
Ogni volta che esprimo qualche perplessità sulla realizzazione di grandi impianti eolici, mi sento rivolgere sempre la stessa domanda: “Ma tu non sei ambientalista?”
La mia risposta è semplice: proprio perché sono ambientalista sento il dovere di pormi delle domande.
Credo nelle energie rinnovabili. Credo che il cambiamento climatico rappresenti una delle più grandi sfide del nostro tempo e che ridurre la dipendenza dai combustibili fossili sia una strada obbligata. Ma credo anche che la transizione ecologica non possa essere affrontata con slogan o semplificazioni. Essere ambientalisti non significa dire sempre “sì”. Significa cercare il giusto equilibrio tra la necessità di produrre energia pulita e il dovere di proteggere ciò che rende unico il nostro territorio: i boschi, la biodiversità, il paesaggio, le montagne, le risorse idriche e le comunità che quei luoghi li abitano.

L’energia del vento accompagna la storia dell’uomo da oltre duemila anni. Le prime testimonianze documentate di mulini a vento risalgono all’antica Persia, tra il VII e il IX secolo d.C., dove venivano utilizzati per macinare cereali e pompare acqua. Successivamente questa tecnologia si diffuse in Medio Oriente e poi in Europa, trovando la sua massima espressione nei celebri mulini dei Paesi Bassi, diventati il simbolo di un utilizzo intelligente delle risorse naturali. Per secoli il vento ha rappresentato una fonte di energia pulita, rinnovabile e perfettamente integrata nel paesaggio.
Con la Rivoluzione Industriale il carbone e, successivamente, il petrolio relegarono l’energia eolica a un ruolo marginale. Solo la crisi energetica degli anni Settanta riportò l’attenzione sulle fonti rinnovabili, dando impulso alla ricerca e allo sviluppo di tecnologie sempre più efficienti. Oggi le moderne turbine eoliche sono macchine altamente sofisticate: alcune superano i 250 metri di altezza e sono in grado di produrre diversi megawatt di potenza, contribuendo in maniera significativa alla riduzione delle emissioni di gas serra.
Negli ultimi anni si è sviluppato anche l’eolico offshore, installato in mare aperto, dove il vento è generalmente più costante e intenso. Questa tecnologia consente produzioni energetiche elevate, ma richiede valutazioni ambientali particolarmente accurate per gli effetti sugli ecosistemi marini, sulle rotte migratorie dell’avifauna, sui mammiferi marini, sulla pesca e sul paesaggio costiero. Per questo la Commissione Europea e il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica richiamano la necessità di una pianificazione che concili la produzione di energia con la tutela dell’ambiente.

Dal punto di vista scientifico è importante comprendere come funziona realmente una turbina eolica. L’energia prodotta deriva dalla trasformazione dell’energia cinetica del vento in energia elettrica attraverso un rotore collegato a un generatore. Tuttavia il vento è una risorsa naturale non programmabile. Se la sua velocità è troppo bassa, generalmente inferiore ai 3-4 metri al secondo, la turbina rimane ferma; se supera i 25 metri al secondo viene arrestata automaticamente per motivi di sicurezza. La massima produzione si ottiene solo all’interno di uno specifico intervallo di velocità.
Per questo motivo l’eolico è definito una fonte rinnovabile non programmabile. Non produce energia in modo continuo come altre fonti e deve necessariamente essere integrato con sistemi di accumulo, reti elettriche intelligenti e altre tecnologie capaci di garantire continuità nella fornitura di energia. Non si tratta di un limite, ma di una caratteristica fisica del vento che rende indispensabile una pianificazione energetica equilibrata.
Il punto, quindi, non è stabilire se l’energia eolica sia utile oppure no. Su questo la risposta è chiara: rappresenta una componente fondamentale della decarbonizzazione e della lotta ai cambiamenti climatici. La vera domanda è un’altra: dove è giusto installare questi impianti?
Non tutti i territori hanno lo stesso valore ambientale. Esiste una profonda differenza tra realizzare un impianto in un’area industriale dismessa oppure su un crinale dell’Appennino umbro-marchigiano, dove boschi, praterie, habitat naturali e corridoi ecologici costituiscono un patrimonio costruito dalla natura nel corso di migliaia di anni.
L’Appennino umbro-marchigiano non è una terra marginale né uno spazio vuoto da occupare. È una delle più importanti infrastrutture naturali del nostro Paese. Produce acqua, immagazzina carbonio, protegge il suolo dal dissesto idrogeologico, ospita una straordinaria biodiversità e conserva un patrimonio storico, culturale e paesaggistico unico. I suoi boschi regolano il ciclo dell’acqua, mitigano il clima, ospitano specie vegetali e animali protette e rappresentano un corridoio ecologico fondamentale per l’avifauna migratrice, i rapaci, i pipistrelli e numerosi mammiferi.

È proprio per questo che il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) richiama costantemente la necessità di conciliare lo sviluppo delle energie rinnovabili con la tutela della biodiversità, del paesaggio e degli ecosistemi. Anche le linee guida elaborate da ISPRA sottolineano che ogni progetto eolico deve essere valutato considerando non soltanto la produzione energetica, ma anche gli effetti sugli habitat, sulla fauna, sui corridoi ecologici, sul consumo di suolo e sul paesaggio. La transizione energetica non può prescindere dalla pianificazione territoriale e dalla conoscenza scientifica dei luoghi.
Ogni grande impianto eolico comporta infatti opere che vanno ben oltre la semplice installazione delle turbine: nuove strade di accesso, sbancamenti, piazzole di montaggio, fondazioni in cemento armato, cavidotti ed elettrodotti che modificano il territorio in modo permanente. Sono interventi che, se collocati in contesti di elevato valore naturalistico, possono determinare una frammentazione degli habitat e alterare equilibri ecologici costruiti in migliaia di anni.
Un altro tema spesso trascurato riguarda il fine vita degli impianti. Una turbina eolica ha una durata media di circa venti-trent’anni. Acciaio, rame e parte del calcestruzzo possono essere recuperati, mentre il riciclo delle pale, realizzate con materiali compositi, rappresenta ancora una sfida tecnologica, sebbene la ricerca stia sviluppando soluzioni sempre più efficaci. Per questo motivo ogni progetto dovrebbe prevedere, fin dall’inizio, adeguate garanzie economiche per lo smantellamento degli impianti e il ripristino ambientale dei luoghi.

La mia riflessione non nasce quindi da una contrarietà alle energie rinnovabili. Al contrario, ritengo che siano indispensabili per affrontare la crisi climatica. Ma una vera transizione ecologica non può trasformarsi in una corsa indiscriminata agli impianti, guidata esclusivamente dalla disponibilità di incentivi economici o dalla presenza del vento. Deve essere il risultato di una pianificazione attenta, fondata sulla scienza, sulla trasparenza e sul rispetto del territorio.
Credo nel fotovoltaico installato sui tetti degli edifici, nelle comunità energetiche, nell’efficienza energetica, nell’innovazione tecnologica e in tutte quelle soluzioni capaci di ridurre le emissioni senza compromettere il nostro patrimonio naturale. Credo che l’Appennino non debba essere considerato una terra disponibile da industrializzare, ma una risorsa insostituibile da custodire.
La vera sfida non è scegliere tra energia e ambiente.
La vera sfida è produrre energia pulita senza compromettere proprio quei territori che rendono possibile la nostra stessa qualità della vita.
Perché essere ambientalisti significa guardare al futuro, ma con la consapevolezza che la natura non è un ostacolo allo sviluppo. È la condizione indispensabile perché ogni forma di sviluppo possa essere davvero sostenibile.

di Maria Cristina Mosciatti
FONTI:
- Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) – Documentazione ufficiale su biodiversità, aree protette, transizione energetica e fonti rinnovabili.
- ISPRA – Linee Guida per la redazione degli Studi di Impatto Ambientale relativi agli impianti eolici onshore.
- Commissione Europea – Direttiva Habitat (92/43/CEE) e Direttiva Uccelli (2009/147/CE).
- Decreto Legislativo 8 novembre 2021, n. 199 – Attuazione della Direttiva (UE) 2018/2001 (RED II) sulla promozione dell’energia da fonti rinnovabili.
- IPCC – Sixth Assessment Report (AR6).
- International Energy Agency (IEA) – World Energy Outlook.
- International Renewable Energy Agency (IRENA) – Rapporti sullo sviluppo dell’energia eolica.
- Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA) – Rapporti su consumo di suolo, biodiversità e tutela del territorio.
- Piano Paesaggistico Regionale delle Marche e documentazione relativa ai siti della Rete Natura 2000.
