

    I monaci di Rotis così come quelli dei vari  monastirium  che sorsero lungo la dorsale dell’Appennino tosco-umbro marchigiano riuscirono a gestire  le risorse energetiche, alimentari  e culturali disponibili organizzando comunità di agricoltori- allevatori-artigiani in equilibrio dinamico e resiliente senza acquisire input energetici esterni. Scoprirono ed integrarono le risorse del sito senza sminuire le possibilità di uso nelle epoche successive. Equilibrio e resilienza consentirono una discreto tenore di vita e soddisfacenti attività produttive  anche negli anni successivi all’abbandono del sito da parte della famiglia monastica e cioè almeno fino al XVI secolo. La famiglia di religiosi che si installò  a Rotis come altrove  utilizzò coscienziosamente la foresta tanto che non solo  non ne esaurirono le risorse a favore della generazione vivente ma incrementarono la fecondità dei vegetali che la costituivano  e degli animali che  naturalmente la popolavano . Si può, dunque, affermare che, mostrarono di saper gestire con accortezza tutte le ricchezze che le foresta accumula  sfruttando l’energia solare e i nutrienti disponibili  nell’ambiente edafico .Le coltivazioni di vegetali per uso nutrizionale e gli sfruttamenti delle selve a fini connessi con la vita dell’uomo ( legname da ardere e da opera, erbe per allevamenti animali ) vennero attuate secondo ritmi naturali  senza creare nella comunità indigena gravi carenze o  ingestibili surplus. Lasciarono l’ambiente non degradato, lo rispettarono e lo amarono intuendo che avrebbe dovuto ospitare e saziare molte generazioni che sarebbero seguite. Quando la comunità monastica abbandonò Rotis la spiritualità che animava i religiosi ed non poté più orientare le attività produttive che non essendo più inquadrate in un contesto di rispetto del Creato procedettero senza razionalità.  Infine la discreta asprezza dell’ambiente, la lontananza da grandi vie di comunicazione e  la ristretta disponibilità di risorse facilmente sfruttabili convinse  agricoltori e allevatori a trasferirsi in ambienti in cui il lavoro della terra venisse meglio ripagato. L’insieme di questi fattori ha favorito la conservazione della associazione di erbe e piante spontanee. La minore pressione delle attività umane  ha consentito di mantenere elevati livelli di naturalità dell’ area ,di purezza delle acque sorgive e della terra” – continua il Prof. Reda riferendosi ad un attuale progetto di fattibilità – “Il sistema produttivo agro-silvo- pastorale istituito e gestito per secoli dai benedettini è esempio di gestione multifunzionale flessibile e durevole .oggi lo definiremmo sostenibile, poiché la mia disciplina NON deve prendere in esame in via principale le strutture architettoniche e le strutture abitative  suggerisco in forma sintetica  passaggi importanti e , ineludibili per supportare le attività umane che coinvolgono gli attuali residenti e attrarre interesse di persone che hanno abbandonato il mondo rurale ma vorrebbero e saprebbero reinserirsi attivamente in esso:

    1. Studio  delle testimonianze scritte disponibili sull’ambiente e sulle attività svoltevi nel passato .Integrazione dei parametri mancanti con una lettura sinottica di testi disponibili sulla vita di comunità simili e coeve. Fondamentale sarà il riferimento al  Codice Forestale Camaldolese .

    2. Inventario delle attività svolte attualmente dai componenti delle comunità interessate.

    3. Inventario delle potenzialità umane e tecniche disponibili nel comprensorio e nelle zone limitrofe.

    4. Inventario dei fabbricati ad uso abitativo e/o artigianali già in uso o disponibili per attività lavorative.

    5 .Inventario dei “Giacimenti energetici” del sito: Ampiezza e tipologia dei boschi, Ampiezza e tipologia dei pascoli ricognizione delle superfici destinabili a coltivazioni, ricognizione sulle sorgenti idriche, ricognizione sulle eventuali disponibilità di  sottoprodotti da gestire per assicurare una autosufficienza energetica delle comunità. Valutazione della opportunità di introdurre metodi moderni di intercettazione e condivisione delle energie solari ed eoliche. L’utilizzo di fonti di energia rinnovabili dovrebbe consentire di puntare  ad una mobilità elettrica  all’interno dell’area e soprattutto la acquisizione di macchine operatrici agricole da utilizzare nei lavori agricoli, Vedi trattrici agricole elettriche e/o a guida autonoma ( da poco disponibili sul mercato)  .

    6. Approfondite valutazioni del microclima e scelte condivise di specie vegetali ed animali armoniosamente inseribili per aumentare la sostenibilità delle attività produttive nel sito  (Ad esempio coltivazione di varietà di cereali adattate o adattabili al clima oppure di piante officinali o aromatiche. Pascolamenti con ruminanti e avicunicoli al fine di rendere autosufficiente e fortemente caratterizzato il sito secondo modalità che consentano una crescita regimata deli turismo anche a scopi curativi

    7. Informatizzazione dei dati per consentire valutazioni, deduzioni e successive proposte alle Amministrazioni coinvolgibili.

    8. Realizzare Filiere produttive che consentano l’instaurazione di forme di economie circolari in cui non si generino scarti che diventano rifiuti da nascondere o propinare a terzi ne eccedenze che a sua volta diventino rifiuti. Propongo sin da subito alcune filiere di rapida costituzione perché forse già disponibili in loco persone con abilità comprovate e perché potrebbero intercettare più facilmente finanziamenti pubblici:                                                         La filiera del Pane ( dai cereali adatti al luogo alla conservazione e alla trasformazione in farina e pane in qualità e forma tipica e riconoscibile).

    La Filiera delle Leguminose “antiche” del tipo Roveja, Cicerchia,

    La filiera delle Erbe officinali che in questi ambienti potrebbero essere prodotte con certificazione da agricoltura bio. Essa dovrebbe comprendere anche le fasi di essiccazione, tranciatura e confezionamento e perché no l’estrazione per distillazione di oli essenziali.

    La filiera zootecnica fortemente caratterizzata da animali ruminanti in grado di utilizzare alimenti fibrosi e fortemente cellulosici anche sottoprodotti non altrimenti utilizzabili per alimentazione umana.

    Premessa a qualsivoglia filiera dovrebbe essere un Accordo di area tra produttori agricoli e allevatori per vincolare a forme di Coltivazione e Allevamenti solo secondo i dettami del biologico o della Agricoltura conservativa. Infine ultima ma assolutamente prima inter pares la filiera della informatizzazione premessa sia della commercializzazione al di fuori dell’area interessata e della comunità in essa insediata sia della realizzazione di attività ricreative, culturali e turistiche secondo programmazioni che impediscano il depauperamento ambientale. Si sottende che l’informatizzazione va rinforzata con un cablaggio in rete dell’intera area che attragga a vivere sul posto anche chi amando l’ambiente naturale voglia sviluppare attività informatiche”.

    Un progetto molto interessante e ben strutturato, non lasciando nulla al caso, il prof. Reda con la sua competenza ha creduto ad un grande opportunità per il nostro territorio montano.

    Maria Cristina Mosciatti

  • Murales di Zefiro e Aura

    Il Borgo dei Murales, conosciuto come la galleria d’arte a cielo aperto, si è arricchito di una nuova opera artistica terminata in questi giorni.  Gli artisti sono due ragazzi che vivono a Castelraimondo e nella loro vita quotidiana svolgono attività completamente diverse, hanno la passione non solo di dipingere, ma anche di comporre versi poetici che descrivono il dipinto da loro realizzato.

    Giovanni Perno, di origine Campane di Avellino ci illustra la sua opera: “la tecnica che ho utilizzato è principalmente bombolette a spray di acrilico, alternando la tecnica libera con l’utilizzo degli stencil” – invece Valeria di Martino la parte poetica, ci spiega la scelta di realizzare un Murales dedicato ai due venti primaverili “ci siamo ispirati alla Venere del Botticelli, dove sono raffigurati in un abbraccio i due venti. Li abbiamo raffigurati nell’angolo Zefiro, vento che preannuncia l’arrivo della bella stagione, accompagnato da Aura, che significa “brezza”– continua di Martino – l’idea di sospiro è dal respiro nasce la bellezza che è la Venere  intesa in senso universale come splendore della vita, è nata pensando ad un soffio di bellezza verso l’uomo, verso la persona”. Gli artisti oltre a lasciare la loro firma, hanno composto una frase: “Intrecci di vita, speranza fecondo di pace, soffio di bellezza su tutto ciò che è vivo. Vivi perché sei bella, sei bella perché vivi”

    Un Murales poetico, raffigurato con colori vivi intensi, primaverili, Zefiro dipinto sembra quasi vero il suo soffio con le “guance” gonfie danno l’idea di una reale folata di vento, dove, grazie ai particolari,  aiutano a comprendere il legame e la complicità presente tra i due venti.

    Un Murales figurativo dove l’interpretazione sarà soggettiva da parte di chi lo osserverà dando spazio alla fantasia di messaggi che potrebbe trasmette, al turista.

    Maria Cristina Mosciatti

  • Il Borgo di Braccano, è diventato un luogo turistico con una propria identità ed immagine, che ha superato qualsiasi aspettativa, i Murales e l’offerta naturalistica che lo circonda rappresenta senza alcun dubbio un aspetto, rilevante per una scelta turistica di nicchia.

    L’ informazione di Braccano, è divenuta fondamentale ed ha funzionato per un piccolo borgo con poco più di 110 residenti, la strategia di “conoscenza” dell’identità legata al web e ai social network è stata  uno strumento indispensabile  per il territorio. Identità, che è fortemente sostenuta dalla cultura e, quindi, dalle persone che vivono all’interno della comunità dove il turista interagisce.

    Oggi giorno, la promozione del territorio (marketing territoriale) ha assunto un ruolo fondamentale all’interno delle strategie di comunicazione turistica di qualsiasi luogo. L’obiettivo della promozione turistica del Borgo di Braccano,  è stato quello di aumentare il valore del territorio al fine di renderlo anche competitivo con altri territori, ma nello stesso tempo più  attrattivo possibile, grazie alla realizzazione, da parte di alcuni residenti, di un sito web https://braccano.jimdofree.com, che oggi ha superato le 21.000 visite, disponibile anche la versione mobile, collegandolo successivamente con le piattaforme dei social network come: Facebook Borgo di Braccano, Twitter, @MuralesBraccano, Instagram @borgoNaturainarte e  #braccano con 1878 post fotografici pubblicati, offrendo la possibilità di “apparire su internet”, considerando che in Italia il numero di persone che lo utilizzano abitualmente, nella fascia di età compresa fra i 16-74 anni, si aggira intorno al 56%, destinati ad aumentare.

    Sicuramente l’arte dei Murales, ha giocato un ruolo fondamentale come espressione artistica/ visiva di un territorio legato alle tradizioni locali, il viaggiatore contemporaneo, vuole scoprire i luoghi da visitare attraverso emozioni e sensazioni sentendosi parte di esso,  Instagram è il social ideale che svolge questo compito in modo impeccabile, grazie al coinvolgimento visivo.  Il Borgo di Braccano ha avuto e sta avendo la sua notorietà, anche, grazie a questo social che racconta il luogo attraverso le immagini  e le community presenti, offrendo così un’esperienza stimolante e ancor più accattivante per i viaggiatori che cercano una  meta diversa che può scaturire emozioni. La strada è ancora lunga, ma i Social Network sono strumenti straordinari in grado di accelerare il processo di sviluppo del turismo locale.

    A volte non è facile saper raccontare un territorio  per la sua vastità ed eterogeneità, ma un uso consapevole ed intelligente dei social media ha rappresentato una risposta positiva alla promozione dei luoghi caratteristici e artistici come il Borgo di Braccano.

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  • Gli animali selvatici hanno paura dell’uomo così come dei cani e la nostra presenza potrebbero terrorizzarli. Quindi non tentare di avvicinarti troppo, se avvisti un animale osservalo da lontano rimanendo sulla strada o sul sentiero che stai percorrendo. Evita rumori molesti, schiamazzi e musica ad alto volume, apprezza la tranquillità dei suoi abitanti.

    E’ assolutamente vietato dare da mangiare agli animali, sanno trovarlo autonomamente e, il nostro comportamento, anche se in buona fede, potrebbe risultare loro dannoso o addirittura fatale. E’ assolutamente vietato il foraggiamento a fini fotografici, purtroppo alcuni fotografi naturalisti, utilizzano questo metodo per poter catturare nel loro obiettivo l’animale, non rendendosi conto del grave danno che può arrecare allo stesso.

    A breve sarà primavera può capitare di vedere nell’erba, nel sottobosco o nei pressi del sentiero, dei piccoli di capriolo raggomitolati e immobili. Anche avvicinandoci, questi cuccioli restano fermi e non fuggono, ma attenzione, ciò non significa che siano feriti! Spontaneamente non si muovono per evitare di essere individuati da eventuali predatori, aiutati dal loro mimetismo, (colore del pelo, bruno chiaro e con le caratteristiche macchie bianche) e dall’assenza di odore. I PICCOLI NON VANNO TOCCATI! Se noi tocchiamo i cuccioli di questi, come di altri animali, essi rischiano di venire abbandonati dalla madre, che avverte il nostro odore e non riconosce il piccolo. Se individuate un piccolo capriolo vicino al sentiero o un centro abitato, segnalatelo ai Carabinieri Forestali e mantenetevi a distanza: la madre è sicuramente nelle vicinanze e, di tanto in tanto, torna dal cucciolo per l’allattamento e le cure.

    In caso di ritrovamento di animali feriti non toccarli, ma contattate i Carabinieri Forestali. Infatti in caso di ferimento gli animali possono diventare aggressivi, non è mai prudente avvicinarsi, nemmeno agli erbivori.

    Può anche capitare di trovare animali in difficoltà, feriti o morti. Ciò che succede alla fauna selvatica nel bosco  fa parte del naturale ciclo della vita e non richiede l’intervento dell’uomo. In ogni caso, è importante evitare di toccarli, non solo perché potrebbero trasferire malattie e parassiti, ma anche perché avvicinandoci potremmo spaventarli, peggiorare la loro situazione o addirittura venire attaccati. Segnate la posizione dove è stato avvistato l’esemplare e, avvisare i Carabinieri Forestali al numero 1515.

    A cura di Maria Cristina Mosciatti – Guida Naturalistica

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  • Vivere a contatto con la natura, è terapeutico, in particolare nel periodo autunnale perché con il cambio e le sfumature dei colori delle foglie: rosso, arancio e giallo dona benefici migliorando la salute fisica e mentale. 

    Ci sono, in corso, diversi studi che confermano come la vicinanza alla natura abbia poteri terapeutici sul nostro organismo: uno dei più recenti è il Mene – Monitor of Engagement with the Natural Environment, condotto da un gruppo di ricercatori dell’European Centre for Environment and Human Health – pubblicato sulla rivista Scientific Reports, il quale prova che sono sufficienti circa due ore alla settimana a contatto con la natura per percepire un miglioramento nelle condizioni di salute e benessere, con una stagione in particolare che ne accresce i benefici: l’autunno.

    Come sappiamo gli alberi in autunno si “vestono” con bellissimi colori e varie gradazioni, grazie alla progressiva riduzione della clorofilla, pigmento presente all’interno delle cellule vegetali e concentrata nella pagina superiore della foglia, responsabile della fotosintesi clorofilliana, preziosissimo processo con il quale la CO2 si trasforma in ossigeno. Con la progressiva riduzione delle ore di luce, in autunno, le foglie non producono più clorofilla; la degradazione di questo pigmento, in un breve periodo porta alla luce la presenza di altri pigmenti, come carotenoidi, antociani e flavonoidi nella foglia, che danno origine, appunto, alla bellezza dell’autunno: responsabili delle meravigliosevariazioni di arancioni, gialli, rossi, violetti e azzurri.

    Combinati insieme sono in grado di generare la magia cromatica di questa stagione, dando origine al “FOLIAGE”. Ogni colore provoca una vibrazione energetica che influisce con il nostro organismo: il rosso simboleggia calore e energia, il giallo è associato alla felicità, mentre l’arancione raffigura la serenità e la creatività. 

    Ma non ci limitiamo solo ad osservare i colori per attivare i benefici, ma anche passeggiare tra gli Alberi, in particolare all’interno di una Faggeta e immergersi, nel silenzio, nel profumo che essa rilascia, con una propria esperienza olfattiva unica, pratica conosciuta come “Forest Bathing” o “Bagno di Foresta,” antica tradizione giapponese che promuove la riduzione dello stress e la normalizzazione della pressione sanguigna attraverso l’inalazione dei composti naturali che conferiscono un particolare profumo alle piante, tra cui faggi emettono queste sostanze benefiche nelle prime ore del mattino, contribuendo a depurare le vie respiratorie e migliorare il sistema immunitario.

    Il contatto, constante con la natura è importante, ci permette di rilassarci e aiutarci nella trasformazione della nostra vita, continuamente accelerata dalla quotidianità. L’Autunno simboleggia il cambiamento, come gli alberi lasciano cadere le foglie per nutrire il terreno e renderlo più ricco per la futura vita dell’albero, anche noi dobbiamo lasciarci andare per “scrollare” di dosso le “foglie” che simboleggiano l’esperienza e la consapevolezza non più necessarie generando nel tempo equilibrio e saggezza.

    Maria Cristina Mosciatti


  • “Abruzzo, forte e gentile”. Correva l’anno 1882, Primo Levi coniò l’espressione che ancora oggi, disegna il tratto abruzzese, traccia i contorni di questo popolo umile e fiero, indomito e coraggioso.

    Amo tantissimo la terra abruzzese, una terra ricca di storia, archeologia, tradizioni e tanta spiritualità.

    Ogni percorso intrapreso e’ stato ricco di emozioni; osservando ogni spazio, luogo, albero, fiore e roccia che madre natura ci ha donato con tanta dedizione.

    “In Abruzzo l’aria ha un sapore diverso. Nutrita di rupi e sassi, di radure e boschi, di laghi e ruscelli e torrenti e fiumi, l’aria ha uno scatto, un’elasticità di muscoli, una pungente, tagliente acredine che sa di spazi nordici, di scoscese dimore montane –
    Giorgio Manganelli”

    L’Abruzzo terra di pastori

    Settembre. Andiamo è tempo di migrare.
    Ora in terra d’Abruzzo i miei pastori
    lascian gli stazzi e vanno verso il mare,
    vanno verso l’Adriatico selvaggio 
    che verde è come i pascoli dei monti.
    Han bevuto profondamente ai fonti alpestri
    ché sapor d’acqua natia
    rimanga nei cuori esuli a conforto,
    che lungo illuda la lor sete in via.
    Rinnovato hanno verga d’avellano.
    E vanno pel tratturo antico al piano
    quasi per un erbal fiume silente,
    su le vestigia degli antichi padri.
    Oh voce di colui che primamente
    conobbe il tremolar della marina!
    Ora lungh’esso il litoral
    cammina la greggia.
    Senza mutamento è l’aria
    e il sole imbionda sì la viva lana 
    che quasi dalla sabbia non divaria.
    Isciacquìo, calpestìo, dolci rumori,
    ah perché non son io coi miei pastori? – Gabriele d’Annunzio

    Sono anni che mi reco, in ogni stagione, in questa meravigliosa regione, dove in ogni stagione ha il suo colore e il suo profumo. Colori variegati tra fiori e foliage…profumi inconfondibili della genziana, violette e bucaneve, ritorno nelle Marche sempre rigenerata. Di tutta la bellezza di questi luoghi racchiusi in pochi metri quadri di territorio, non posso dimenticare la gentilezza e l’accoglienza del popolo abruzzese che, fanno la differenza.

    Ho voluto racchiudere in poche righe l’emozione e la gioia che mi dona un luogo meravigliosamente stupendo come l’Abruzzo. Maria Cristina Mosciatti

    Sulmona

    SULMONA

  • La notte di San Giovanni è la notte che precede la ricorrenza della natività di San Giovanni Battista, il 24 giugno, quindi la notte fra il 23 e il 24 giugno, sono legate innumerevoli credenze e superstizioni diffuse sia in Italia. Secondo la leggenda, si crede che durante la notte di San Giovanni cada la rugiada degli Dei, capace di influenzare piante e fiori donando loro una particolare forza. Una tradizione, che sempre meno persone utilizzano, per questo motivo domenica 23 giugno alle ore 16.00 che l’Associazione di Volontariato ROTI e l’Associazione Comitato Feste di Braccano hanno organizzato una passeggiata per raccogliere, nella campagna di Braccano, i fiori per realizzare l’acqua di San Giovanni, che nella notte del 24 giugno si dovrà esporre ai raggi della luna. Quali fiori per l’acqua di San Giovanni? Generalmente in questo periodo si raccolgono i fiori di iperico, lavanda, malva e fiori e foglie di menta, rosmarino, salvia, foglie di noce, ginestre, si possono aggiungere anche petali di rosa e papaveri. Preparato il tutto e coperto d’acqua si porta fuori e si lascia tutta la notte. L’indomani mattina, 24 giugno, al risveglio, l’acqua sarà usata per lavarsi viso, occhi e corpo, godendone i benefici. Non si conserva, va regalata agli amici se avanza.

  • Ricordo i giorni prima del 24 dicembre, un’emozione grandissima, mia nonna che iniziava i preparativi per la vigilia e il giorno di Natale, la speranza nei suoi occhi nel sapere che sarebbe ritornato suo figlio con la famiglia dalla Svizzera. L’emozione non era solo nell’aspettare Babbo Natale, ma anche costruire il presepio, in quel periodo il parroco della Parrocchia del mio quartiere organizzava la gara dei Presepi, tra i suoi parrocchiani. Ricordo che mio padre ci teneva tantissimo, avevo 10 anni e decise di costruire un Presepe enorme; infatti, spostò i mobili della sala e iniziò, ci mise più di 15 giorni, era meraviglioso, una piccola parte era meccanizzata con l’acqua che scorreva e una piccola cascata, l’alternarsi del giorno e della notte e ancora ricordo una ruota con degli angioletti di carta velina che giravano sopra la capanna della natività. Ogni piccolo particolare curato con amore e dedizione, ero incantata nel guardare il presepe realizzato da mio padre, ricordo che mi mettevo seduta a terra con le gambe incrociate e guardavo quegli angioletti girare, aveva, perfino, messo in sottofondo la musica, fu un vero capolavoro e infatti vinse il primo premio. Per lui, non era tanto poter partecipare, ma l’anima e la passione ci mise, fu straordinaria, il modo delicato e preciso nel posizionare le statue dei personaggi. Un bellissimo ricordo, della mia felice infanzia: il presepe, l’arrivo dei cugini da lontano, mia nonna che si metteva vicino a me e mi raccontava la storia di Betlemme. Poi la cena della vigilia, una grande tavolata con tutte le persone più care, la tombola per aspettare la mezzanotte e, poi insieme ci recavamo in Chiesa,  non mancava mai un fiocco di neve, tutto era così bello e meraviglioso, non so perché ricordo in particolare quel Natale, sicuramente è rimasto nella mia memoria dei ricordi perché visto con gli occhi di una bambina che credeva nel Natale, nella Pace e nella Speranza.  

    “Maria Cristina Mosciatti, ricordi della mia infanzia”

  • Abbiamo condannato il lupo non per quello che è, ma per quello che abbiamo deliberatamente ed erroneamente percepito che fosse – l’immagine mitizzata di uno spietato assassino selvaggio -. Che, in realtà, non è altro che l’immagine riflessa di noi stessi. (Farley Mowat)

    Per secoli, il Lupo, è stato considerato, come un trofeo di caccia da uccidere ed esporre per dimostrare la forza dell’uomo nei confronti della natura. La mia passione nata tanti anni fa, quando per la prima volta sono venuta a contatto con la sua affascinante storia, che con il passare degli anni ho sempre più approfondito, finché non ho avuto la fortuna di incrociare il suo sguardo. La prima volta, non l’ho incontrato nel bosco, ma una mattina presto mentre mi recavo a lavoro: aveva nevicato, nel campo che costeggiava la strada, vidi due interi branchi che si stavano muovendo in pieno giorno, il lupo, principalmente, si muove solo di notte e in corridoi ecologici sicuri, erano stati spaventati in mezzo al branco c’erano anche dei Lupi più piccoli, arrestai l’auto, per far attraversare i due branchi, si fermarono anche le auto dalla parte opposta, scesi per osservarli si muovevano velocemente sembrava che fuggissero da un pericolo. Non mi accorsi che uno di loro si era fermato, mi girai ed era lì a pochi centimetri da me, i nostri sguardi si incrociarono sentii una forte emozione, uno sguardo impaurito ma nello stesso tempo rassicurante, con un salto andò dietro ad un cespuglio e attraversò la strada per raggiungere il branco. Tardo pomeriggio venni a sapere che i due branchi si erano spostati perché minacciati da un gruppo di cacciatori, avendo dei piccoli, hanno preferito spostarsi di giorno con tutti i rischi. Quello fu il mio primo incontro con il lupo fortissima emozione che ancora oggi è dentro di me.

    Il Lupo è stato definito in mille modi: avido, ingordo, criminale, assassino, come una creatura mostruosa capace di divorare gli esseri umani. Persino i primi trattati di storia naturale definivano il lupo come una creatura spregevole, avviando campagne di sterminio in Europa e in Nord America.

    Gli studi del Lupo iniziarono nel 1900, prima, di questo mammifero non si conosceva nulla, l’unica conoscenza veniva riportate nelle fiabe o nei racconti dei cacciatori che lo incontravano, anche se la comparsa del genere Canis risale al tardo periodo del Miocene, successivamente altre forme di Canis comparvero nel Nord America, Messico, Europa, Medio Oriente. Ma fu chiamato Canis Lupus nel 1758 da Carl Linnaeus, che è un canide selvatico con variazioni di peso e grandezza in relazione allo stato in cui si trovava, ad esempio in Ucraina il peso era di 86 kg, in Alaska 79 kg. La morfologia del Lupo è cambiata nel tempo anche se è rimasta la sua inconfondibile ballonzante camminata e sulla percorrenza dei km percorsi nell’arco di una giornata.

    Prevalentemente la sua vita si svolge in branchi che possono arrivare ad un massimo di 11 elementi, con le eccezioni, ma sono fratelli e sorelle perché soltanto la coppia iniziale continua a riprodursi. I piccoli restano con i genitori da uno a tre anni sebbene,  l’allontanamento dei giovani dipende dal rapporto sociale interno, determinati dalle dimensioni del branco. A volte succede che i genitori possano indurre i cuccioli ad andare in dispersione, al contrario la grande disponibilità di cibo tende ad allargarsi ed i giovani rimangono con il branco.

    Quando arriva l’estate i lupacchiotti oramai svezzati vengono portati in delle tane dove si ritrova il branco, questi luoghi vengono chiamati rendez-vous sites, si tratta di zone ricche di vegetazione. Anche l’ululato del lupo ha suscitato sempre paura o curiosità o timore per il bestiame o le greggi, gli esperti di comunicazione del lupo affermano che ululare serve a comunicare come ad esempio per il ricongiungimento o rafforzamento del legame e non ultimo richiamo di accoppiamento. L’ululato avviene sia al buio che con la luce e raggiunge le distanze anche di 10 km nei terreni boscosi e 16 km in spazi aperti,  l’ululato del lupo ha anche la finalità di evitare che branchi rivali possano incontrarsi. Essi vivono in un mondo multisensoriale dove organizzano la propria vita il proprio stato emotivo e fisico la loro vita quotidiana si basa sulla caccia e sulle relazioni con il branco. Predano animali di piccola taglia consumano le carcasse di prede già morte, sono forti, veloci tuttavia la preda di grossa taglia possono portarli alla rapidissima fuga. Nel momento della caccia il lupo privilegia sempre gli individui più deboli e vulnerabili, il branco di Lupi si spostano all’unisono e cercano di accerchiare la preda di grossa taglia quando poi vedono che hanno difficoltà nel giro di pochi minuti abbandonano il campo. Quando invece la preda è accerchiata cercano di attaccarla con ferocia nei fianchi in modo che l’animale non ha probabilità di fuggire.  Solo quando è in dispersione cerca di attaccare prede semplici e piccole. In passato la letteratura scientifica divulgativa definiva l’organizzazione sociale del branco come una forma regolata da gerarchia e sottomissioni.

    Del branco figuravano sempre il patriarca e la matriarca dominanti i restanti membri conquistavano il proprio posto sottomettendosi al loro volta ai più forti, all’interno del branco è sempre definito un modello gerarchico la maggior parte dei branchi dei Lupi sono dei gruppi familiari costituiti in modo simile come proprio le famiglie umane cioè attraverso l’unione di un maschio o di una femmina provenienti da branchi diversi e privi di consanguineità. Le coppie riproduttive sono sempre monogame e l’organizzazione sociale è democratica, dove il cibo si acquista in maniera condivisa dalla collettività, il loro status sociale è molto simile a quello umano.

    Per secoli il lupo e stato considerato come qualcosa di diverso, ed iniziò ad essere un problema per l’uomo tra i 10.000 e 6000 anni fa che coincide con l’addomesticazione di pecore e capre, creature i cui Lupi erano destinati ad essere sempre legati.

    Fin dall’antichità il lupo fu protagonista di favole, ad esempio, nell’antica Grecia Esopo creo una serie di favole su Lupi la più famosa e quella del pastore che gridava sempre al lupo al lupo quando nessun gregge era in pericolo, ma solo per puro divertimento e quando invece arrivò veramente i Lupi che attaccarono il gregge nessuno corse in suo aiuto: La morale è che mai creare dei falsi allarmi quando questi non ci sono.

    Nelle successive epoche storiche nacque la figura del licantropo una creatura inquietante che era un incrocio tra umano e animale tra civile e bestiale tra addomesticato e selvatico. La figura del lupo mannaro spesso è descritta come metà uomo e metà bestia ma in realtà in alcune litografie viene raffigurato come uomo e lupo. Nella storia tantissimi animali sono diventati protagonisti ma mai così come il lupo che ha una storia culturale ed è considerato come una delle creature più temibile della terra.

    Da sempre nemico inevitabile dell’uomo la prima descrizione di un essere umano che si trasforma in un lupo la troviamo nelle bucoliche di Virgilio.

    Nel tempo inizia questa relazione tra poetico e reale una continua attenzione verso questo mammifero, dove ogni essere vivente è rimasto affascinato o temuto. Neanche la letteratura Latina è rimasta in disparte da questo mammifero in quanto, introduce proprio il tema della licantropia, è proprio nel Satyricon di Petronio che Nicerote, narra il proprio incontro con questa creatura e che assiste ad una metamorfosi tra uomo e lupo.

    Proseguendo nel periodo storico anche nel medioevo si maturò una profonda ansia verso il lupo specialmente verso il lupo mannaro tant’è vero che riguardava, l’attacco da parte del lupo verso l’essere umano e quindi si pensava che l’animale fosse veramente qualcosa più di un normale lupo.  Così man mano purtroppo nel tempo questa paura divenne sempre più forte e più radicata tant’è vero, che iniziò un vero e proprio sterminio dei Lupi in tutta Europa.

    Successivamente dopo il 1940 non ci fu solo la letteratura che parlava di Lupi o di Lupi mannari ma ci fu anche un primo film; raccontava che in ogni plenilunio un lupo si trasformava in assassino, negli anni a seguire uscirono molti filmati con protagonista il Lupo.

    Non possiamo non citare la letteratura legata alle fiabe e racconti popolari e in particolare quello che l’immagine del lupo è stata creata da alcuni scrittori di letteratura infantile che definivano il lupo malvagio, ci fu la prima versione scritta da Charles Perrault nel 1697 con la storia di Cappuccetto Rosso che è stata, poi, raccontata, rielaborata e riscritta talmente tante volte,  sia la reputazione del lupo rimaneva sempre molto radicata e forte perché potesse funzionare, in ogni caso il racconto doveva essere sempre il lupo cattivo e non poteva essere diversamente quello di Cappuccetto Rosso.  

    È un lupo poco naturale perché un lupo affamato addirittura saltarle addosso, per raddoppiare la dose poi ci sono diverse versioni scritte, c’è anche la versione, di una bambina che non incontra il lupo ma un licantropo e anche qui è la stessa storia e così andando avanti tante le versioni del Cappuccetto Rosso quindi il lupo viene visto come un animale selvaggio capace di uccidere di mangiare gli uomini.

    Non ci fa capire per quale motivo attraverso, la letteratura infantile, la narrativa e successivamente il cinema sia stato sempre preso di mira il lupo e non un altro animale selvatico perché sempre lupo è come se fosse una stratificazione culturale che si è radicata nel tempo nelle varie società. Qualunque siano i vari strati sociali il lupo era l’animale cattivo basti pensare a tante altre situazioni anche infantili, esempio: “Se non mangi poi arriva il lupo cattivo” anche queste espressioni non hanno aiutato a demonizzare l’immagine del lupo, che a volte viene ripresa in situazioni militari o paramilitari dove determinano questo emblema che viene raffigurato come qualcosa di tenacia, di resistenza, di forza, di collaborazione

    Plauto diceva: Lupus est Homo Homini cioè l’uomo e per i suoi simili lupo e questa secondo me la chiave di tutta la crudeltà che sta si sta verificando in questi ultimi anni nei confronti del lupo. I Lupi sono stati usati dagli uomini per esprimere emozioni che potevano accettare come umane purtroppo l’immagine di questi animali da un punto di vista culturale è stata anche tradotta come una campagna proprio contro il lupo, come odio vero e proprio inventando anche storie come attacchi contro l’uomo facendo di questo mammifero un emblema di nemico dell’umanità.

    Il primo ad autorizzare l’abbattimento dei Lupi fu proprio Carlo Magno nel IX secolo  fondò la Louveterie nelle tenute reali i cadaveri di questi animali diventavano un vero e proprio tripudio poi nel 1016 ci fu le leggi della Foresta con il re Canuto che consentiva a chiunque di uccidere questi animali, con Enrico VII tra il 1485 e il 1509  ormai non esistevano più i Lupi in Inghilterra erano stati tutti quanti abbattuti,  poi andando avanti in Scozia i Lupi nel 1690 furono sterminati, poi in Irlanda successivamente fino al 1710 esisteva la legge dell’abbattimento completo dei Lupi andando avanti nel 1800 dove i Lupi erano stati completamente eliminati o ridotti proprio a pochi elementi in Scandinavia, in Danimarca, Svizzera, Francia, Germania, Italia, Spagna e anche in Europa comunque si scatenò una vera e propria caccia al lupo.

    Finché quando l’homo Sapiens e il Canis Lupus si ritrovarono per la prima volta il Nord America e iniziarono una relazione che avrebbe proprio portato all’avvio di processi di domesticazione a vantaggio dell’uomo. Purtroppo nell’ottocento quando l’uomo bianco cominciò ad attraversare il paese e si trasferì nelle pianure in Nord America ci fu una nuova fase dell’odio di sterminio dei Lupi si preoccupavano per il fatto che si potevano avvicinare gli accampamenti e attaccare l’uomo, tra il 1900 e il 1950 il lupo si estinse praticamente ovunque fatta l’eccezione delle popolazioni dell’Alaska e del Minnesota.

    Negli anni 30 iniziarono le prime critiche nei confronti della carneficina dei Lupi e di altri predatori tanto è vero che nelle riserve naturali, i biologici  incaricati iniziarono a studiare il comportamento dei Lupi per poterne favorire il contenimento numerico e cominciare a studiare proprio il loro modo di agire, prese così forma l’idea di un equilibrio naturale, di un equilibrio che oggi si parla molto spesso del quale i Lupi avevano un ruolo importante addirittura indispensabile per conservare la predazione e la salute delle mandrie erbivori, quindi nacque l’ambientalismo diventò sempre più scientifico e diffuso creando un’immagine del lupo come una specie autoctona che deve avere la sua legittimità importanza negli spazi soprattutto nei processi naturali Per la prima volta nel 1973 il lupo grigio fu inserito nel nelle specie protette una legge emanata negli Stati Uniti dove ci fu la lista degli animali in via d’estinzione soprattutto nei 47 stati americani e venne applicata nel Minnesota in Alaska,  fu la prima base per la tutela e la protezione di questo mammifero straordinario in quanto si resero conto della sua importanza strategica per la conservazione della biodiversità, infatti un gruppo di specialisti che si riunirono a Stoccolma nel 1973 fecero un manifesto per poter riabilitare il lupo dove scrivevano i Lupi come tutta la fauna selvatica hanno il diritto di esistere allo stato libero che discende dal diritto di tutte le creature viventi e coesistenti con l’uomo in quanto parte degli ecosistemi naturali.

    In realtà il lupo non è sempre stato temuto, molti popoli lo hanno trattato con rispetto, pensiamo ai nativi americani dove il rapporto tra uomo lupo era straordinario, nella tradizione di caccia i Navajo cacciavano nel modo del lupo fino a diventare quasi affini con il lupo stesso.

    Altre popolazioni indigene nel nord  America presso il cui lupo era rispettato e ammirato per le sue abili e qualità di cacciatore non erano considerate creature spaventose che invadevano in modo violento e inaccettabile la sfera umana non c’era bisogno di difendersi, né di ucciderli, il concetto di intrusione diventava importante per due motivi nei sistemi socio culturali di cui stiamo parlando l’idea di una natura selvaggia intesa come ambiente fisico e culturale separato come spazio altro in cui gli uomini si avventuravano non esisteva e montagne, foreste, pianure erano luoghi dove i nativi abitavano e gli animali con i quali convivevano non venivano considerati selvatici ma semplicemente animali di quei luoghi.

    I Lupi non erano intrusi, nessuno cercava di limitare il proprio territorio e non esisteva un territorio per uso esclusivo e neanche era una minaccia di natura economica né tantomeno in assenza di pastorizia non c’era nulla che i Lupi potessero sottrarre l’uomo perché gli uomini cacciavano la stessa selvaggina, i Lupi non erano una minaccia, ma bensì erano rispettati.

    Nella società dei Nuu-chah-nult esistevano delle cerimonie di iniziazione con dei rituali ispirati al lupo, una conoscenza segreta che esisteva tra il mondo dell’uomo e il mondo dei Lupi.

    Nella storia troviamo diversi esempi di citazioni del lupo il topos mitico di Romolo e Remo allattati dalla Lupa anche qui la storia è incerta e una transizione tra esseri umani e Regno naturale del lupo come osserva Tito Livio la Lupa di Roma sicuramente aveva delle sembianze umane. In India abbiamo delle storie legate a delle narrazioni leggendarie di bambini lupo basti pensare alla vicenda indiana di Mowgli di Kipling che esercitavano nei lettori un grande fascino.  Successivamente sarà’ più conosciuto con l’animazione dei Disney nel 1967.  E’ un libro particolare un rapporto problematico coi Lupi della giungla e un cucciolo di uomo che si relaziona in modo affettuoso con la sua famiglia e con Akela, il saggio capobranco tant’è vero che nel 1907 Robert Baden Powell gettava le basi per il mondo e il movimento scout e nel 1916 con l’uscita il Manuale dei Lupetti nasceva ufficialmente il “Lupettismo”. Baden Powell ha visto una nuova corrente dove vedeva la società degli dei Lupi come una società, solidale regolata, disciplinata e formata da soggetti rispettosi capaci di agire e insegnare ai più piccoli a diventare membri di un branco: onesti e leali secondo la legge del lupetto: il lupetto ascolta sempre il vecchio lupo, Powell era convinto che in natura i Lupi obbedissero agli ululati di richiamo del capobranco che li voleva riunire di conseguenza il grande urlo dei lupetti diventa la risposta rituale al capo Akela. In America lo scoutismo arrivò nel 1910 e si diffuse rapidamente, ci fu una specie di rivoluzione perché fino a quel momento il lupo era considerato come creatura da sopprimere ma in realtà si comincia a vedere l’idea di un lupo quale modello ideale cui ispirarsi per l’educazione sociale dei giovani.

    In quegli anni stava nascendo anche il movimento di Ernest Thompson Seton che si inseriva in un contesto di natura incontaminata e alla fine del secolo si stava ricominciando a pensare a un’idea vera e propria di natura, qualcosa da gestire con rispetto e iniziò a far strada l’idea che i Lupi e altri carnivori occupavano un posto di rispetto in questo territorio incontaminato. L’etologia e l’ecologia dei Lupi si iniziò a studiare in maniera dettagliata comprendendo le abitudini di vita e il reale comportamento di questi predatori.

    Nel 1936 il teatro centrale dei bambini di Mosca commissionò a Sergej Sergeevič Prokof’ un’opera che aveva come obiettivo didattico quello di illustrare gli strumenti dell’orchestra e scrisse la storia di Pierino un ragazzo vivace, intrepido dove cattura un lupo che gli ha sbranato un’anatra, alla fine consegna l’animale allo zoo, la storia nota come “Pierino e il lupo” dove il lupo non è spaventoso però viene comunque punito.

    Un primo studio fu di Sigurd Ferdinand Olson nel 1938, pubblicò diversi articoli dove approfondivano il concetto di Lupo nel suo habitat nella sua vita sociale come branco, successivamente arrivarono altri studiosi che iniziarono a osservare il lupo nello suoi comportamenti nei metodi di caccia e di alimentazioni, definirono il lupo come un mammifero formidabile, astuto, dove purtroppo si è scontrato con gli interessi economici dell’uomo. Se all’inizio del ventesimo secolo era un animale in cui si doveva avere solo una conoscenza particolare alla fine del 1900 il lupo è diventato uno dei mammiferi più studiati al mondo, una vera e propria riscoperta scientifica nel suo ruolo ambientale, una rivoluzione culturale. Una nuova immagine nasceva, un cambiamento totale, una rivalutazione dei suoi comportamenti, motivazione che lo fece valorizzare ed emergere in uno spazio sociale culturale come una creatura decisamente carismatica.

    Dopo anni di battaglie, cacce, paure e incertezze il lupo iniziava ad avere il suo ruolo ben preciso tant’è vero che venne reintrodotto nel Parco dello Yellowstone.

    Ma ecco che sta venendo fuori una nuova realtà del lupo, dove le paure, i confronti, i conflitti iniziano a nascere nelle fiabe per bambini, dipinto come una creatura cattiva e terrificante, per quanto i naturalisti  e gli etologi cercavano di dare un’immagine completamente diversa del lupo in realtà dalla parte opposta cercavano di denigrarlo, basti pensare alla favola dei “tre porcellini”, gli stessi non hanno il minimo rispetto per l’ambiente abbattono querce secolari per fare le casette di paglia e sbancano terreni e alla fiaba di Cappuccetto Rosso.

    Anche la cinematografia ha dato i suoi frutti positivi ricordiamo “Balla coi Lupi” dove il giovane tenente di cavalleria viene abbandonato in solitudine e fa amicizia con un lupo che non lo attacca diventa un suo amico, non si limitano a creare una prossimità fisica, arrivano a dividere il cibo, grazie a questa rappresentazione di questo rapporto tra uomo e lupo che c’è una rivalutazione una rilettura dell’immagine del lupo alla fine del ventesimo secolo.

    Oggi il lupo è una creatura carismatica in grado di entusiasmare, capace di suscitare conquistando un peso culturale importante, un tempo la paura di questo animale si incarnava su un’immagine di creature che giravano minacciose nei centri abitati adesso i Lupi rappresentano un ingresso un qualcosa di grande per anni considerato prima di valore denigrato, mercificato, condannato ora qualcosa è cambiato.

    Fioriscono siti gruppi di discussioni, che cercano di capire le proprietà di questo animale straordinario se pensiamo che nel secolo scorso il lupo è stato considerato anche in campo musicale.

    I nuovi appassionati di Lupi cercano di studiarlo di approfondire specialmente nel loro habitat naturale dove parchi, aree protette, aree naturali o aree faunistiche cercano di tutelare di proteggere non a caso il parco di Yellowstone ha creato un percorso dove i visitatori possono osservare e scrutare il lupo in tutta tranquillità nel loro comportamento.

    Nel 1963 si organizzò la prima serata di ascolto dei Lupi e nacque quello che oggi noi chiamiamo il Wolf Howling,  questo evento venne inserito in un programma di educazione proprio di conoscenza ambientale gli zoologi avevano notato che imparando a imitare il verso dell’animale, quindi del lupo suscitavano comunque una risposta e si sono serviti di questa tecnica per localizzare e monitorare i movimenti del branco, si resero anche conto che questa attività era utile, sia per fini educativi, che di intrattenimento gli operatori ne imitavano il verso e con un pizzico di fortuna, il branco rispondeva, grazie a questi richiami che sono riusciti anche a studiare, a capire e a individuare il percorso di un branco.

    Siamo arrivati al ventunesimo, secolo il lupo continua a essere una creatura controversa, capace di suscitare emozioni, opposte e conflittuali si parla ancora di scontri di due fazioni: quella della ricolonizzazione e del ripopolamento spontaneo. Controversia più celebre è proprio il progetto di ripopolamento del parco dello Yellowstone,  che è diventato un emblema delle complesse dinamiche, nel tentativo di riportare i Lupi in un ambiente naturale idoneo e nel 1973, in seguito all’approvazione della legge sulla specie minacciata il Lupo Grigio fu il primo animale ad essere ufficialmente nominato specie protetta, obbligando il governo a impegnarsi a reintrodurlo nelle riserve naturali ovviamente si riproposero le problematiche, come la predazione che rientrava nel comportamento naturale dei Lupi ma quali prede e in quale territorio quindi tutti i programmi di reintroduzione hanno sollevato un grande interrogativo soprattutto perché i Lupi potevano uccidere il bestiame domestico o decimare la fauna locale. Quindi, era necessario creare un sistema bioecologico di adattamento e di sopravvivenza di questi di questi animali all’interno proprio dell’ecosistema del parco dello Yellowstone: era in atto una grande e un’accesa campagna sia contro e sia a favore, alla fine di questa grande diatriba il 12 gennaio del 1995 8 Lupi catturati in Canada furono portati Yellowstone,  8 giorni dopo altri 6 Lupi Canadesi si aggiunsero al gruppo, il 21 Marzo dello stesso anno, i recinti vennero aperti, i Lupi cominciarono man mano a disperdersi nel parco, per potersi riprodurre e tornare a ripopolarlo.

    Purtroppo in alcune nazioni, come la Francia, la Spagna, la Grecia e soprattutto l’Italia gli allevatori e i pastori non vedono di buon occhio la crescita della popolazione del lupo in quanto vengono visti come intrusi, come una vera e propria minaccia.

    Reintrodurre, proteggere e convivere il lupo è una cosa importante significa far rinascere la nostra cultura, quanti si battono per il contenimento della popolazione dei Lupi che ritengono, essi si trovano all’apice della biodiversità, di una catena alimentare fondamentale per la salvaguardia e la tutela dei nostri boschi, ma i conflitti continueranno ad esserci tra uomo e lupo;  c’è una questione irrisolta e mai si risolverà, perché il lupo viene considerato come una creatura che ha un’immagine culturale ben definita in un contesto sociale non mutato nel tempo, l’uomo si vede proiettato in una sfida da un punto di vista sociale, economico, estetico e emotivo.

    Sono, proprio queste distanze che continueranno a decidere, quello che per secoli e secoli è accaduto: il diritto di sopravvivenza del lupo e la modalità degli spazi, della loro esistenza, quindi il destino del lupo sarà sempre come una grande creatura maestosa, possente dove l’uomo non può ignorarlo, può solo riflettersi, rispecchiarsi, ma a volte in questo specchio vede qualcosa che è timore e angoscia, per questo oggi il lupo ancora viene considerato come un qualcosa di minaccioso.

    In particolare tra gli allevatori. che invece di poter prendere precauzioni per tutelare il loro bestiame, oppure i loro greggi, preferiscono ucciderlo, annientarlo portarlo in estinzione.

    Siamo arrivati nel 2023, dove purtroppo la politica ambientale ecologista nazionale ha aperto una vera e propria caccia alla fauna selvatica e in particolare al lupo, la cittadinanza non è preparata, non è educata, non è aggiornata, facendo nascere un continuo conflitto con questo mammifero che purtroppo, a causa dell’aumento dei cinghiali che si stanno riversando nelle città, a ridosso delle case, seguono la loro preda per cacciarla.

    Aumentano gli avvistamenti, gli attacchi e la popolazione non ha la consapevolezza della causa degli avvicinamenti nei centri abitati, perché l’habitat naturale del lupo è il bosco, la montagna e la foresta.

    Nel centro urbano si trova spaesato, in un ambiente che non è suo, dove trova la morte, causata da investimenti, dai bracconieri, dagli avvelenamenti, quindi sempre per mano dell’uomo e, se non si pone a dei ripari ben precisi, dove si deve “riportare” il lupo nel proprio habitat purtroppo sarà destinato all’estinzione.

    Non possiamo ignorare il fenomeno dell’ibridazione, che si può verificare per esempio quando una femmina solitaria di lupo nel periodo del calore si accoppia con un cane di grossa taglia, magari perché a causa di un atto di bracconaggio è rimasta senza compagno o perché in dispersione.

    Come ripeto, non abbiamo una politica ambientale zoologica-etologica che mira soprattutto alla salvaguardia della nostra biodiversità.

    Io stessa partecipai diversi anni fa a un progetto lupo di monitoraggio per quasi un anno vennero monitorate le tracce, le fatte e video attraverso le fototrappole per monitorare la quantità della specie e nel territorio di Lupi ne sono rimasti pochi.

    Ho voluto scrivere questo breve saggio estrapolando alcuni studi e aspetti della vita del lupo dalla sua prima comparsa sulla terra fino ai nostri giorni ispirandomi al libro di Garry Marvin intitolato Il Lupo.

    Questo straordinario mammifero protagonista, involontario, della vita quotidiana di ognuno di noi è un continuo mutamento di vicende e denigrazioni, in ogni occasione viene messo in discussione, in quanto la paura del Lupo è legata della memoria dell’uomo.

    Maria Cristina Mosciatti

    Murales “Io abito qui” – Massimo Melchiorri – Braccano (Fraz. di Matelica )

    Bibliografia:

    – Garry Marvin – Il Lupo, edizione Nottetempo, anno 2021;

    – Appunti del Convegno “Reti ecologiche, gestione di aree protette e grandi mammiferi” – Pettorano sul Gizio (Aq), maggio 2017;

    –  Appunti Corso di aggiornamento sul Lupo delle Guide Escursionistiche Ambientali – Civitella Alfedena (Aq), aprile 2018;

  • Purtroppo sempre più spesso si assiste alla raccolta “criminale” dei fiori e non solo in aree protette, senza avere la piena consapevolezza del grave danno che si sta compiendo.

    Un prato pieno di fiori selvatici è una fonte inesauribile di biodiversità e un’enorme risorsa per il ciclo alimentare di molte specie; dai piccoli insetti alle farfalle, alle api, fino agli uccelli e ai mammiferi e la scomparsa delle fioriture selvatiche sta mettendo a rischio un vero e proprio patrimonio naturale.

    La nascita di aree di tutela è dovuto anche a questo, molti non ne sono a conoscenza, ma nel 1974 la Regione Marche ha approvato la legge n° 52 denominata “Tutela degli ambienti naturali” che prevede, non solo la salvaguardia delle singole specie, ma anche la protezione dell’ambiente in cui esse vivono.

    Queste zone sono state tutelate con l’individuazione delle cosiddette Aree Floristiche Protette, prima ancora che nascessero i Parchi e le Riserve Naturali Regionali, tra i fiori di particolare pregio vengono menzionati: il Narciso e la Peonia presenti in modo significativo nella Riserva Naturale del Monte San Vicino e del Canfaito, la Genziana e la Genzianella presente nei Sibillini, specie officinali che purtroppo in alcune località sono scomparse per la raccolta indiscriminata da parte di “erboristi”, oppure varietà molto rare come  la Moehringia Papulosa, che cresce, sulle pareti rocciose di tre località delle Marche, l’Euforbia Arborescente del Monte Conero o il Bistorta del Pian Perduto. Purtroppo ci sono, alcune specie che i nostri nipoti potrebbero non vedere più come l’ Orchis Purpurea un’orchidea selvatica presente nei prati e boschi.

    Gli uomini non si rendono conto che nel momento in cui raccolgono un fiore di questo tipo, o peggio ancora lo calpestano (anche senza farlo a posta), creano un grave danno al nostro patrimonio naturale. Turisti ed abitanti del luogo prima di raccogliere un fiore in montagna dovrebbero dunque fermarsi per un attimo e riflettere sull’importanza del loro gesto apparentemente innocuo. Un esempio interessante viene dall’Alto Adige, all’avanguardia in campo ambientale rispetto ad altre regioni italiane. Oggi le sue praterie fiorite, con decine e decine di specie diverse, stanno ritornando alla bellezza di un tempo grazie a un’azione svolta dalla Regione per incentivare i contadini a metodologie di trattamento dei prati da foraggio per garantire la riproduzione delle fioriture di anno in anno e fornire, tra l’altro, un fieno di altissima qualità, per mucche che possono finalmente mangiar bene e sano.

    Le politiche di protezione ambientale locali abbinate a un programma informativo per la popolazione residente e i turisti, potrebbero dare buoni risultati, sarebbe importante anche per il nostro territorio organizzare delle iniziative nel periodo della fioritura con lo scopo di diffondere informazioni, sulla tutela della biodiversità floristica, facendo realmente comprendere che vi è il reale, rischio di estinzione di alcune specie.

    Maria Cristina Mosciatti

  • Tommaso Lippera nacque a Cerreto d’Esi il 14 dicembre del 1863, fu orfano di padre e già all’età di 14 anni manifestava idee anarchiche;  il suo carattere  ribelle lo portò, nel periodo dell’adolescenza, a cambiare spesso scuola, finchè riuscì a diplomarsi nel liceo classico di Camerino.

    Dopo la maturità, scelse la facoltà di medicina a Napoli, dove non nascose le sue idee politiche, anche perché in quel periodo nella città si stava organizzando un forte centro del movimento anarchico con diverse manifestazioni di protesta.

    Le sue idee erano ben radicate in quanto non credeva alle leggi dello Stato.

    Purtroppo dopo un anno di frequentazione (1882), a causa di una forte epidemia di colera a Napoli, si dovette trasferire all’Università di Bologna ed anche qui entrò in contatto con gruppi anarchici locali e conobbe Andrea Costa, considerato tra i fondatori del socialismo in Italia, al quale si avvicinò grazie ad Anna Kuliscioff che fu compagna del Costa per alcuni anni.

    Mentre il Lippera era un riformista, Andrea Costa  si oppose ai cambiamenti ed alla evoluzione del partito.

    Ancora studente, il Lippera ritorna spesso nel suo paese di origine e nel 1884 fondò a Cerreto d’Esi un “Circolo di Studi Sociali”, dove intraprese  uno scambio epistolare per rimanere in contatto con Andrea Costa (le lettere originali sono depositate presso la biblioteca comunale di Imola).

    Nella lettera inviata il 5 novembre del 1884, egli scriveva:

    “Onorevole Costa, desidererei sapere se sono state riprese le pubblicazioni del giornale l’Avanti! e nel caso negativo quando lo saranno.

                Nel caso affermativo poi consideratemi già abbonato e vi prego fin da ora rimettermi quei numeri unici dedicati ognuno ad un argomento speciale dei quali si facea  menzione nel  n.13 (Anno III) del giornale medesimo.

                In avvenire poi amerei ricevere tutto ciò che pubblicherà concernente l’interesse di detto giornale; di stare, in una parola, al corrente di quanto può interessarmi.

                Appena avuto un vostro riscontro farò il mio dovere.

                Sebbene i miei principi anarchici siano opposti a quelli propugnati dal giornale in discorso, pure amo tener dietro all’agitazione dei socialisti legalitari.

                Conto sulla vostra provata gentilezza e certo d’essere compiaciuto vi anticipo i più vivi ringraziamenti.  Tommaso Lippera“ .

    Originale della lettera

    Le sue idee anarchiche lo coinvolgevano molto da farlo entrare spesso in scontro con politici locali, infatti

    il 10 novembre 1886 entrò in conflitto con il sindaco di Cerreto d’Esi,  Francesco Morea.

    Questi  lo accusava di un articolo che il Lippera aveva scritto nel Messaggero e nel quale si era identificato, per tutta risposta il Lippera fece scrivere un manifesto e lo affisse nel paese.

    Manifesto che il Lippera fece affiggere

    La sua passione fu anche quella del giornalista e divenne  corrispondente di molti giornali nazionali: La Gazzetta di Torino, La questione sociale di Firenze e la Gazzetta operaia di Forlì

    Nel giornale “La Rivendicazione di Forlì” il 12 settembre 1888, ( Istituti culturali ed artistici della città di Forlì) parlò di alcuni pregiudizi sociali e del quale riporto alcuni tratti:

    ” Un pregiudizio molto diffuso fra il popolo è CHE LO SFRUTTAMENTO SIA UN MALE NECESSARIO …….. nella nostra società il cancro è l’abuso.Né l’istruzione , né l’educazione sottraggono al delitto…….Sì, fino a che vi saranno la fame, l’egoismo, la prostituzione e il governo, vi saranno furti, delitti ed abusi……dando a ciascuno i mezzi di vivere sparisce il furto………togliendo all’uomo la forza e il potere di soverchiare i propri simili, gli si toglie il mezzo per suscitare la gelosia, l’odio e gli altri bassi istinti sociali……Per dare all’uomo ed alla società il benessere e la pace, si ha solo il bisogno di gente che ragioni……”.

    Con la tesi: Criteri generali curativi nelle cardiopatie si laureò il 2 luglio del 1889 ed entrò nell’equipe del dott. Romolo Murri.

    Egli si considerò un privilegiato in quanto il Murri era già reputato un luminare della medicina marchigiana. Questi dopo un periodo di tirocinio inviava i medici della sua equipe nelle città o nei paesi dove c’era bisogno di medici condotti, ed inviò Tommaso Lippera per una sostituzione a Montemaggiore sul Metauro, nella provincia di Pesaro.

    In questa cittadina conobbe quella che sarebbe stata la sua futura moglie, la giovane Elisabetta Ciavarini, figlia del noto archeologo e storico di Ancona Carisio Ciavarini.

    Il suo amore per la terra natia non venne mai meno ed il 23 ottobre 1888 a Cerreto d’Esi  dovendosi rinnovare a termini di legge alcuni componenti della giunta comunale, vennero proposti Tommaso Lippera quale assessore effettivo e Ciarabalà Antonio quale assessore supplente.

    Tommaso Lippera venne eletto con 7 voti su 12, dando cosi inizio  al suo percorso di politico locale.

    Nel 1890 Tommaso Lippera uscì dal movimento anarchico ed entrò come precursore nel movimento socialista.

    Trovandosi nello stesso anno a San Costanzo come medico condotto, per promuovere la società operaia  pubblicò un volantino rivolto alle lavoratrici che il 7 aprile 1890 lesse al Teatro Concordia inaugurando la Bandiera della Società operaia femminile di Mutuo Soccorso di San Costanzo.

    Il volantino diceva:

    “ Guardate la vostra bandiera, lavoro delicato e prezioso dell’impareggiabile Diomira Falschi.

                Una fiducia viva e completa, una ferma speranza che finalmente un giorno la giustizia trionferà sul pregiudizio e sulla prepotenza. Ecco che cosa vi indica il bianco simbolo della fede e il verde emblema della speranza!

                Sì, speranza e fede nell’avvenire, e avanti!!…

                Operate in modo da smentire luminosamente l’epiteto di debolezza che viene applicato al vostro sesso; ma la vostra fortezza tragga origine da una coscienza pura e dalla certezza di combattere per una santa causa.

                Non vi avvilite se per struttura organica siete più deboli dell’uomo. Se egli rappresenta la forza non rappresentate voi forse il sentimento e la virtu?

                Non vi avvilite! E’ vero che oggi

                Ragazze, dipendete da genitori… spesso inumani,

                Spose, siete serve di vostro marito,

                Madri, avete dei padroni nei figli.

    Voi dovete comprimere, è vero i battiti del cuore, lasciare insoddisfatti i vostri bisogni, violentare la vostra stessa natura… Sì è così – voi trascinate da secoli questa obbrobriosa catena, ma sollevate arditamente la testa perché il giorno del vostro riscatto si avvicina, perché un nuovo vangelo – che è scienza e amore – v’assegna il vostro legittimo posto nella vita sociale.

                Senza di voi l’umanità non sarebbe.

    Voi avete quindi – naturalmente – gli stessi diritti dell’uomo

                Bambine, dovete trovare cure affettuose, tutela e istruzione prima dai parenti, poi dalla Società.

                Fanciulle, nessuno deve poter contrariare gl’impulsi del vostro cuore.

                Adulte, dovete poter disporre di voi stesse, come meglio vi piaccia.

                Madri, la stima, la solidarietà; nulla vi deve mancare.

                Produttrici, dovete essere indipendenti, dovete poter bastare largamente ai vostri bisogni.

                Impotenti al lavoro, la società dovrà mantenervi.

    Questa è la vostra redenzione, la quale non potrà essere fatta che dal movimento emancipatore moderno.

                Se volete affrettarla, abbracciate la vostra bandiera – bandiera di eguaglianza  e di libertà vera: – venite a combattere nelle nostre file.

                Educate i vostri figli, maschi e femmine, colla sola scorta della giustizia, del sentimento e del rispetto a se stessi ed agli altri.

    Educateli, liberi nel pensiero, nel lavoro e nelle azioni. Così formerete eroici campioni per le lotte dell’avvenire, e, se riusciremo a realizzare il nobilissimo ideale dell’eguaglianza sociale, lo dovremmo a voi membri di quel detto del grande Napoleone:

    Sul grembo della madre stanno i destini dell’avvenire”

    Stavano iniziando a maturare le prime idee socialiste e due anni dopo nel territorio pesarese iniziavano a crescere i consensi.

    Nel giornale locale “Lotta di classe” pubblicato il 3 settembre del 1892 è scritto:

    “I compagni di Fano, d’accordo col dott. Lippera e col prof. Paglierini, hanno stabilito di tenere qui una serie di conferenze per preparare la formazione di un forte partito socialista. La prima conferenza che sarà tenuta dal Paglierini o dal Lippera, avrà luogo, molto probabilmente, 18 settembre p.v.”, la sua convinzione e tenacia all’idea politica lo fece eleggere nel 1893 al direttivo nazionale del Partito Socialista.

    Quattro anni dopo, nel 1897,  Tommaso Lippera si candidò  alle lezioni regionali sia nel collegio di Fabriano sia in quello di Fano e solo per pochi voti non venne eletto, anche se prese più voti di Andrea Costa e Camillo Prampolini e ci fu una netta affermazione del partito socialista nelle Marche dove il  Lippera divenne consigliere provinciale.

    Negli anni successivi la sua vita politica iniziò attivamente anche a Cerreto d’Esi dove il 1 settembre 1902 venne eletto, per la prima volta, sindaco.

    Iniziando un percorso di crescita culturale e sociale  del territorio, come primo gesto dopo la sua elezione, fece pubblicare per la prima volta gli Statuti Comunali del 1537, che erano stati rinvenuti nell’archivio storico

    La pubblicazione fu curata da Carisio Ciavarini (storico di Ancona e suocero dello stesso Lippera)  che nella prefazione scrisse:

    “All’eccellentissimo dott. Tommaso Lippera – Sindaco di Cerreto d’Esi – a lei devo la scoperta degli Statuti di Codesto Comune, ed a Lei ne offro la stampa che ho risoluto di farne nella occasione del congresso internazionale di scienze storiche l’aprile prossimo a Roma. Voglia gradire l’offerta e l’augurio che in Cerreto l’amministrazione presieduta da Lei spiri quel potente soffio di vita moderna che lo elevi alle più nobili aspirazioni umane, e che io possa compilarne le memorie storiche per educarne le generazioni nuove all’amore del paese nativo e dell’Italia nuova. – Ancona, marzo 1903 – C. Ciavarini”

    Vivendo a Cerreto d’Esi, cominciò a pensare alla costruzione di una scuola elementare, in quanto i bambini che studiavano erano pochissimi e la maggior parte venivano impiegati nel lavoro agricolo mentre pochi erano quelli che potevano permettersi un’istruzione.

    Il Lippera credeva nel cambiamento culturale e nell’istruzione scolastica

    Nei primi del novecento  nel paese vi era una scuola elementare che aveva circa 40-60 bambini per classe e lui decise di fare delle classi più piccole in modo che i bambini potessero apprendere meglio e portò il corso di studi fino alla quinta elementare, anche se non obbligatoria, ed istituì le classi a tempo pieno e questo rappresentò un notevole cambiamento ed innovazione per l’Italia centrale.

    Nella facciata dell’edificio della nuova scuola elementare, ancora oggi visibile, vi fu scritto:   

    EDUCA, ISTRUISCI, SPERA

    Planimetria del progetto della scuola elementare

    La realizzazione della nuova scuola elementare fu approvata dal Consiglio comunale senza neanche un voto contrario e l’amministrazione capì l’importanza di far crescere nuove generazioni con una sana cultura capace di migliorare l’uomo e creare dei sani cittadini.

    In occasione di questa edificazione, Tommaso Lippera, pubblicò un libretto dove scrisse le linee guida:  egli affermava che nella scuola ci doveva essere la salute degli alunni, essi dovevano essere istruiti con gioia e non come una punizione, ci doveva essere abbondanza di acqua e di aria, una temperatura mite in ogni stagione e i banchi dovevano essere comodi.

    Da qui una critica allo Stato che dichiarava obbligatoria l’istruzione e lui si pose la domanda: “Chi ha fame, chi è nudo, chi è costretto ad aiutare fin dalla tenera età la propria famiglia e guadagnarsi una fetta di polenta, come può frequentare con assiduità la scuola e guadagnarci quei benefici effetti che faranno di lui un uomo degno della famiglia e della società?”

    Il Lippera considera l’analfabetismo “la causa prima della nostra inferiorità di fronte ai popoli civili”

    L’educazione spetta ai maestri che hanno un compito importante di educare non solo la mente ma anche il cuore, affinché vengano tolti dei vecchi pregiudizi e si possano creare delle menti pronte a ricevere idee nuove di umanità per una convivenza sociale.

    Nell’edificio scolastico erano stati previsti un museo ed una biblioteca. Doveva accogliere i “fanciulli” per l’asilo, le prime tre classi elementari maschili e femminili, ma anche le nuove classi che erano state recentemente istituite della quarta e della quinta mista.

    La scelta della posizione dell’edificio scolastico è stata attentamente valutata da Lippera, che ha considerato anche la notevole lontananza dal Cimitero,  la vicinanza dell’abitato, la sicurezza di accesso e anche gli spazi che dovevano essere organizzati con giardini, orti e la palestra coperta.

    La scuola è di forma rettangolare con due piani e un sotterraneo:

                Sotterraneo: cucina, fornelli, legnaia, fasciatolo, latrina per il personale; la dispensa, la cantina, il termosifone; i bagni a doccia per gli alunni delle scuole elementari e a immersione per i bambini dell’asilo.

                Piano terra con tre ingressi: uno principale con vestibolo, sala d’aspetto e del bidello che poteva controllare tutte le entrate e due secondarie per la separazione dei maschi e delle femmine dai bambini dell’asilo

    Ci sono anche due aule per le due sezioni; una grande sala per la refezione, le conferenze, le premiazioni.

    Due aule di cui una per il gioco dei bambini dell’asilo ; uno spogliatoio ed una camera per dormire per quei bambini che ne avessero bisogno; quattro latrine, con lavabo esposte a tramontana, distanti e separate dalle aule, con aria e luce diretta da più lati per una efficace ventilazione.

                Piano superiore: quattro aule, tre per le prime tre classi miste e l’altra per la quarta e la quinta; corridoio, museo e farmacia. Altre quattro latrine separate e indipendenti l’una dall’altra.

    Un particolare ed attento studio è stato fatto per le finestre:

    Particolare studio della finestra della scuola

    Le finestre munite di tende con movimento dal basso all’alto, come le porte, sono provviste nella parte superiore di vasistas che si aprono dall’interno per facilitare il cambiamento dell’aria che sarà coadiuvato da speciali camini di ventilazione e si potrà così abbassare la temperatura dei vani. Gli scolari ricevono la luce da sinistra a destra . Il pavimento è costruito in cemento per impedire il sollevarsi della polvere ed eseguire meglio la disinfestazione.

    Per dissetare gli alunni si è proposto di adottare il sistema di bere a garganella con getto inclinato collocando due vaschette nel corridoio di ciascun piano e una in giardino.

    Tale sistema oltre ad essere il più economico è anche quello che risolve il problema dell’igiene, escludendo il pericolo di contagio; l’ingestione di acqua è misurata, cosa molto importante nei periodi di grande caldo evitando malori gastro-intestinali.

    Il riscaldamento-ventilazione sarà effettuato con un termosifone a media pressione, il quale dà una temperatura costante, mite, gradevole.

    Contratto di appalto per la costruzione della nuova Scuola Elementare

    Per la costruzione della scuola,  fece abbattere degli alberi nel luogo prescelto, ma il termine dell’opera, ripiantò tanti alberi quanti ne aveva dovuti far abbattere e  organizzò, la festa degli alberi, forse una delle prime in Italia.

    Successivamente  fece anche costruire una piccola scuola nella vicina località di Cerquete .

    La sua attività politica negli anni successivi fu orientata anche a migliorare la qualità della vita dei cittadini. Vi erano spesso problemi di frane nelle strade e lui cercò di studiare un sistema per evitarle con non poche opposizioni da parte di chi già creava dei problemi per la buona gestione amministrativa.

    Nel periodo della sua carriera politica e medica, egli scrisse anche dei testi di notevole interesse locale e regionale.

    Criteri generali curativi nelle cardiopatie (Memoria originale dedicata ad Augusto Murri,)

    Bozzetti sociali,

    Le società operaie di Mutuo Soccorso,

    Phlegmasia alba dolens (Osservazioni cliniche e terapeutiche)

    Nel 1911 pubblicò “Rescritto di Papa Benedetto XIII, circa l’istituzione della fiera del 5, 6 e 7 agosto in Cerreto d’Esi

    Due anni dopo scrisse “La condotta sanitaria residenziale nella regione marchigiana” .

    In questo libro parla  della situazione sanitaria della nostra regione e riporta una serie di articoli che aveva già precedentemente pubblicato sulla Gazzetta Camerinese, mettendo in evidenza che la riforma sanitaria che doveva garantire i poveri e quelli che sono scritti nei Registri con medicinali gratuiti, doveva fare i conti con le scarse possibilità economiche dei comuni, con tutte le problematiche amministrative e mediche.

    Negli anni successivi il Lippera non fu più confermato come sindaco ed entrò a far parte dell’opposizione politica e così  iniziò, purtroppo ,il periodo più negativo della sua vita che lo portò alla morte.

    Fu arrestato il 28 marzo del 1918, insieme ad altri 9 cittadini cerretesi, accusati,  il 20 marzo del 1917, di tenere delle riunioni a casa del sig. De Luca Marcello, nelle quali facevano intervenire i militari in licenza,  considerata opera di sabotaggio della guerra e disfattismo, ed incitando i prigionieri a disertare .

    Successivamente il 4 febbraio del 1918 scoppiò a Cerreto d’Esi  una sommossa popolare nella quale si impedivano, anche con la violenza, come riporta la sentenza, le operazioni di requisizione del grano da parte delle autorità militari.

    Furono coinvolte circa 150 persone tra donne e ragazzi che avevano improvvisato una dimostrazione per impedire la partenza del camion militare con il grano requisito ed erano stati lanciati alcuni sassi contro la casa del Sindaco, il Sig. Morea.

    Due testimoni, che poi saranno definiti non attendibili, fecero il nome di Tommaso Lippera, capo del locale partito di minoranza. Il rapporto aggiunge che il Lippera aveva detto ad alcune donne del paese che la farina, ancora non arrivata a Cerreto, sarebbe stata di pessima qualità e si era accaparrata la stima della popolazione facendo ottenere licenze ai soldati. La sentenza riporta che nei mesi di settembre e ottobre 1917, in relazione al disastro di Caporetto, il Lippera incitava contro la guerra, esortando la popolazione a non seminare nei campi, a non sottoscrivere il prestito nazionale.

    Al termine del processo e dopo aver analizzato tutti i fatti venne emesse tale sentenza:

    chi aveva testimoniato contro il Lippera non poteva ritenersi attendibile in quanto:

    “Lippera e compagni sono state vittime di odii, rancori e piccinerie locali”

    Il tribunale deplorando le cause che li tradussero sullo scanno dei rei, deplorando i sistemi illeciti ed ingiustificabili che si resero strumento di tali cause odiose, proclama l’innocenza di tutti i dieci odierni imputati e li restituisce a quella libertà della quale essi non avevano abusato.

    Valga il doloroso spettacolo dell’accusa contro il Lippera e compagni, d’incitamento alla forte popolazione di Cerreto perché, smettendo piccole gare, facendo tacere nel nome d’Italia rancori e odi di partiti e di famiglie, ritempri l’animo per la resistenza alle aspre battaglie dell’ora che volge e per la preparazione a quella dell’avvenire, con l’osservanza di quella disciplina che, affratellando l’energie dei popoli, le prepara a finalità radiosi.

    E valga l’odierno procedimento a far considerare coloro, cui la legge affida pubbliche mansioni, che il peggiore dei disfattismi dell’energia di un popolo è dato da quei fatti che possono menomare nei cittadini il fermo convincimento che la giustizia punitiva si muove ad opera solo per reperire reati, e non per servire quale strumento di calunniose affermazioni a base di odi personali o di rivalità partigiane”

    Una sentenza che riconobbe il Lippera estraneo ai fatti insieme ai suoi nove compagni.

    Purtroppo in carcere si ammalò, e si sperò, che dopo aver ottenuto la libertà potesse riprendersi dall’umiliazione. Nonostante le cure più assidue il 21 gennaio 1919 si spegneva lasciando 7 figli nella maggior parte in tenera età.

  • Descrivi l’ultimo difficile “arrivederci” che hai detto.

    Sembrava un giorno come tutti gli altri, fuori pioveva a dirotto, non avrei mai immaginato che quella pioggia si fosse trasformata in assassina. Nel tardo pomeriggio mi arrivo’ un messaggio dove te, carissimo amico, non rispondevi al telefono. Furono attimi terribili, non ho avuto il coraggio di chiamarti, le successive ore nella speranza che te avessi risposto ad un messaggio o ad una telefonata, niente. I giorni successivi furono pieni di angoscia e speranza, poi quel messaggio che mi diceva che ti avevano ritrovato, immobile, agganciato ad un ramo immerso nell’acqua. Quell’acqua maledetta che ti aveva portato via da tutti noi, amici, famigliari, conoscenti. Quel maledetto 15 settembre, una data che non dimenticheremo…dove la pioggia assassina ha portato via tutto, anche la tua vita, carissimo amico mio. Ma quel giorno, non ti ho detto Addio ma , Arrivederci, si perché io ti rivedo nei nostri ricordi di quasi una vita passata insieme, nei tuoi messaggi che mai cancellerò, nelle foto scattate insieme, ma un giorno ti rivedrò e sarà come i vecchi tempi, ma questa volta sarà per l’eternità.

  • Il Globo di Matelica è stato casualmente scoperto dal matelicese e appassionato di archeologia Danilo Baldini, nel 1985, che ne intuì il valore grande valore archeologico. La prof.ssa Marengo, dell’Università di Macerata, definisce un onore averlo studiato, all’inizio misterioso, poi invece, man mano ha svelato i suoi segreti facendosi riconoscere come un orologio solare. “Sepolto e dimenticato per molto tempo, poi recuperato nel corso di alcuni scavi per i lavori pubblici, nel 1985 – continua la prof.ssa – in quell’occasione ho conosciuto Baldini che venne all’università chiedendo se ci fosse qualcuno interessato a questa sfera. Iniziai a studiare il globo, all’inizio non fu facile, in Italia è un pezzo singolare, l’unico confronto possibile che orientò la mia ricerca e che diede qualche risultato fu un oggetto simile ma non identico, rinvenuto in Grecia a Prosymna, che fu riconosciuto come orologio solare, ma anche come calendario mediante la lettura di diagrammi che ne ricoprivano la superfice. Nel caso del Globo di Matelica, il diagramma è uno solo, la funzione è la stessa, quella di costituire un contatore e un calendario. E’ un globo di marmo greco e di circa 29 cm , con una serie di forellini sul polo superiore ed un digramma sulla faccia anteriore, sono disegnate sullo stesso una linea orizzontale che corrisponde all’equatore che incrocia perpendicolarmente una linea meridiana verticale, la linea meridiana è anche il centro del primo del più piccolo dei tre cerchi che sono disegnati sulla sfera. Il polo inferiore della sfera non è perfettamente circolare risulta appiattito e si notano due fori uno più grande e l’altro più piccolo, legati ai perni che dovevano sostenere l’oggetto. Lo studio di questi termini si combina poi con lo studio delle lettere che si trovano sulla parte superiore della sfera sono a fianco a ciascuno dei forellini fino alla zona dell’equatore.  Sul diagramma e sui fori ci sono delle lettere singole che confrontati con le didascalie di altre meridiane sia del mondo greco, sia del mondo romano  dicono che queste lettere ci danno l’indicazione dei punti solstiziali, in alto il solstizio d’inverno in basso il solstizio d’estate. Sul cerchio esterno in alto si legge il nome dei due segni zodiacali del capricorno e in basso quello del cancro, questo ha consentito di leggere, anche le altre didascalie, che non sono sempre complete. Ci sono dei confronti grazie al globo di Prosymna, uno dei diagrammi è molto simile con una differenza che riguarda la posizione dei segni, per essere letto deve essere esposto a sud, invece il globo di Matelica per funzionare deve essere esposto a nord – continua la prof.ssa Marengo – Questo oggetto funziona come orologio se noi ci limitiamo ad osservare la serie di forellini nella parte superiore, per vederlo funzionare bisogna esporlo al sole in piena luce, vedremo che l’illuminazione crea delle ombre, che è l’indicatore della posizione, perché questo strumento funziona attraverso il terminatore d’ombra, il confine che si crea tra zona illuminata e zona al buio una volta che si è esposto correttamente con il diagramma verso nord, determinando lo scorrere delle ore. Poteva essere un giocattolo per uomini di cultura oppure avere delle applicazioni in alcuni abitati particolari, ci aiuta in questo lavoro di ricerca, l’iconografia., in quando mancano confronti. Possiamo solo immaginare che il globo, rinvenuto nel corso degli scavi possa essere appartenuto ad un uomo di cultura, capace di divertirsi a farlo funzionare oppure fare degli esperimenti, lo possiamo immaginare anche all’interno di una scuola, di un luogo dove s’insegna l’astronomia, dove un maestro educa al movimento degli astri attraverso la pratica con questo oggetto, simile ai planetari. Lo possiamo immaginare anche in un ambiente dove si potesse praticare l’astrologia. Ci auguriamo che dei futuri scavi nel luogo, a fianco del Palazzo del Governo, possano individuare qualche notizia in più sull’uso della sfera. Ancora non ci siamo riusciti, a dare una giusta datazione e al momento della scoperta si è pensato alla vicinanza con Ancona, importato e poi capitato a Matelica per una vicenda impossibile da ricostruire – continua l’intervento – ma questi oggetti hanno una lunga vita come progettazione e questa potrebbe risalire al II secolo avanti Cristo, anche se, la sua realizzazione potrebbe essere anche più recente. In quanto quello di Prosymna è molto più complesso rispetto al Globo di Matelica, la semplificazione è un segno di evoluzione, certamente il modello è più recente, ma non possiamo definire con certezza la datazione, l’ipotesi da me formulata è che questo oggetto non sia arrivato nella cittadina per caso. La lingua degli orologi solari era il greco, perché furono loro gl’inventori degli orologi solari e i romani avevano imparato a conoscerli e usarli attraverso gli esemplari greci che poi avevano copiato. Quello che posso, pensare, che il Globo possa essere stato costruito in Grecia, venduto e acquistato e distribuito a Matelica dove si è conservato, a differenza di altri che sono andati perduti. Matelica è un municipio romano, prima del 90 a.c. non conosciamo bene la sua realtà amministrativa, cominciamo a conoscere Matelica quando diviene Municipio Romano, dopo il 90, sicuramente ha avuto un momento di fioritura dall’età auguste in poi, questo da un punto di vista storico ci dà delle indicazioni, che corrispondono, allo studio della conoscenza di questi oggetti da parte del mondo romano. I romani a partire dalla riforma di Cesare, iniziano ad interessarsi alle meridiane. Un elemento interessante per capire che questi oggetti erano di moda nel I e II secolo dopo Cristo, ci sono una serie di meridiane all’interno della città di Roma che “parlano” greco. In questo momento d’interesse, collocherei anche il nostro Globo che daterei tra il I e il II secolo dopo Cristo.”

    Maria Cristina Mosciatti