
Un viaggio tra metamorfosi naturali, tradizioni umane e silenzi che restano
Maria Cristina Mosciatti
Il massiccio del San Vicino, situato nella fascia pre-appenninica umbro-marchigiana, possiede una storia geologica molto particolare, strettamente legata ai processi tettonici e alla deposizione dei sedimenti marini. È infatti costituito in gran parte da rocce sedimentarie marine, nelle quali si rinvengono numerosi fossili. Questi materiali si formarono sulla piattaforma carbonatica durante il Mesozoico, per poi essere sollevati e deformati, nel Cenozoico, dall’orogenesi appenninica, che diede origine alle montagne che oggi vediamo.
Un aspetto di enorme rilevanza scientifica è la presenza del limite Cretaceo-Paleogene (il famoso K/T), un sottile livello di argilla ricco di iridio, visibile nella cava di Frontale, all’interno della Riserva naturale del Monte San Vicino e del Canfaito. Questo livello testimonia l’impatto dell’asteroide che provocò l’estinzione dei dinosauri e segna un punto cruciale nell’evoluzione geologica e biologica del nostro pianeta.

Nel Miocene, la prosecuzione dell’orogenesi appenninica determinò ulteriori sollevamenti e deformazioni, formando pieghe e sinclinali che hanno modellato l’attuale catena montuosa. Salendo sul Monte San Vicino, si può osservare con i propri occhi la maestosità di questi processi: è affascinante pensare che ciò che contempliamo oggi sia il risultato di eventi iniziati milioni di anni fa.
Non bisogna infine dimenticare il ruolo dell’erosione fluviale e degli agenti atmosferici, che nel corso del tempo hanno contribuito a smussare, scolpire e modellare il paesaggio. Il risultato è un territorio dal profilo morbido, armonioso e caratteristico, che unisce valore geologico, naturalistico e paesaggistico in un patrimonio di grande interesse, purtroppo ancora poco conosciuto.
Dobbiamo sempre tener presente che i tempi umani e quelli geologici sono profondamente diversi. I paesaggi che osserviamo oggi sono il risultato di processi lunghissimi: la nascita di una catena montuosa è legata prima alla formazione delle rocce che la compongono (litogenesi), poi al momento in cui queste rocce si piegano e si sollevano (orogenesi) e, infine, alla fase conclusiva in cui si modellano le forme del rilievo (morfogenesi). Questi processi hanno avuto origine milioni di anni fa: circa 250 milioni di anni or sono, l’area in cui oggi viviamo era caratterizzata da un clima tropicale ed era un ambiente completamente diverso dall’attuale.
I successivi movimenti tettonici trasformarono radicalmente questo territorio, portando alla formazione dell’Appennino umbro-marchigiano circa 16 milioni di anni fa, grazie alle spinte legate alla placca europea. Intorno a 12 milioni di anni fa, la compressione tettonica diede origine ad alcune cime che, emergendo dal mare, apparivano quasi come isole.

Successivamente, i processi morfogenetici completarono la formazione della catena montuosa. Ancora oggi la forma delle rocce ci racconta questa storia: osservando le cime e i pendii, possiamo dedurre come le montagne si siano evolute. Un pendio più ripido o più dolce, la presenza di fratture e rotture sono indizi preziosi dei cambiamenti avvenuti nel corso del tempo.
Nelle società preistoriche e nelle prime civiltà agricole, la natura era considerata sacra e misteriosa. Pensiamo alle grotte dipinte, come quelle di Lascaux in Francia, che testimoniano la venerazione per gli animali e le forze naturali, da cui dipendeva la sopravvivenza. Le popolazioni celtiche e italiche veneravano alberi, sorgenti e pietre, percependo la natura come un tempio aperto. In quel mondo antico l’uomo non si sentiva superiore alla natura, ma parte integrante di essa. Persino i Romani, pur avendo un rapporto più pratico e utilitaristico con l’ambiente – sfruttandolo per costruire strade, acquedotti e città – conservarono un forte rispetto religioso e simbolico nei suoi confronti.
Nell’età antica i Piceni abitarono queste terre. Nelle culture antiche le montagne erano spesso considerate sacre, e non è da escludere che anche il Monte San Vicino fosse luogo di culto, di osservazione o di rifugio. In epoca romana, il Monte dominava un’area strategica attraversata da vie secondarie che collegavano l’entroterra con la costa adriatica. Nel Medioevo il San Vicino ricorre frequentemente nelle cronache monastiche e nei documenti che delimitavano confini e feudi, poiché rappresentava un naturale spartiacque.

Attorno a questa montagna sorsero leggende e racconti: si narrava che angeli e santi avessero camminato sulle sue pendici e che vi si potessero ottenere guarigioni spirituali. Alcune cronache riferiscono di fuochi sacri accesi sulla vetta per comunicare messaggi a distanza. Ancora oggi, nelle notti limpide, il Monte San Vicino appare come una sentinella silenziosa, visibile da gran parte della costa adriatica.
Le coltivazioni delle piante agrarie iniziano circa 10.000 anni fa e da allora hanno accompagnato la storia delle comunità umane, intrecciandosi con lo sviluppo degli insediamenti e influenzando i rapporti tra popoli e nazioni. Dalla vegetazione l’uomo ha ricavato gran parte dei propri bisogni quotidiani: alimenti, fibre tessili, essenze, coloranti, materie prime e utensili. Conoscere il territorio e le sue colture è dunque fondamentale. Ci si può domandare, ad esempio, quanti oggi conoscano davvero la storia del grano, della vite e del vino, dell’olivo, o – nel caso specifico del nostro territorio – dello zafferano, già coltivato nel Quattrocento nelle terre di Braccano. La vita quotidiana era incentrata sull’agricoltura e sull’allevamento, a testimonianza del grande valore che la terra ha sempre avuto nel nostro paesaggio.
Non meno importante fu la conoscenza e l’uso delle erbe officinali, legate in particolare ai monaci dell’Abbazia di Santa Maria de Rotis. Essi non si limitarono a sfruttare il bosco, ma lo gestirono in modo sostenibile, traendo risorse dal legname e dal pascolo, e integrando la foresta nell’economia monastica. Anche se non disponiamo di documenti specifici riguardo alla coltivazione di erbe officinali nell’abbazia, è ragionevole supporre, per analogia con altri contesti benedettini, che vi fosse la pratica della coltivazione di orti, della raccolta di piante spontanee e della conservazione della memoria erboristica.


L’abbazia, immersa tra boschi e valli ai piedi del Monte San Vicino, è oggi un luogo sospeso nel tempo. Le sue rovine raccontano di un’epoca in cui i monaci vivevano in stretta relazione con la natura, non come padroni ma come custodi. Coltivavano la terra, gestivano i boschi, raccoglievano erbe spontanee e officinali. Nel silenzio delle loro giornate, tra preghiera e lavoro, avevano compreso un principio universale: la natura va rispettata perché è condizione stessa della vita. Il bosco non era soltanto una riserva di legna, ma un luogo sacro, fonte di equilibrio e guarigione. La contemplazione del creato, dal sorgere del sole al ritmo delle stagioni, era parte integrante della loro spiritualità.
Tuttavia, mentre i monaci elaboravano un modello di armonia, altrove l’uomo iniziava a piegare la natura ai propri bisogni senza misura. Grandi deforestazioni, opere idrauliche non sostenibili e cicli agricoli forzati modificarono climi e paesaggi già nei secoli passati. In un certo senso, il cambiamento climatico non è un fenomeno esclusivamente moderno: esso è il risultato di un lungo percorso di squilibri iniziato con le prime forme di sfruttamento intensivo del territorio.

Fin dalle epoche più antiche, infatti, si sono verificati mutamenti climatici significativi. Negli ultimi due milioni di anni si sono susseguite almeno cinque glaciazioni. Le cause non sono del tutto chiare: i moti terrestri, le variazioni orbitali e altre ipotesi sono al centro di studi di climatologi, geologi, fisici dell’atmosfera, botanici e archeologi. Anche nei periodi preistorici e storici non mancarono variazioni climatiche di rilievo, più o meno consistenti.
Oggi stiamo vivendo una nuova fase di cambiamento: l’innalzamento delle temperature appare strettamente legato all’aumento della concentrazione di anidride carbonica in atmosfera e al conseguente effetto serra. A partire dalla Rivoluzione industriale, le attività umane – in particolare la combustione di carbone e petrolio – hanno incrementato notevolmente la quantità di carbonio in atmosfera. Negli ultimi 130 anni, in Italia si registra un trend climatico caratterizzato non solo da un aumento delle temperature, ma anche da una riduzione della piovosità. Gli effetti più evidenti si osservano sulle Alpi, dove molti ghiacciai stanno scomparendo.
Anche nel nostro territorio si ipotizza che alcune specie floristiche possano avere difficoltà di conservazione, poiché il mutamento delle condizioni climatiche e della composizione dei suoli porterà inevitabilmente a trasformazioni degli ecosistemi. La riduzione delle precipitazioni rappresenta un ulteriore fattore di rischio per ambienti particolarmente sensibili.
Nei prossimi anni assisteremo con tutta probabilità a cambiamenti significativi. Per questo diventa fondamentale documentare e censire ciò che oggi abbiamo, attraverso ricerche, rilievi e fotografie, così da comprendere meglio l’evoluzione in atto e gli effetti del riscaldamento climatico sul nostro paesaggio.

Il nostro territorio è legato anche al massiccio del Canfaito, che si erge sopra Braccano e possiede una bellezza paesaggistica e un valore storico-naturalistico unici nel loro genere. Il nome Canfaito deriva dal longobardo Campus Faeto, cioè “campo di faggi”, un chiaro riferimento alla peculiarità di quest’area: la presenza di una delle faggete più antiche delle Marche, con esemplari secolari, tra cui un faggio che supera i 500 anni di età.
Fin dall’antichità, la zona è stata utilizzata per il pascolo e l’agricoltura, mantenendo nel tempo un carattere isolato e silenzioso. L’altopiano, situato a circa 1000 metri di altitudine, custodisce una biodiversità straordinaria: cervi, volpi, falchi, poiane, lupi e cinghiali popolano i boschi e le radure. Nei secoli, il Canfaito è stato luogo di passaggio per i pastori transumanti e rifugio in tempi difficili; durante la Seconda guerra mondiale, ad esempio, i boschi del San Vicino furono nascondiglio per i partigiani.
Il Canfaito non è soltanto natura: è anche un luogo dell’anima. Tra i suoi alberi monumentali si respira il silenzio e si percepisce il trascorrere delle stagioni in forme e colori sempre diversi. Camminare in faggeta diventa talvolta un’esperienza meditativa, soprattutto in autunno, quando i colori spettacolari richiamano turisti e fotografi da tutta Europa.

La storia di questo luogo è anche la storia della fauna selvatica, che da secoli trova rifugio tra faggete, praterie, forre, torrenti e pendii rocciosi. Il cinghiale, da sempre presente, ha vissuto fluttuazioni legate alla caccia e alla pressione antropica. La volpe rossa, simbolo di resilienza, ha continuato ad abitare stabilmente i margini di boschi e pascoli. Il capriolo, invece, è tornato solo negli ultimi decenni, mentre il lupo appenninico, scomparso per oltre un secolo a causa delle persecuzioni, è oggi nuovamente presente grazie a un ritorno silenzioso ma significativo.
Nel corso del Medioevo e nei secoli successivi hanno arricchito la biodiversità anche altre specie: l’allocco, la civetta, la poiana, lo scoiattolo, il tasso, l’istrice, oltre ad anfibi come il rospo e il tritone crestato. Tutto questo rende il Canfaito un patrimonio naturale e culturale di inestimabile valore, in cui la storia dell’uomo e quella della natura si intrecciano da millenni.
Storicamente, nelle Marche gli studi sulla distribuzione e lo stato di mammiferi e uccelli sono stati piuttosto scarsi. Non si può quindi parlare, almeno fino a tempi recenti, di una conoscenza dettagliata delle popolazioni faunistiche. Alcune informazioni interessanti provengono tra il XVI e il XVII secolo dal fabrianese Francesco Stelluti, che fornisce notizie attendibili sulla fauna dell’Appennino, segnalando perfino la presenza della lince. Anche Paolucci conferma che, tra il 1872 e il 1900, nel nostro Appennino vi era una scarsità di fauna. Solo nella seconda metà del Novecento si avviarono studi più sistematici per comprendere l’evoluzione e la distribuzione delle popolazioni animali nell’entroterra.
Nel Seicento erano ancora presenti specie come l’orso bruno, la lince e il cervo (poi estinto). Nel Settecento compare invece il capriolo, insieme al cinghiale, mentre altre specie – come il lupo – sono rimaste, pur subendo forti fluttuazioni nel numero. Nel 1985 Pandolfi confermò l’estinzione della lontra nel nostro territorio. L’orso bruno si era già estinto nell’Ottocento, mentre il gatto selvatico è stato documentato da Biondi nel 1971.

Il rapporto tra uomo e natura nel territorio montano è sempre stato improntato al rispetto, anche se la loro evoluzione non è stata parallela. L’uomo, seguendo i ritmi naturali, ha cercato di trarre vantaggio dalle risorse attraverso l’agricoltura e la pastorizia. È stato un rapporto complesso: da un lato, le attività umane si sono integrate nell’ambiente arricchendolo di nuove forme di utilizzo; dall’altro, l’impatto dell’uomo ha trasformato paesaggi e habitat per rispondere a esigenze di vita e di sviluppo economico.

Tuttavia, questo rapporto non è mai stato solo di sfruttamento o sopravvivenza, ma anche di custodia. L’uomo non si è posto come dominatore, bensì come guardiano di un equilibrio. Il bosco non era soltanto riserva di legname o luogo di caccia, ma un compagno di vita da rispettare e preservare. In questa visione, il lavoro stesso diventava atto di cura: ogni albero tagliato aveva un senso, ogni ramo raccolto una misura.
Da questa armonia tra bisogno e rispetto nacquero due economie fondamentali per la storia del territorio di Braccano: quella del boscaiolo e quella del carbonaio, che per secoli hanno rappresentato una convivenza sostenibile tra comunità umane e ambiente naturale.
Il boscaiolo era una figura cruciale per le comunità rurali, soprattutto quelle montane, poiché forniva il legname necessario per il riscaldamento, l’edilizia e numerosi altri usi. La sua importanza derivava dalla stretta dipendenza dalla legna come risorsa primaria per la vita quotidiana e per l’economia locale.

Il boscaiolo non si limitava a tagliare gli alberi: conosceva i ritmi della natura, le tecniche di taglio sostenibili e i metodi di trasporto del legname, spesso in condizioni molto difficili. Il bosco era infatti una fonte primaria di sostentamento: forniva legna per cucinare, riscaldare le abitazioni e costruire case. Il legname costituiva inoltre una merce di scambio e il lavoro del boscaiolo contribuiva in modo significativo all’economia delle comunità.
Questi uomini erano esperti conoscitori del bosco, delle sue risorse e dei suoi ritmi, e tramandavano di generazione in generazione saperi antichi sulle tecniche di taglio e conservazione. Il loro lavoro era fisicamente impegnativo e spesso pericoloso, svolto in ambienti isolati con attrezzi rudimentali. Anche il trasporto del legname era complesso e richiedeva soluzioni ingegnose, come l’utilizzo dei corsi d’acqua o la costruzione di canalizzazioni.
Il boscaiolo veniva visto come una figura legata profondamente alla natura: un custode del bosco, un conoscitore della montagna. Conosceva i tempi giusti per il taglio (le “cadenze” stagionali) e sapeva come permettere al bosco di rigenerarsi. Era un mestiere antico, tramandato di padre in figlio, che implicava conoscenza degli alberi, dei sentieri e degli animali. Pur conducendo una vita dura e isolata, il boscaiolo era spesso rispettato come “esperto della montagna”. La sua attività non distruggeva, ma gestiva la foresta: era considerata essenziale e “pulita”.
Accanto a lui vi era il carbonaio, che trasformava il legno tagliato in carbone attraverso le caratteristiche carbonaie. Viveva per settimane, a volte mesi, isolato nel bosco, sorvegliando giorno e notte la lenta combustione della legna. Era un mestiere di grande sacrificio e solitudine, spesso considerato socialmente più umile rispetto a quello del boscaiolo. Eppure il carbone era preziosissimo: serviva ai forni dei fabbri, ai mulini, per cucinare e riscaldarsi. In particolare nel Matelicese, i carbonai alimentarono un’economia vitale.

Il carbonaio viveva in capanne di frasche, lontano dalla famiglia, immerso nel fumo e nel silenzio dei boschi. La sua era una cultura di resistenza: poche parole, molto lavoro, un mestiere duro ma ricco di esperienza pratica.
Boscaiolo e carbonaio rappresentavano due facce della stessa realtà: senza il primo non ci sarebbe stata la materia prima, senza il secondo non ci sarebbe stata l’energia per ferriere, cucine e botteghe artigiane. Insieme segnarono la cultura della montagna e delle comunità rurali, dove il bosco non era soltanto risorsa naturale, ma un vero motore sociale ed economico.
Oggi questi mestieri sono scomparsi, ma hanno lasciato tracce profonde nel paesaggio. Nella valle di Roti è possibile percorrere il “Sentiero del Carbonaio”, lungo il quale si trovano ancora numerose tracce delle antiche carbonaie, preziose per la memoria collettiva.
Dall’evoluzione geologica del San Vicino alle comunità monastiche di Roti, dai faggi secolari del Canfaito ai mestieri di boscaioli e carbonai, fino alla convivenza con la fauna selvatica, il filo conduttore che attraversa i secoli è sempre stato lo stesso: il rispetto tra uomo e natura. Un rispetto concreto, fatto di lavoro, sacrificio e consapevolezza che la vita della comunità dipendeva dall’equilibrio con il bosco, l’acqua e gli animali.
Gli uomini hanno trasformato la cura del territorio in un atto quasi spirituale: se i mestieri antichi hanno legato la sopravvivenza quotidiana a gesti di equilibrio e misura, oggi spetta a noi raccogliere quella preziosa eredità. I monaci di Roti, in particolare, custodivano anche le api, preziose alleate per miele e cera, simbolo di operosità e armonia con la natura. Quelle api, ancora presenti nel territorio, sono il segno tangibile di una continuità che non si è mai spezzata: piccoli esseri che, con il loro ronzio, uniscono passato e presente in una melodia senza tempo.
Oggi gli abitanti, pur con strumenti e modalità diverse, continuano a percorrere la strada del rispetto: chi custodisce i boschi, chi coltiva in modo sostenibile, chi promuove la cultura e il turismo lento, chi tramanda la memoria dei luoghi. È una forma più moderna di custodia, che mantiene intatto lo spirito antico adattandolo alle sfide del presente.
In questa continuità, ciò che colpisce è il legame tra uomo e natura: non si è mai interrotto, ha soltanto cambiato volto, attraversando secoli e trasformazioni, ma rimanendo vivo e rinnovandosi di generazione in generazione.

Eppure oggi ci troviamo di fronte a una sfida nuova e decisiva: i cambiamenti climatici. Essi hanno sempre accompagnato la storia della Terra, modellando mari e montagne, flora e fauna. Ma mai come ora la rapidità e l’intensità di questi mutamenti interrogano l’uomo e il suo futuro.
Così il San Vicino, i faggi del Canfaito, Braccano e Roti, insieme al ronzio eterno delle api, ci ricordano che i cambiamenti sono inevitabili, ma che il futuro – come il miele che nasce da un fiore fragile – dipende dalla cura con cui sapremo custodirlo.
Maria Cristina Mosciatti

Bibliografia:
Storia dell’ambiente nell’Appennino Centrale di Aurelio Manzi – Meta edizioni, 2012;
Ambiente e Monachesimo. Storia ed evoluzione degli habitat nell’Appennino Umbro Marchigiano di Jacopo Angelini – Visibilio edizione, 2023;
Aspetti Geobotanici e lineamenti storico ambientali dell’Alto Esino (Appennino umbro marchigiano) di Balelli, Castagnari, Catorci e Fortunati – Provincia di Ancona, 2002;
Estratto: lineamenti storici e ricerca faunistica nella provincia di Pesaro-Urbino nelle Marche, Pandolfi e Giuliani – Biogeographia volume 17, 1993;
Alla scoperta dei segreti perduti delle Marche. Curiosità, tradizioni e misteri di Fabio Filippetti ed Elsa Travaglia – New Compton, 2017;
I pascoli arborati e la biodiversità: rapporti con le attività agro-silvo-pastorali tesi del 2021 Università Politecnica delle Marche – Dipartimento di Scienze Agrarie Alimentari e Ambientali Di Diego Giulietti, relatrice professoressa Marina Allegrezza, correlatore dottor Giulio Tesei, 2022;
Per la foto dei “Carbonai” si ringrazia Erminio Burzacca
Estratto dal XVI Volume del Volume “Quaderni Storici Esini” anno 2026
