L’intelligenza connettiva contrapposta a quella distruttiva, analizzando il ruolo dei media, degli algoritmi e delle tecnologie digitali nella costruzione della realtà e nella formazione dell’opinione pubblica

Organizzato dall’Ordine dei Giornalisti delle Marche e dall’Università di Camerino.

Prof. Paolo Ercolani
filosofo Università di Urbino

TECNOLOGIA, INTELLIGENZA ARTIFICIALE E FUTURO DELL’ESSERE UMANO.

“Vorrei iniziare con una provocazione che viene dalla psichiatria: se tu parli con Dio sei religioso, ma se Dio ti risponde sei schizofrenico. Oppure, se parli con il cane sei un amante degli animali, ma se il cane ti risponde la situazione diventa problematica.

Può sembrare una battuta, ma oggi milioni di persone parlano quotidianamente con una macchina. Secondo uno studio del 2019 circa 12 milioni di persone auguravano ogni mattina il buongiorno ad Alexa, oltre 5 milioni le avevano dichiarato il proprio amore e circa 800.000 avevano addirittura chiesto di sposarla. Non stiamo parlando di una persona reale, ma di un chatbot.

Il primo chatbot della storia risale al 1966, quando lo scienziato Joseph Weizenbaum creò ELIZA, un programma che simulava uno psicologo. L’esperimento produsse risultati inquietanti: una paziente che dialogò per mesi con ELIZA sviluppò gravi disturbi psicologici. Lo stesso Weizenbaum scrisse poi un libro per mettere in guardia dal rischio della commistione tra umano e macchina, perché quando le due dimensioni si mescolano è quasi sempre l’essere umano a pagare il prezzo più alto.

Questo tema era già stato affrontato da Marshall McLuhan, uno dei grandi teorici dei media del Novecento. McLuhan parlava dell’“idiota tecnologico”: colui che pensa che le tecnologie siano semplici strumenti nelle nostre mani. In realtà ogni tecnologia produce effetti di ritorno che trasformano chi la utilizza. Non è la tecnologia che cambia: siamo noi a essere modificati dal suo uso.

A questa riflessione si aggiunge una scoperta della neurologia moderna: il cervello umano è plastico ma non elastico. Significa che può essere modellato dagli strumenti che utilizziamo, ma non torna facilmente alla condizione originaria. Se una generazione smette di leggere libri, non è detto che a quarant’anni possa semplicemente ricominciare. Alcune connessioni cognitive potrebbero essere ormai indebolite o scomparse.

Per capire cosa sta accadendo oggi dobbiamo chiederci cosa significa essere umani. Possiamo individuare quattro dimensioni fondamentali: logos, eros, demos e chronos.

Il logos rappresenta la nostra capacità di ragionare e comprendere. I dati mostrano qualcosa di sorprendente: dal 1907 al 2009 il quoziente intellettivo medio della popolazione è sempre aumentato. Questo fenomeno è stato chiamato effetto Flynn. Tuttavia dal 2009, proprio negli anni della diffusione massiccia degli smartphone, questo trend ha iniziato a invertire la rotta.

Allo stesso tempo, circa il 40% della popolazione europea soffre di analfabetismo funzionale: le persone sanno leggere, ma non comprendono davvero il significato profondo di ciò che leggono.

Nel 2008 la rivista tecnologica Wired pubblicò un editoriale intitolato The End of Theory. L’autore sosteneva che, nell’era dei big data e dell’intelligenza artificiale, non sarebbe più necessario costruire teorie per comprendere la realtà. Sarebbe sufficiente analizzare enormi quantità di dati e lasciar emergere le correlazioni.

Ma questo approccio mette in discussione il metodo scientifico tradizionale, basato sulla ricerca delle cause. L’essere umano ragiona cercando di capire perché accadono le cose, non limitandosi a osservare correlazioni statistiche. Se il ragionamento umano viene considerato obsoleto, allora il problema non è solo tecnologico: è profondamente culturale.

Un altro aspetto riguarda l’attenzione e la memoria. Studi come quello sulla “demenza digitale” hanno mostrato come l’uso continuo degli smartphone provochi deficit di concentrazione, disturbi della memoria e difficoltà cognitive, soprattutto tra i più giovani.

Molti di noi fanno la stessa esperienza: mentre lavoriamo, una notifica interrompe la concentrazione. Controlliamo un messaggio, poi un’email, poi un social network, e improvvisamente sono passate ore. Quando torniamo al nostro lavoro, abbiamo perso il filo del discorso.

Questo accade perché questi strumenti sono progettati per essere distrattivi.

Passiamo alla seconda dimensione dell’essere umano: eros, cioè la dimensione emotiva. Gli psicologi Jean Twenge e Jonathan Haidt hanno osservato un fenomeno inquietante: negli ultimi anni il disagio psicologico tra gli adolescenti è cresciuto enormemente.

I giovani trascorrono in media circa nove ore al giorno davanti agli schermi, spesso anche di notte. La luce degli schermi interferisce con il sonno e i social network sono progettati per stimolare dopamina, serotonina ed endorfine, gli ormoni del piacere. Il risultato è una vera e propria dipendenza digitale.

Quando poi questi ragazzi tornano alla vita reale, questa appare loro più grigia e meno stimolante.

A questo si aggiunge un altro fenomeno: l’identità costruita sui social. Lo psicologo Howard Gardner ha parlato di “identità preconfezionate”. Nei social network le persone costruiscono una sorta di vetrina pubblicitaria di se stesse, dove i like diventano una moneta simbolica che misura il valore personale.

Molti giovani finiscono per valutare se stessi in base al numero di follower o di approvazioni ricevute online.

Terza dimensione: demos, cioè la dimensione politica e democratica. Il filosofo Norberto Bobbio definiva la democrazia come il sistema in cui i cittadini possiedono gli strumenti cognitivi per controllare l’operato dei governanti.

Oggi però circa il 78% delle persone si informa esclusivamente tramite i social network, dove gli algoritmi decidono cosa vediamo e cosa non vediamo. Questo crea una realtà informativa filtrata che può indebolire il pensiero critico.

La filosofa Hannah Arendt osservava che il capolavoro dei regimi totalitari consiste nel riuscire a massificare e allo stesso tempo isolare le persone. Internet sembra realizzare qualcosa di simile: milioni di persone fanno le stesse cose online, ma allo stesso tempo restano isolate davanti allo schermo.

Per questo alcuni studiosi parlano di totalitarismo digitale.

Infine c’è la dimensione chronos, cioè il tempo. Oggi esiste un movimento filosofico chiamato transumanesimo, sostenuto da molte figure del mondo tecnologico. Secondo questa visione, la tecnologia permetterà all’uomo di superare i limiti biologici e forse di raggiungere una forma di immortalità digitale, trasferendo la mente in sistemi artificiali.

Il filosofo e scienziato Raymond Kurzweil sostiene che nei prossimi decenni potremmo ricostruire i nostri corpi tramite nanotecnologie e rendere la mente indipendente dal corpo biologico.

Ma qui si pone una domanda fondamentale.

La tecnologia, storicamente, è sempre stata uno strumento di supporto all’essere umano. Gli occhiali aiutano chi vede poco, gli apparecchi acustici aiutano chi sente poco, le protesi aiutano chi ha una disabilità.

Ma oggi, con l’intelligenza artificiale generativa che scrive testi, crea immagini e produce contenuti al posto nostro, sembra emergere un dubbio: stiamo forse partendo dal presupposto che siamo tutti disabili cognitivi?

Se smettiamo di esercitare alcune facoltà mentali, rischiamo di perderle definitivamente.

Alan Turing nel 1950 si chiedeva se un giorno le macchine sarebbero diventate intelligenti come gli esseri umani. Oggi la domanda sembra capovolta.

Il vero problema non è se l’intelligenza artificiale diventerà simile a quella umana.

Il problema è quanto l’intelligenza artificiale stia crescendo a spese dell’intelligenza umana.

E questa, forse, è la domanda più importante del nostro tempo.”

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