L’iniziativa, promossa dal Comune di Fabriano, dall’Ordine dei Giornalisti delle Marche e dall’Università di Camerino.
Intervento di Giovanni Caprara, giornalista scientifico del Corriere della Sera.

Tecnologia, intelligenza artificiale e futuro dell’umanità.
ci troviamo in un momento storico molto particolare. Molti dei problemi di cui oggi discutiamo non sono più questioni teoriche o lontane dalla nostra vita: sono entrati pienamente nella nostra quotidianità. Abbiamo il problema delle tecnologie che invadono il nostro vivere; abbiamo un problema di linguaggio, perché paradossalmente comunichiamo sempre meno pur avendo strumenti straordinari per farlo; e abbiamo anche un certo smarrimento nel vivere quotidiano, perché molti dei riferimenti che fino a pochi decenni fa orientavano la nostra società oggi sono venuti meno.
Con l’inizio del nuovo millennio tutto sta cambiando, e questo cambiamento riguarda non soltanto la nostra vita personale o il nostro lavoro, ma l’intero pianeta. Oggi siamo circa otto miliardi di abitanti sulla Terra, mentre solo due secoli fa eravamo appena un miliardo. È inevitabile che una popolazione così numerosa produca trasformazioni profonde. Pensiamo anche al consumo delle risorse: ogni anno esauriamo in pochi mesi la quantità di energia e di risorse che la Terra è in grado di rigenerare. Questo ritmo continua ad accelerare.
La domanda che dobbiamo porci è dunque semplice ma fondamentale: che cosa sta realmente accadendo? Qual è lo scenario nel quale siamo entrati e che, per molti aspetti, non sappiamo ancora comprendere né governare? La prima cosa da capire è che i cambiamenti stanno avvenendo con una velocità alla quale il nostro cervello non è abituato. Il nostro sistema cognitivo si è evoluto in migliaia di anni con ritmi molto lenti, mentre oggi la tecnologia avanza a una velocità esponenziale. Questo divario crea inevitabilmente disorientamento.
Questa trasformazione affonda le sue radici nel secondo dopoguerra, quando l’evoluzione scientifica e tecnologica ha iniziato ad accelerare in modo impressionante. Oggi stiamo vivendo le conseguenze di quell’accelerazione. Chi investe oggi di più nella ricerca scientifica e tecnologica? Non soltanto gli Stati, ma soprattutto le grandi aziende tecnologiche. Amazon, Google e imprenditori come Jeff Bezos ed Elon Musk investono somme enormi nello sviluppo tecnologico, spesso superiori a quelle dei governi. Questo significa che il futuro tecnologico del pianeta è sempre più influenzato da grandi attori privati.
Ma la cosa più interessante è la loro visione del futuro. Non stanno pensando solo alla Terra. Stanno immaginando una dimensione interplanetaria della vita umana. Il ritorno sulla Luna non è un evento simbolico: è l’inizio di una nuova fase della storia umana, la possibilità di creare una presenza permanente dell’uomo su un altro corpo celeste. Per la prima volta nella storia della nostra specie, l’Homo sapiens – emerso dall’Africa circa centomila anni fa e diffuso su tutta la Terra – si prepara a compiere un salto ulteriore: uscire dal pianeta Terra e stabilirsi su un altro corpo celeste. Questo è un passaggio epocale.
Questa trasformazione ha anche una dimensione economica. Da qualche anno si parla infatti di space economy, un concetto che fino a pochi anni fa praticamente non esisteva. La sua nascita simbolica può essere fatta risalire al 2008, quando Elon Musk riuscì a lanciare nello spazio un razzo con un satellite destinato a un cliente privato. In quel momento lo spazio è diventato anche un terreno economico. Oggi questa economia spaziale è già entrata nelle nostre case. Pensiamo alla rete satellitare Starlink, che porta internet praticamente ovunque sul pianeta. Ma questo è soltanto l’inizio. La Luna rappresenta solo la punta dell’iceberg di un’economia completamente nuova che si svilupperà tra la Terra e lo spazio.
Le grandi scoperte scientifiche degli ultimi anni, come il bosone di Higgs o le onde gravitazionali, non cambiano direttamente la nostra vita quotidiana. Ma le tecnologie sviluppate per realizzarle hanno applicazioni enormi. Per rilevare le onde gravitazionali abbiamo costruito sensori capaci di misurare variazioni infinitesimali di un raggio laser lungo due chilometri. Tecnologie di questo tipo trovano applicazioni in moltissimi altri campi. Lo stesso vale per l’intelligenza artificiale e per il futuro quantum computing, che potrebbe cambiare radicalmente la nostra capacità di elaborazione delle informazioni.
Ma tutto questo pone un problema fondamentale: l’energia. L’elaborazione dei dati richiede quantità enormi di energia. I data center che alimentano l’intelligenza artificiale consumano sempre di più. Una delle ipotesi che si stanno studiando è quella di portare i data center nello spazio, dove sarebbe possibile sfruttare in modo continuo l’energia solare. Già solo questo esempio dimostra come la nostra civiltà stia iniziando a spostare alcune delle sue infrastrutture oltre la Terra.
Tutto questo sta già producendo trasformazioni profonde anche nel mondo del lavoro. Negli Stati Uniti una delle professioni emergenti è quella di chi sa formulare le domande giuste per l’intelligenza artificiale, perché la qualità delle risposte dipende dalla qualità delle domande. Questo richiede una grande capacità culturale e una visione complessa della realtà.
Ma allo stesso tempo l’intelligenza artificiale ci pone davanti a un problema psicologico. Le macchine hanno una capacità di memoria e di elaborazione infinitamente superiore alla nostra. Non possiamo competere con loro su questo terreno. Dobbiamo quindi spostarci su un altro piano.
Quando una realtà diventa troppo complessa da comprendere, spesso l’essere umano reagisce fuggendo verso spiegazioni irrazionali. Quando non riusciamo a dominare un mondo troppo veloce, tendiamo a rifugiarci in narrazioni semplicistiche, complotti o fantasie. Questo accade perché la velocità del cambiamento tecnologico ha superato la velocità con cui la nostra mente riesce ad adattarsi. Un tempo servivano circa cinquant’anni perché una tecnologia diventasse pienamente assimilata nella vita quotidiana. Oggi questo tempo si misura in pochi anni, a volte in pochi mesi.
È in questo divario che nasce quella sensazione diffusa di smarrimento e quella tendenza alla fuga dalla realtà. Ed è proprio qui che entra in gioco un elemento fondamentale: l’intelligenza emotiva. Daniel Goleman individua cinque elementi fondamentali dell’intelligenza emotiva: la consapevolezza di sé, l’autocontrollo, la motivazione, l’empatia e la capacità di gestire le relazioni. Queste sono dimensioni profondamente umane che possono aiutarci a convivere con l’intelligenza artificiale senza esserne dominati.
C’è poi un altro problema enorme: quello dell’informazione. Oggi circa il 78% dell’informazione passa attraverso i social network. Un’indagine dell’AgCom ha stimato che circa il 38% delle notizie di politica e cronaca diffuse nei media non corrisponde completamente al vero. Anche l’informazione scientifica presenta una percentuale significativa di errori. Questo dimostra quanto sia fragile il sistema informativo nel quale viviamo.
Per questo motivo credo che oggi dobbiamo diventare tutti, in qualche modo, giornalisti scientifici nel vero senso della parola. Dobbiamo parlare di clima, di energia, di tecnologia, di intelligenza artificiale. Non possiamo più considerare questi temi come settori specialistici: sono diventati la realtà quotidiana del nostro tempo.
Questo richiede aggiornamento continuo, curiosità, apertura mentale. Ma richiede anche una cosa fondamentale: la capacità di emozionarsi davanti al cambiamento. Perché se noi per primi non siamo capaci di stupirci di ciò che accade nel mondo, come possiamo raccontarlo agli altri? Ed è proprio questa meraviglia che rende il nostro mestiere così straordinario.


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