
Cambiamento climatico e nuova centralità dell’Appennino marchigiano. Per molti anni abbiamo raccontato l’entroterra attraverso una sola parola: spopolamento. Nelle Marche, e in particolare lungo la fascia appenninica che comprende Fabriano, Matelica, Camerino, San Severino Marche e tanti piccoli comuni montani, questo fenomeno si è intrecciato con altri elementi profondamente destabilizzanti: la crisi industriale, l’invecchiamento della popolazione, la diminuzione dei servizi, il sisma del 2016 e, più in generale, una progressiva perdita di centralità rispetto alle aree urbane e costiere. Per anni abbiamo guardato a questi territori chiedendoci come impedirne lo svuotamento.
Forse, però, dovremmo iniziare a porci anche una domanda diversa: “E se nei prossimi decenni fossero proprio questi territori a tornare ad essere desiderati?”
Non perché il cambiamento climatico rappresenti una buona notizia. Tutt’altro. Ma perché proprio il cambiamento climatico potrebbe modificare, nel tempo, anche la geografia dell’abitare, rendendo meno favorevoli alcune aree oggi fortemente attrattive e restituendo invece valore a territori che per decenni abbiamo considerato marginali.
Il climatologo Luca Mercalli ha più volte richiamato l’attenzione sul possibile ritorno verso le terre alte, osservando come l’aumento delle temperature e le nuove modalità di lavoro possano rendere montagna e aree interne più interessanti dal punto di vista residenziale.
Non si tratta di immaginare improvvise migrazioni di massa dalla costa verso l’Appennino. Si tratta piuttosto di osservare una possibile tendenza.

Le città e le aree maggiormente urbanizzate stanno vivendo estati sempre più calde, caratterizzate da temperature elevate, forte umidità e notti nelle quali diventa difficile recuperare condizioni di benessere termico. Una città come Jesi, ad esempio, rappresenta bene questa trasformazione. La sua posizione tra la fascia costiera e l’entroterra la rende un ottimo punto di osservazione: negli ultimi anni il caldo estivo è diventato sempre più persistente e l’umidità contribuisce a rendere più difficile la vivibilità urbana durante le ondate di calore.

Se ci spostiamo verso Fabriano, Matelica, Camerino o verso i piccoli centri dell’Appennino, le condizioni cambiano. Questo non significa che l’entroterra sarà immune dagli effetti della crisi climatica. Anche qui aumenteranno i rischi legati a siccità, incendi boschivi, eventi meteorologici estremi, dissesto idrogeologico e trasformazione degli ecosistemi. Ma, almeno relativamente, molte aree appenniniche potrebbero mantenere condizioni climatiche estive più favorevoli rispetto alle zone maggiormente urbanizzate e costiere.

Ed è proprio questo elemento relativo a diventare interessante. Non esisteranno probabilmente territori completamente protetti dal cambiamento climatico. Esisteranno però territori più o meno vulnerabili.
Anche l’Adriatico sta cambiando
Contemporaneamente cambierà anche il nostro rapporto con il mare Adriatico. L’aumento della temperatura delle acque, l’evaporazione, la variazione delle precipitazioni e degli apporti fluviali, l’innalzamento del livello marino e l’erosione costiera sono tutti fenomeni destinati ad assumere un peso crescente. È importante precisare un aspetto: lo scioglimento dei ghiacciai non determina direttamente l’aumento della salinità del mare, perché immette acqua dolce negli oceani. Nell’Adriatico l’aumento della salinità può invece essere collegato soprattutto al riscaldamento delle acque, alla maggiore evaporazione, alla diminuzione delle precipitazioni, ai minori apporti dei fiumi e ai cambiamenti nella circolazione marina. A questo si aggiunge un problema ancora più concreto per le zone costiere: l’intrusione salina nelle falde acquifere.

Con l’innalzamento del livello del mare, la riduzione degli apporti di acqua dolce e l’utilizzo intensivo delle falde, l’acqua marina può penetrare negli acquiferi costieri, compromettendo progressivamente la qualità delle risorse idriche. Ed è particolarmente significativo, per noi marchigiani, che proprio nella bassa valle dell’Esino siano stati condotti studi sul rischio di intrusione salina legato anche agli scenari di cambiamento climatico.
Il mare, quindi, potrebbe progressivamente trasformarsi. Da elemento quasi esclusivamente attrattivo potrebbe diventare, almeno in alcune aree, anche un fattore di maggiore vulnerabilità. E allora la distanza dalla costa potrebbe non essere più percepita soltanto come uno svantaggio.
Potrebbe diventare un valore.
Una nuova geografia dell’abitare
Per decenni la direzione sembrava quasi obbligata.
Dai piccoli paesi verso le città.
Dalla montagna verso la pianura.
Dall’entroterra verso la costa.
Lavoro, università, servizi e opportunità economiche spingevano inevitabilmente in quella direzione.
Oggi qualcosa sta cambiando.
Lo smart working e il lavoro digitale hanno indebolito, almeno per una parte della popolazione, il legame rigido tra luogo di lavoro e luogo di residenza.

Un professionista, un consulente, un lavoratore autonomo o un dipendente che può svolgere parte della propria attività da remoto non è necessariamente costretto a vivere vicino a un grande centro urbano.
E allora può iniziare a scegliere in base ad altri parametri.
Costo delle abitazioni.
Qualità dell’aria.
Temperature estive.
Spazi disponibili.
Paesaggio.
Silenzio.
Possibilità di vivere vicino alla natura.
Qualità delle relazioni sociali.
È qui che territori come Fabriano, Matelica, Camerino, San Severino Marche e tanti piccoli comuni dell’Appennino potrebbero riacquistare attrattività.

In alcune zone alpine e del Veneto si sta già studiando il fenomeno della nuova residenzialità montana, legato anche alla possibilità di lavorare a distanza, alla ricerca di una maggiore qualità della vita e alla disponibilità di abitazioni nei piccoli centri. Non possiamo ancora affermare che esista una vera migrazione climatica verso la montagna. Ma possiamo osservare segnali che indicano un cambiamento nel modo in cui viene percepito il vivere nelle aree interne.
Non basta fermare lo spopolamento
Ed è probabilmente questo il punto più importante. Per anni le politiche dedicate alle aree interne hanno avuto un obiettivo principale: fermare lo spopolamento.
Forse oggi dovremmo aggiungerne un altro: prepararsi al ripopolamento.
Se nei prossimi dieci, venti o trent’anni una parte della popolazione inizierà davvero a considerare l’entroterra marchigiano come alternativa alle aree più calde, più urbanizzate o maggiormente esposte alle trasformazioni della fascia costiera, non basterà avere case disponibili.
Bisognerà essere pronti:
Serviranno connessioni digitali efficienti.
Serviranno scuole.
Servirà una sanità territoriale realmente accessibile.
Serviranno trasporti pubblici e collegamenti migliori.
Serviranno servizi per gli anziani e per l’infanzia.
Serviranno spazi di coworking, attività commerciali, cultura, sport, associazionismo.
Serviranno politiche per il recupero degli edifici abbandonati e per l’efficienza energetica.
Servirà una gestione intelligente dell’acqua.
Serviranno comunità energetiche, tutela dei boschi e prevenzione del dissesto.
Ma soprattutto serviranno comunità.
Perché un paese non torna a vivere soltanto perché vengono restaurate le case. Una comunità esiste quando ci sono relazioni, servizi, partecipazione e possibilità di costruire un futuro. Ed è forse questo il lavoro più importante che dovremmo iniziare oggi.

Ricostruire comunità prima che siano necessarie
Il terremoto ha lasciato nell’entroterra marchigiano una ferita che non è stata soltanto materiale. Ha modificato il modo di vivere molti paesi, ha spostato famiglie, ha interrotto relazioni e ha contribuito ad accelerare processi di spopolamento già presenti.
La crisi industriale di territori come Fabriano ha aggiunto un’altra fragilità.
La crisi demografica ne ha aggiunta un’altra ancora.
Eppure proprio questi territori possiedono elementi che potrebbero diventare sempre più preziosi nel futuro.
Spazio.
Boschi.
Paesaggio.
Temperature mediamente più contenute.
Patrimonio storico.
Piccoli centri.
Terreni agricoli.
Edifici da recuperare.
Una dimensione sociale che, nonostante tutto, conserva ancora una propria identità. Sono risorse che per molti anni abbiamo considerato insufficienti rispetto alle opportunità offerte dalle grandi città.
Forse il cambiamento climatico ci costringerà a rivalutarle.
Da territorio marginale a territorio strategico
Il vero cambio di prospettiva sta proprio qui.
Fabriano, Matelica, Camerino, San Severino Marche e i piccoli comuni dell’Appennino non dovrebbero essere considerati soltanto territori da salvare.
Potrebbero diventare territori strategici.
Luoghi nei quali sperimentare nuove forme di abitare, di lavoro, di produzione energetica, di agricoltura e di gestione delle risorse naturali.
Luoghi capaci di offrire una qualità della vita diversa.
Non migliore in assoluto.
Ma forse più adatta a un mondo nel quale il clima sarà uno dei fattori determinanti delle scelte individuali e collettive.
Naturalmente nessuno può dire con certezza quando questa inversione di tendenza potrà verificarsi.
Potrebbero volerci dieci anni, venti, trenta, forse avverrà in maniera diversa da come oggi la immaginiamo.
Ma governare un territorio significa anche saper guardare oltre l’emergenza del presente.
Significa preparare oggi ciò che potrebbe diventare necessario domani.
Per questo forse dovremmo iniziare a cambiare anche le parole con cui raccontiamo il nostro entroterra.
Non soltanto spopolamento.
Non soltanto crisi.
Non soltanto ricostruzione.
Ma anche possibilità.
Perché il paradosso potrebbe essere proprio questo: mentre oggi discutiamo di come evitare che le nostre aree interne si svuotino definitivamente, il clima dei prossimi decenni potrebbe contribuire a renderle nuovamente attrattive.
E allora la domanda non sarà più soltanto: come facciamo a impedire alle persone di andarsene?
La domanda potrebbe diventare: saremo pronti quando qualcuno vorrà tornare?
Forse quei territori che per decenni abbiamo considerato lontani dal futuro non stavano semplicemente scomparendo.
Forse stavano aspettando che il futuro cambiasse direzione.

Riflessioni di Maria Cristina Mosciatti, 20 agosto 2026
Fonti e riferimenti:
- Regione Marche – Appendice A del PRACC, Indicatori climatici e metodi, con dati storici e proiezioni climatiche relative al territorio regionale e alla fascia costiera, comprese le valutazioni sull’innalzamento del livello del mare e sulla maggiore frequenza degli eventi marini estremi. (Regione Marche)
- Regione Marche – Dati climatici, banca dati degli indicatori storici e di scenario elaborati per il Piano Regionale di Adattamento, con proiezioni relative a temperatura, precipitazioni e altri parametri climatici fino alla metà del secolo. (Regione Marche)
- ISPRA – Documento di analisi sui cambiamenti climatici nell’Adriatico, progetto CHANGE WE CARE. Le simulazioni considerate evidenziano una tendenza al riscaldamento dell’Adriatico e, negli scenari futuri, una diminuzione del bilancio idrico, un aumento dei giorni secchi nelle aree costiere, una maggiore salinità, una diminuzione dell’ossigenazione degli strati profondi e un’accelerazione dell’innalzamento del livello marino. (ISPRA)
- CMCC – Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, progetto LIFE+ SALT – Sustainable Management of the Esino River Basin to Prevent Saline Intrusion in the Coastal Aquifer in Consideration of Climate Change. Il progetto ha studiato specificamente la bassa valle dell’Esino, analizzando il rischio di intrusione salina nell’acquifero costiero e simulandone l’evoluzione in relazione a diversi scenari di cambiamento climatico. (CMCC)
- Regione Marche – Cambiamenti climatici e resilienza delle aree costiere, documentazione relativa agli effetti dell’erosione costiera, delle mareggiate, dell’innalzamento del livello del mare e degli eventi meteorologici estremi lungo gli oltre 170 km di costa marchigiana. (Regione Marche)
- ISTAT – Alpine Convention, “Demographic scenarios, residential mobility and impacts of climate change in the Alps”, 2025. Il rapporto analizza scenari demografici, mobilità residenziale e cambiamenti climatici nelle aree alpine italiane, introducendo anche il tema delle nuove forme di residenzialità e del rapporto tra territori urbani e montani. (Istat)
- Regione Marche – Progetto REALIST, Interreg Italia-Croazia 2021-2027, dedicato al rafforzamento del monitoraggio e della capacità di prevenzione dei rischi climatici lungo la costa adriatica. (Regione Marche)

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